L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia 1943/1945 – Il Vicentino

Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia  e l’ Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Provincia di Vicenza “Ettore Gallo”

www.straginazifasciste.it

Convegno:

ATLANTE DELLE STRAGI NAZISTE E FASCISTE IN ITALIA NEL 1943 – 45 La MAPPA DEL VICENTINO

Vicenza, 26 aprile 2016 – Sala Stucchi di Palazzo Trissino

Premessa:
Nel 2009 il governo italiano e quello della Repubblica Federale Tedesca hanno insediato una Commissione storica congiunta (composta da 5 membri tedeschi e 5 membri italiani) con il mandato di elaborare un’analisi critica della storia e dell’esperienza comune durante la seconda guerra mondiale, così da contribuire alla creazione di una nuova cultura della memoria. A seguito delle raccomandazioni avanzate dalla Commissione nel dicembre 2012 a conclusione dei suoi lavori, il Governo della Repubblica Federale Tedesca si è impegnato a finanziare una serie di iniziative tese a valorizzare la storia e la memoria dei rapporti fra i due paesi nel corso del conflitto, con l’istituzione presso il Ministero federale degli affari esteri di un “Fondo italo-tedesco per il futuro”. Rientra fra queste iniziative la presente ricerca, promossa in collaborazione dall’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (INSMLI) e dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI), che ha permesso di definire un quadro completo degli episodi di violenza contro i civili commessi dall’esercito tedesco e dai suoi alleati fascisti in Italia tra il 1943 e il 1945. L’Atlante delle stragi naziste e fasciste – che raccoglie i risultati della ricerca condotta – si compone di una banca dati e dei materiali di corredo (documentari, iconografici, video) correlati agli episodi censiti, ospitati all’interno del sito web. Nella banca dati sono state catalogate e analizzate tutte le stragi e le uccisioni singole di civili e partigiani uccisi al di fuori dello scontro armato, commesse da reparti tedeschi e della Repubblica Sociale Italiana in Italia dopo l’8 settembre 1943, a partire dalle prime uccisioni nel Meridione fino alle stragi della ritirata eseguite in Piemonte, Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige nei giorni successivi alla liberazione. L’elaborazione su base cronologica e geografica dell’insieme dei dati censiti ha consentito la definizione di una ‘cronografia della guerra nazista in Italia’, che mette in correlazione modalità, autori, tempi e luoghi della violenza contro gli inermi sul territorio nazionale. L’indagine storica è stata condotta a livello locale da un gruppo di oltre 90 ricercatori, che si è avvalso – oltre che dei risultati delle precedenti stagioni di ricerca, relativi in particolare a Puglia, Campania, Toscana, Emilia Romagna e Piemonte – di tre serie di fonti comuni a livello nazionale: la banca dati degli episodi di violenza sui civili compiuti durante l’occupazione tedesca in Italia, elaborata dalla Commissione storica italo-tedesca sulla base delle relazioni dei carabinieri reperite presso l’Archivio dell’ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito e l’Archivio storico dei carabinieri di Roma; il Registro generale delle denunce per crimini di guerra raccolte a partire dal 1945 presso la Procura Generale Militare di Roma (illegalmente archiviate nel 1960), reperito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento dei fascicoli relativi a crimini nazifascisti (XIV Legislatura); le sentenze e i fascicoli dei procedimenti giudiziari dibattuti presso i Tribunali militari nel corso dell’ultima stagione processuale (dal 1994 ad oggi). I risultati dell’indagine hanno permesso di censire oltre 5000 episodi, inseriti nella banca dati, per ognuno dei quali è stata ricostruita la dinamica degli eventi, inserita nello specifico contesto territoriale e nelle diverse fasi di guerra, e accertata l’identità delle vittime e degli esecutori (quando possibile). A partire da alcune acquisizioni storiografiche consolidate – la presenza di un sistema degli ordini che legittima la violenza sui civili; i massacri come prodotto di un’ideologia espansionistica di stampo razziale, quella nazista, che mira a destrutturare i confini geografici e la dimensione sociale dell’Europa – la ricerca ha posto in evidenza l’intreccio fra le violenze perpetrate contro la popolazione inerme e gli obiettivi che l’esercito tedesco si poneva nei diversi tempi e spazi della guerra in Italia. Fra questi, la lotta contro gruppi
di resistenza armata, considerati – in particolare quelli di matrice comunista – promotori di una guerra per bande illegittima e irregolare, che non si faceva scrupolo di utilizzare quali soggetti attivi dello scontro donne e bambini; le campagne di punizione degli oppositori politici; il disegno di sfruttamento delle risorse umane ed economiche, attuato attraverso i rastrellamenti e la deportazione di civili inviati al lavoro coatto; le operazioni di ripulitura del territorio in prossimità delle linee difensive e dei percorsi della ritirata; il rapporto di collaborazione con uomini e strutture repressive e amministrative della Repubblica sociale, a volte protagonisti di una propria autonoma strategia stragista.

La schedatura delle stragi vicentine: riletture, sorprese e problemi metodologici. Relazione di Pierluigi Dossi del Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino e tra i curatori delle schede sulle stragi.

L’eccezionale possibilità di collaborare per il Vicentino, assieme al dott. Piero Casentini e al prof. Sergio Laverda, a L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, è stata un’ottima occasione anche per esaminare gli avvenimenti locali, durante la Guerra di Liberazione, nel loro insieme. Uno spaziare oltre i localismi, che ha consentito di poter rileggere molti fatti, e di individuare ulteriori filoni di approfondimento e studio, sino ad oggi lasciati ai margini. In un bilancio complessivo, limiti di questo lavoro sono stati, il poco tempo a disposizione, e talvolta il mancato confronto con i ricercatori delle province limitrofe, non solo sul piano metodologico, ma anche sull’analisi delle vicende che hanno interessato contemporaneamente territori contermini. Per contro, nella comprensione e nell’approfondimento di molte vicende Vicentine, e quindi, delle relative riflessioni e considerazioni che, in parte, oggi vi propongo, mi sono stati di fondamentale aiuto, tanto una ricca bibliografia (soprattutto i recenti lavori di storici e storico-militari quali: Riccardo Caporale, Maurizio Dal Lago, Lorenzo Gardumi, Carlo Gentile, Lutz Klinkhammer, Sonia Residori, Andrea Rossi, Marco Ruzzi, Paolo Savegnago e Luca Valente), quanto l’ampio patrimonio documentale, conservato soprattutto in Archivio di Stato di Vicenza, e in particolare il Fondo Danni di guerra. Un fondo, che vista l’ampiezza (oltre 400 faldoni e 35.000 fascicoli), nessuno aveva mai consultato nella sua interezza, ma che si è dimostrato ricchissimo di dati, una vera miniera di informazioni. I grandi rastrellamenti. Le grandi operazioni di rastrellamento dell’estate ’44, sono senz’altro argomenti da rileggere e approfondire nel loro insieme. Infatti, sino ad oggi, le commemorazioni hanno tramandato la memoria solo di alcuni episodi, certamente tra i più tragici e simbolici, ma nello stesso momento hanno trasmesso una rappresentazione talora distorta, che si è riversata nella storiografia di riferimento. Così: l’Operazione “263” è passata sotto silenzio; l’Operazione “Belvedere” è diventata Malga Zonta; l’Operazione “Timpano” è ricordata in vari luoghi come operazioni militari distinte: nella Lessinia Veronese, nella Valle del Chiampo, a Piana di Valdagno e a Recoaro, ogni zona ha il suo rastrellamento; l’Operazione “Hannover” è memorizzata come la “battaglia di Granezza”; l’Operazione “Piave” è rievocata per singoli episodi tra loro slegati, come quello accaduto a Campo Croce, a Busa dee Cavare, a Carpanè, a Bassano del Grappa, a Cartigliano e via dicendo. Senza una visione d’insieme è difficile comprendere, non solo le grandi operazioni anti-partigiane, ma anche l’evolversi della “lotta alle bande”, il coinvolgimento e la trasformazione delle formazioni nazifasciste impiegate, e di quelle della Resistenza, il modificarsi delle misure adottate contro i civili, il reale numero delle vittime, dei saccheggi e delle distruzioni effettuate. Vediamo di approfondire alcune tra le operazioni più importanti avvenute nel Vicentino.
Nella Lessinia Vicentina. Il 18 agosto ‘44, a Desenzano del Garda, i responsabili SS alla lotta anti-partigiana nell’Italia nordorientale tengono un vertice durante il quale è messa a punto l’Operazione “Pauke” (Timpano). Una grande azione di rastrellamento nelle province di Brescia, Verona e Vicenza.
Di fatto, però, le operazioni anti-partigiane sono iniziate già nei primi giorni di luglio, e il loro obiettivo iniziale non è la distruzione militare delle formazioni della Resistenza armata, ma il fare “terra bruciata” attorno ai partigiani, colpendo i civili, e spezzando per mezzo del terrore, il legame che unisce Resistenza e popolazione. Infatti, tra il 3 e il 14 luglio sono ben 87 le vittime, di cui 72 i civili, 13 i partigiani e gli antifascisti fucilati, e solo 2 i partigiani caduti in combattimento. Da metà luglio e sino alla fine di agosto i tedeschi cercano ancora di evitare lo scontro con le formazioni partigiane, limitandosi ad effettuare rastrellamenti a corto raggio nelle basse valli e in pianura. Nel frattempo, però, tentano di isolare i “banditi” dalle fonti di rifornimento, e di ottenere, con ogni mezzo, informazioni sulla dislocazione e sulla consistenza delle forze partigiane. In agosto, con la cancellazione della vicina Zona libera di Posina e del Pasubio, difesa dalla Brigata “Pasubiana”, viene disgregato il Gruppo Brigate “Garemi”. Infatti, dopo l’Operazione “Belvedere”, sia la Brigata “Stella” che le formazioni dell’Altopiano dei 7 Comuni, non possono più contare, in caso di attacco, sull’appoggio logistico, tattico, e strategico della Brigata “Pasubiana”. Nei primi giorni di settembre, i tedeschi hanno contatti diretti con il comando della Brigata “Stella”, mediante finte proposte di diserzione; e nello stesso tempo offrono una falsa tregua al comandante Marozin “Vero”, della Divisione “Pasubio”, il tutto per coprire l’Operazione “Timpano” che scatta in tre tempi: – 1^ fase: dal 3 all’8 settembre; una serie di rastrellamenti interessano soprattutto l’area dei Lessini Veronesi, e puntano a disarticolare e a mettere all’angolo la Divisione “Pasubio”. – 2^ fase: dal 9 al 12 settembre, viene attaccata la Brigata “Stella”, tra la Val Chiampo e la Valle dell’Agno, con epicentro a Piana di Valdagno e Selva di Trissino. – 3^ fase: dal 12 settembre e sino alla fine del mese, in tutti i Lessini Veronesi e Vicentini, viene dato il colpo finale soprattutto alla Divisione “Pasubio”, mantenendo alto il livello di terrore tra la popolazione e la caccia ai partigiani sbandati o isolati. Nell’Altopiano dei 7 Comuni. Nell’estate del ‘44, la bella stagione, i continui rastrellamenti in pianura e nella Pedemontana, la prospettiva di una fine imminente della guerra, ha fatto salire in montagna molti giovani, disarmati e ancora del tutto impreparati alla guerriglia. Le file s’ingrossano, però i previsti lanci di rifornimenti Alleati non arrivano. I nazi-fascisti intensificano il loro lavoro di spionaggio e d’infiltrazione, tanto che i partigiani sono costretti ad attuare pesanti contromisure di autodifesa, con l’eliminazione di almeno 9 spie nazifasciste. L’Operazione “Hannover”, meglio conosciuta come la “Battaglia di Granezza” o “del Bosco Nero” del 6-7 settembre, invero, dura quasi un mese interessando gran parte dell’Altopiano dei 7 Comuni. Il 4 settembre, le truppe nazi-fasciste, in contemporanea all’ Operazione “Timpano”, iniziano una serie di rastrellamenti preparatori in tutta la Pedemontana, allo scopo di tagliare i collegamenti tra i reparti partigiani dislocati in montagna e quelli della pianura, mentre nel contempo i centri abitati dell’Altopiano vengono occupati da ingenti forze. A Granezza il grosso dei partigiani della “7 Comuni” e della “Mazzini” riescono a rompere l’accerchiamento e a sganciarsi passando tra le maglie dei rastrellatori. Anche a nord di Asiago i tedeschi non riescono a impegnare in combattimento gli altri reparti della Brigata “7 Comuni”. I nazi-fascisti, furibondi e frustrati, si scatenano in violente rappresaglie. Successivamente le operazioni anti-partigiane continuano sino alla fine del mese, anche in appoggio all’Operazione “Piave”.
Nel Massiccio e nella Pedemontana del Grappa. L’Operazione “Piave”, non è solo un’operazione militare, ma soprattutto un massacro di uomini indifesi, in gran parte partigiani combattenti che si sono arresi o consegnati spontaneamente. Sul Grappa non avviene una battaglia tra i tedeschi e partigiani decisi a resistere, ma solo alcuni scontri armati, com’è documentato dal numero esiguo di perdite in combattimento. Le forze partigiane, infatti, dopo brevi tentativi di contrastare i nazi-fascisti, abbandonano le posizioni, e in gran parte riescono a sganciarsi e a superare anche il “cordone” disposto tutt’attorno al Massiccio, trovando infine un nascondiglio sicuro in pianura.
Poiché i partigiani riescono in buona parte a sfuggire ai rastrellatori, su iniziativa del tenente delle SS Herbert Andorfer, viene messo in atto un terribile piano: “il Comando tedesco s’impegna a cancellare le pene previste per i renitenti, e ad arruolare nella Flak Italien o nell’Organizzazione Todt tutti quelli che si presentano spontaneamente”. Queste disposizioni sono diffuse con tutti i mezzi disponibili, come i manifesti murali e i megafoni. La popolazione accoglie il provvedimento come la liberazione da un incubo e i famigliari dei partigiani e dei renitenti, sfuggiti ai rastrellatori, convincono i ragazzi a uscire dai nascondigli, scongiurandoli di presentarsi spontaneamente ai comandi tedeschi o repubblichini, e in alcuni casi li accompagnano essi stessi. È un piano infame, in quanto, per alcuni giorni, in tutti i paesi della Pedemontana del Grappa, si susseguono fucilazioni e impiccagioni, mentre un numero rilevante è inviato nei lager nazisti dopo sommarie selezioni. Una carneficina, di cui ad oggi non si conosce né il nome di tutti i caduti, né il loro esatto numero. I giorni della Liberazione. Dopo la caduta della Linea Gotica, e l’attraversamento del fiume Po, i tedeschi non sono più in grado di effettuare un ordinato ripiegamento e sono anzi costretti ad abbandonare, prima del guado, ingenti quantitativi di armamento. L’ordine di ritirata verso nord ha come meta, poi dimostratasi velleitaria, la nuova linea difensiva nelle Prealpi, la Linea Blu, preceduta dal Vallo Veneto che “rappresenta lo schermo meridionale, la primissima linea di questo articolato sistema difensivo”. Nel Vicentino, la scarsa bibliografia che si è interessata dell’argomento, ha ricostruito il veloce superamento da parte americana dell’insidioso Vallo Veneto, e della tanto temuta Linea Blu, motivandola con una generica superiorità militare Alleata e per la “rotta caotica” dei tedeschi. Anche in questo caso il localismo ha nascosto la molteplicità e complessità di questi eventi.
In primo luogo, è emerso un numero impressionante di vicende belliche, che nei giorni della Liberazione hanno interessato tutto il Vicentino, da sud a nord; molte di più di quelle precedentemente conosciute. Per quanto riguarda la ritirata germanica, poi, tradizionalmente definita una “rotta caotica”, ci si è resi conto che aveva caratteristiche ben diverse da quelle tramandate. Molti reparti, probabilmente i più integri e ancora operativi, hanno seguito in gran parte itinerari prestabiliti, dividendosi in gruppi, e percorrendo arterie stradali secondarie, per poi ricongiungersi in prossimità degli imbocchi delle valli e nella pedemontana. Anche l’assistenza logistica nel corso della ritirata è risultata buona, anzi eccezionale se si considera la tragica situazione militare, con la supremazia aerea Alleata e il continuo pungolo partigiano. Spesso, i reparti in ritirata hanno trovato lungo i loro percorsi fabbricati già organizzati, sicuri e asciutti dove poter riposare, consumare un pasto caldo e nascondere i loro automezzi; posti di rifornimento e distribuzione del carburante, dei viveri e persino di pane fresco; regolari aggiornamenti via radio o con segnalazioni luminose; aiuti tecnici per le riparazioni dei mezzi o per il superamento dei ponti crollati; infine, appoggio militare in caso di attacco.
Per il Basso Vicentino, sembra emergere chiaramente che, accanto all’incalzare degli Alleati, un ruolo decisivo nel disarticolare ulteriormente le formazioni tedesche in ritirata, è stato assolto dalle formazioni territoriali della Resistenza. Infatti, pur con costi elevati in vite umane, i partigiani sono spesso riusciti ad impedire ai nazi-fascisti di installarsi, per azioni di retroguardia, nelle fortificazioni del Vallo Veneto, attaccando direttamente i reparti, sabotando i ponti e facendo da guida ai reparti Alleati avanzanti. Di tutto ciò, non si aveva memoria, se non limitatamente a singoli episodi, spesso non compresi nella loro rilevanza, quando non denigrati.
Per l’Alto Vicentino, è emerso, invece, l’esistenza di una strategia comune fra le formazioni partigiane montane e territoriali, garibaldine e autonome, spesso aiutate direttamente dalla popolazione, parroci in testa, che hanno impedito ai nazi-fascisti di salire e attestarsi nelle fortificazioni della Linea Blu, e quindi, obbligando le truppe in ritirata, a utilizzare quasi esclusivamente le valli principali, quelle del Brenta, dell’Astico e del Leogra.
Queste “azioni d’arresto”, nella maggior parte dei casi coronate da successo, hanno comportato un elevato tributo in vite umane tra i combattenti, e talvolta sono sfociate in rabbiose stragi di civili, come a Pedescala, Treschè Conca e Valle di S. Floriano.
Infine, è interessante quanto emerso sull’attività nel Vicentino del BdS-SD e della “Banda Carità”, che dopo aver eliminato il gruppo dirigente e disgregato la Resistenza di pianura, ancora a fine aprile del ’45 riesce a inserire spie in tutte le brigate partigiane della montagna, con l’obiettivo di poterle attaccare e annientare. Inquietante è così, ad esempio: – La presenza il 27 aprile a Dueville di uomini dell’intelligence nazista, nonché di un reparto di paracadutisti-SS responsabile della nota strage avvenuta in paese, e verosimilmente anche gli stessi della trappola organizzata per eliminare i comandanti della Divisione “Monte Ortigara”: Giacomo Chilesotti, Giovanni Carli e Attilio Andreeto. – Oppure, la presenza in Val d’Astico, dal 28 aprile e sino all’inizio della Strage di Pedescala e Settecà, di molti agenti del BdS-SD – “Banda Carità”. – O ancora, l’agguato mortale contro un reparto della Brigata “7 Comuni”, avvenuto il 4 maggio a Vigolo Vattaro, in Val Brenta, da parte di paracadutisti tedeschi, quasi certamente gli stessi responsabili della Strage di Pedescala e Settecà. Carlo Gentile ha scritto che nel progetto del BdS-SD, “l’Italia sarebbe stata il campo di prova di un nuovo ruolo delle organizzazioni di élite del nazionalsocialismo, un terreno nel quale dimostrare agli Alleati, “in piccolo”, come ha scritto Zimmer, la propria professionalità e l’efficacia dell’azione anti-comunista”. Un esibizione di capacità, quindi, anche se la guerra stava per finire, e l’obiettivo degli uomini del BdSSD (tra i quali Carità, ma anche Alfredo Perillo e i fratelli Caneva), rimane quello di continuare irriducibilmente a dare la caccia agli uomini della Resistenza, con “pragmatismo e professionalità”. Reparti repubblichini o collaborazionisti? L’ultimo tema di riflessione che vi propongo riguarda la classificazione dei reparti militari italiani, quei reparti che la retorica repubblichina e neo-fascista ha sempre orgogliosamente tramandato come “gli ultimi in grigioverde”, che hanno combattuto al fianco dell’alleato tedesco sino alla fine, in nome della parola data, per l’onore dell’Italia e dell’idea. La storiografia, per molti anni, non ha mai messo in dubbio, anche se con alcuni distinguo, l’idea dell’esistenza di un “esercito del duce”. Un esercito disorganizzato, diviso per bande, sottodimensionato per scarse adesioni e massicce diserzioni, ma pur sempre un esercito che avrebbe nel “duce” e nella RSI, un capo e uno stato, per, e in nome dei quali, combattere. I risultati delle ultime ricerche, però, portano a mettere in dubbio queste convinzioni, soprattutto per quanto riguarda il nostro territorio che ha rivelato una possibile specificità. Occorre premettere che alla fine di aprile del ‘44, in previsione dell’inevitabile arretramento del fronte sulla Linea Gotica, il Feldmaresciallo Albert Kesselring decide di spostare il Quartier generale Sud-Ovest e il Comando del gruppo di armate C, in pratica tutto il comando tedesco del sud Europa, da Frascati a Recoaro Terme, nel Vicentino. Non solo, ma a baluardo meridionale del Terzo Reich, i tedeschi hanno deciso di realizzare anche una nuova linea difensiva, la Linea Blu, che ha il suo epicentro proprio nel Vicentino, punto nevralgico di importanti vie di comunicazione verso la Germania. Questa particolare situazione, fa sì che il Vicentino, territorio di confine tra la Repubblica Sociale e il Terzo Reich, diventi “zona d’operazioni” tedesca, e quindi, di fatto, annesso all’Alpenvorland. Uno sconfinamento che sarebbe confermato anche dall’inserimento di tutta la fascia montana Vicentina, città di Vicenza compresa, all’interno della cintura di protezione del Settore di sicurezza istituito da Wolff nel giugno-luglio ’44. Una specificità tutta Vicentina, che può aver accelerato, più che altrove, quella che sembra una progressiva nazificazione del partito fascista repubblicano, e di molti suoi reparti militari e d’intelligence. Le “Forze Armate” di Salò e il Vicentino. Un esercito, per chiamarsi tale, deve avere almeno una sua organicità e una sua autonomia logistica, tattica, e strategica. La necessaria cooperazione militare tra alleati, ha il fine di ottimizzare e coordinare le rispettive forze.
Ma tutto ciò non sembra riscontrabile, almeno nel Vicentino, nei rapporti tra Terzo Reich e Repubblica Sociale. Alcuni esempi: – Tutta la logistica è in mano tedesca, così come l’industria militarizzata, e quanto rimane dei magazzini del Regio Esercito. – Nella Divisione alpina “Monterosa”, in cui ha militato la gran parte dei vicentini arruolati forzatamente, è presente un “nucleo di collegamento”, il DVK, dove elementi tedeschi sono presenti oltre che nel Comando di Divisione, anche in tutti i comandi inferiori (reggimenti, battaglioni e compagnie), sino ad avere un ruolo di comando effettivo nei plotoni. Sembra proprio che le truppe del “duce”, come quelle ungheresi, croate, o slovacche, siano marginali nelle strategie naziste e in tal modo trattate dal punto di vista militare. – Non solo la “Monterosa”, ma anche altre unità della RSI vengono frazionate per battaglioni e compagnie, inframezzate ad unità tedesche, e utilizzate essenzialmente nell’attività anti-partigiana. Altri reparti, invece, completamente disarmati, sono impiegati come manovalanza per la Todt. È il caso ad esempio del 119° Battaglione Genio Militare, dipendente dal 26° Comando Militare Provinciale di Vicenza, che partito da Schio l’8 marzo ’44, è destinato a Navelli (AQ) per realizzare le fortificazioni della nuova “Linea Caesar”. È un reparto militare, ma completamente disarmato: “niente di militare, solo piccone e pala”.
La Guardia Nazionale Repubblicana. La Guardia Nazionale, che inizialmente dovrebbe unire sotto il diretto controllo dell’ex Milizia fascista, tutte le altre polizie (Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale, Polizia dell’Africa Italiana), anche nel Vicentino nella primavera-estate del ’44 perde definitivamente il controllo del territorio e il suo ruolo nella lotta anti-partigiana. Questo avviene per tre motivi principali: – La crisi politico-organizzativa interna; – Il trasferimento forzato di migliaia di militi italiani della Guardia Nazionale alla Flak tedesca (ad esempio, dal territorio vicentino partono per la Germania centinaia di ex Carabinieri; come da Asiago, partono i giovani del Legione “Mussolini”, e da Vicenza la Compagnia Provinciale della Guardia Giovanile Legionaria, assorbite entrambe dalla Flak Italien); – E infine, i suoi reparti anti-partigiani d’élite, quali ad esempio la Legione “Cacciatori degli Appennini”, posti a completa disposizione della SS Polizei.
Ad anticipare, e di fatto a formalizzare la crisi della Guardia Nazionale, ci pensano ancora i tedeschi. Nel Vicentino, fino al maggio ‘44 le operazioni anti-partigiane sono attuate dalle truppe germaniche con alcuni reparti logistici di presidio, in addestramento, o in riposo dal fronte, organizzati in Unità d’allarme e in Comandi caccia. Il grosso del lavoro di controllo del territorio, di spionaggio e di anti-guerriglia, è svolto soprattutto dai reparti della Repubblica Sociale, quali le Squadre d’Azione, la Polizia Ausiliaria e la Guardia Nazionale. Ora però, l’espansione delle formazioni partigiane comincia ad impensierire i Comandi germanici, che nel contempo considerano i reparti repubblichini incapaci di gestire la situazione.
Nel giugno del ’44, sono quindi direttamente i tedeschi ad organizzare e gestire l’Operazione “263”, una serie di azioni di rastrellamento che interessano il Massiccio del Pasubio e le sue valli, l’Altopiano dei 7 Comuni e la Lessinia Veronese e Vicentina. Ma anche in questa occasione, l’organizzazione militare nazifascista si dimostra alla lunga inefficace nel fronteggiare la guerriglia partigiana.
Nel luglio ‘44, da parte tedesca scatta allora un ulteriore giro di vite, preceduto da una riorganizzazione della “lotta alle bande”: il territorio viene diviso in “Settori di sicurezza”, affidati a “Comandanti di sicurezza”, unici responsabili locali della contro-guerriglia. La Repubblica Sociale è definitivamente estromessa dalla gestione della “lotta alle bande”, e i suoi reparti, già posti a completa disposizione dei “Comandanti di sicurezza”, appaiono di fatto diventare sempre più reparti ausiliari dalla SS-Polizai. Infatti, se negli ex territori italiani annessi al Terzo Reich, la formazione dei Reggimenti di Polizia Tirolesi, dei reparti del Corpo di Sicurezza Trentino e della Milizia della Difesa Territoriale friulana, ricalcano il modello delle unità di polizia regolari tedesche, nel territorio della RSI i tedeschi agiscono diversamente,
e il loro orientamento generale è quello, già sperimentato sul fronte orientale, delle Waffen-SS e della Polizia ausiliaria, ma con alcune differenze: 1. La costituzione o l’assorbimento da parte tedesca di reparti formati da italiani, e che operano in attività anti-partigiana nel territorio ufficialmente sotto l’amministrazione dalla Repubblica Sociale, sono essenzialmente di due tipi: – Le SS italiane, che sono reparti regolari tedeschi delle Waffen-SS, formate da volontari “di etnia straniera”; – e le Polizie ausiliarie, che sono reparti dipendenti dalla SS-Polizai e sono, o reparti costituiti direttamente dai tedeschi, o ex reparti della Repubblica Sociale, poi assorbiti. 2. Diversamente dalle altre Waffen-SS e Polizie ausiliarie, i reparti italiani hanno in gran parte ufficiali e sottufficiali italiani, mantengono spesso il loro nome d’origine, o hanno un doppio nome. Nel Vicentino, oltre alle SS Italiane, operano le seguenti formazioni ausiliarie: 1° Btg. Volontari Italiani “Ettore Muti”; 1° Btg. Bersaglieri Volontari “Benito Mussolini”; Compagnia “difesa impianti” di Bassano, e il suo Distaccamento di Asiago; 40° Btg. Mobile “Verona”; Legione “Cacciatori degli Appennini”, Legione “Tagliamento” e la Decima Mas. Anche il BdS-SD, cioè il Servizio dell’intelligence nazista, assorbe unità prima della Repubblica Sociale. È il caso del Reparto Servizi Speciali della Guardia Nazionale di Firenze, più conosciuto come la “Banda Carità”, che almeno dal gennaio ’45 diventa ufficialmente un reparto nazista dal BdS-SD, denominato “Reparto speciale italiano”. I componenti del suo comando, anche se italiani, non sono solo dei collaborazionisti, ma, come ha documentato Carlo Gentile, sono a tutti gli effetti dirigenti del BdS-SD, e quindi quadri della nuova élite nazional-socialista fattasi ormai internazionale. La “Banda Carità”, giunta in Veneto, ha assorbito alcuni “Uffici Politico Investigativi” (UPI) della Guardia Nazionale, trasformandoli in sue sezioni staccate, come a Padova, Vicenza e Este; gli altri UPI diventano direttamente sedi dal BdS-SD, come Bassano e Schio. Nel tempo, il BdS-SD e la “Banda Carità”, oltre a inglobare il Servizio di intelligence delle SS italiane di Villa Cabianca a Longa di Schiavon, assorbono anche tutti gli altri organismi già repubblichini, come il “Plotone Arditi”, cioè la “Squadra politica” della Polizia Ausiliaria di Vicenza, la “Banda Fiore” del Sottosegretariato alla Marina di Montecchio Maggiore, la “Banda Bertozzi” della X^ Mas, e il “Reparto Azzurro” del Sottosegretariato all’Aeronautica di Bassano del Grappa. A completare il quadro Vicentino, nella primavera del ’45, ci sarebbe persino l’adesione alle SS della 22^ Brigata Nera di Vicenza: almeno così si potrebbe ipotizzare viste le decine di documenti che parlano di brigatisti che hanno aderito “alle SS della Federazione”.


La catena di comando nelle stragi nazi-fasciste: il caso della Valle dell’Agno Relazione del prof. Maurizio Dal Lago del Direttivo Istrevi.

Mi sembrano almeno tre le ragioni che fanno della Valle dell’Agno un’area particolarmente adatta a verificare il tipo di indagine illustrato dal prof. Pezzino.
In primo luogo il numero delle vittime che le stragi vi hanno causato: quasi 130 persone. Delle quali 85 nelle tre maggiori operazioni anti-partigiane avvenute tra giugno e settembre 1944 e almeno 25 durante i giorni della Liberazione.
In secondo luogo per la quantità e la qualità delle truppe e delle strutture politiche ivi presenti. Se facciamo data al settembre 1944, vediamo infatti che nella Valle dell’Agno sono dislocati: a) a Recoaro il Comando supremo del Gruppo di Armate C del feldmaresciallo Albert Kesselring, forte di 1.500 uomini; a Valdagno circa quattrocento uomini dell’11° reparto trasmissioni della Luftwaffe con presidi in tutti i sei comuni della valle e con una scuola per radiotelegrafisti basata a Brogliano; b) sempre a Valdagno il reparto LK 700, i Cacciatori del mare, con una sessantina di incursori subacquei dipendenti dall’Abwer, il servizio segreto militare tedesco. In totale quasi duemila soldati tedeschi. A Valdagno, inoltre:
1 – È stata trasferita la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno in cui operano più di 300 funzionari e duecento poliziotti della Rsi. Tra i materiali trasportati da Roma c’è l’archivio dell’Ovra. 2 – Sempre a Valdagno sono in addestramento circa ottanta incursori subacquei, gli uomini Gamma della X Mas, comandati dal tenebte di Vascello Eugenio Wolk che ha come vice la medaglia d’oro Luigi Ferraro. Essi si alternano nella locale piscina coperta con gli uomini dell’LK 700. 3 – È operativa la 4a compagnia “Turcato”, appartenente alla 22a Brigata Nera “Faggion”. 4 – All’imbocco della valle è stato allestito un campo trincerato a presidio delle direzioni generali del Sottosegretariato alla Marina trasferite da Vicenza a Montecchio Maggiore nel giugno di quell’anno. Il campo trincerato è difeso da circa 200 marinai. Lo comanda il capitano di corvetta Contreas.
Teniamo presente, inoltre, che nell’estate e nell’autunno del 1944 la Todt controlla e manda al lavoro coatto un migliaio di uomini della valle, insieme alle altre migliaia della provincia, per scavare il Vallo veneto nel basso vicentino e per fortificare la Blaue Linie sulle Piccole Dolimiti. Se sommiamo tutti questi fattori comprendiamo quanto fosse particolarmente difficile e pericoloso fare Resistenza in questa valle in cui, nonostante gli ostacoli appena elencati, la lotta armata si sviluppò grazie principalmente a una delle migliori formazioni partigiane vicentine, la “Stella”, inquadrata nel gruppo di brigate “Garemi”.
In terzo luogo perché, grazie anche a molti documenti tedeschi, è possibile: a) individuare le unità tedesche e fasciste che fecero le stragi; b) dare quasi sempre un nome agli ufficiali che ne costituivano la catena di comando; c) analizzare le diverse modalità con le quali le stragi vennero preparate e portate a termine, vale a dire attraverso rastrellamenti, rappresaglie e singole esecuzioni.
Ma comincerei da due fatti forse unici, cioè da un rastrellamento e da una rappresaglia entrambi senza vittime. Mi riferisco al primo rastrellamento nazifascista avvenuto nella valle, quello di Malga Campetto del 1417 febbraio 1944. Tedeschi e fascisti, forse 500, salgono da Fongara e da Campodalbero e cercano di accerchiare sul crinale delle valli dell’Agno e del Chiampo, a 1.500 di altitudine, 26 partigiani, il nucleo storico da cui si svilupperà la Garemi. Avvertiti in tempo, una parte dei partigiani tiene impegnati gli assalitori per alcune ore permettendo agli altri di sganciarsi; poi si sganciano essi stessi senza perdite. Si può ragionevolmente affermare che almeno una parte dei soldati tedeschi appartenessero al reparto della Luftwaffe allora comandato dal tenente colonnello Fritz von Trippe, originario di Delitzsch, in Sassonia. Non so indicare la provenienza precisa dei fascisti. La rappresaglia senza uccisioni, ma che portò alla distruzione di tre contrade di Recoaro, fu quella del 27 aprile: tre giorni prima i partigiani avevano ucciso un soldato della Luftwaffe in contrada Storti. Il cadavere fu ritrovato il 26 e subito il maggiore Ludwig Diebold, un ingegnere viennese nuovo comandante del reparto, ordinò la distruzione della contrada Storti e delle due contermini, Cornale e Pace. Il giorno dopo, soldati tedeschi dell’11° reparto trasmissioni affiancati da soldati italiani accasermati nel centro termale bruciarono quasi tutte le 92 case delle tre contrade lasciando senza un tetto gran parte dei 517 abitanti.
Le cose cambiarono in maggio e soprattutto in giugno. In maggio, con le formazioni partigiane ormai pienamente operative, Kesselring aveva assicurato i comandi periferici che mai avrebbe punito “gli interventi eccessivamente drastici” contro i partigiani, mentre avrebbe punito “i comandanti deboli e indecisi”. In questo modo Kesselring non faceva altro che applicare la “Direttiva di combattimento per la lotta alle bande dell’Est” emanata dal Comando supremo della Wehrmacht l’11 novembre 1942 e resa ancora più spietata dall’ordine di Hitler del successivo 16 dicembre, ordine che cancellava dal codice penale militare tedesco il concetto stesso di crimine di guerra. La rappresaglia doveva essere fatta immediatamente, e nel luogo stesso in cui soldati tedeschi fossero stati assaliti; essa non veniva fatta per colpire i partigiani ma per terrorizzare la popolazione e fare terra bruciata
intorno ai “banditi”. Perciò quanto più fosse apparsa ingiusta, colpendo persone del tutto innocenti, tanto più sarebbe stata efficace. L’11 giugno, pochi giorni dopo la liberazione di Roma e lo sbarco in Normandia, se ne ebbe l’esempio nella più sanguinosa rappresaglia tedesca avvenuta in valle, quella di Borga di Fongara. Il maggiore Diebold subito dopo essere stato informato che i partigiani avevano ucciso in contrada Borga di Recoaro il marinaio Hermann Georges, uno degli incursori subacquei dell’LK700, ordinò al suo aiutante, il tenente Joseph Stey, un tipografo di Marburgo, di salire a Borga con gli uomini dello Jagdkommando del reparto e di applicare le direttive di Hitler e di Kesselring. Diede lo stesso ordine al tenente di vascello Herbert Wolsh, di Düsseldorf, responsabile dell’LK 700. Nel giro di due ore a Borga arrivarono circa quaranta soldati che uccisero i diciassette uomini della contrada, tutti innocenti, e dettero fuoco alle case. Tra i diciassette c’erano anche quattro fratelli, i fratelli Cailotto. Anche l’uccisione dei Sette martiri avvenuta a Valdagno tre settimane dopo, fu una rappresaglia ma venne concepita e portata a termine con modalità opposte a quelle usate a Borga, a riprova che i comandi periferici potevano e sapevano adattarsi ai luoghi e alle circostanze. Infatti essa non venne fatta alla Ghisa, poco a Nord di Montecchio, dove una pattuglia della “Stella” aveva ucciso il tenente Walter Führ e ferito gravemente il maresciallo Ernst Utz, ma in centro a Valdagno: e questo non solo perché i due appartenevano al reparto di stanza nel centro laniero, ma perché il maggiore Diebold decise che questa volta si doveva colpire la resistenza politica, oltreché terrorizzare la popolazione. Non a caso le vittime, che nulla avevano a che fare con lo scontro della Ghisa, furono scelte una ad una da un elenco di antifascisti, o presunti tali, preparato da tempo dai fascisti locali che furono incaricati anche di arrestare e di consegnare le persone al Comando tedesco. I fascisti valdagnesi ubbidirono ma subito dopo vennero esclusi da ogni ulteriore decisione. La condanna a morte fu decisa dal maggiore Diebold, che ordinò al capitano Arthur Sackel di procedere ai preparativi e al tenente Stey di comandare il plotone di esecuzione. I sette, vennero fucilati davanti a tutti gli ufficiali e alla truppa schierati.
Dove tedeschi e fascisti combatterono fianco a fianco, ma con i secondi sempre gerarchicamente dipendenti dai primi, fu il 9 settembre nel rastrellamento di Piana di Valdagno e di Selva di Trissino. Questo, come è noto, rientrava in una vasta e complessa operazione militare, l’operazione “Pauke”, e aveva lo scopo di annientare le formazioni partigiane di montagna, così come gli altri rastrellamenti avvenuti in provincia in quel tragico settembre, per mantenere libere le vie di comunicazione con il Reich e nello stesso tempo per garantire la fortificazione in sicurezza della Blaue Linie. Per quanto riguarda le unità che il 9 settembre operarono sul versante valdagnese, vi fu il sempre presente 11° reparto trasmissioni della Luftwaffe affiancato dalle tre compagnie del 63° Battaglione della Legione “Tagliamento” comandato dal maggiore Giuseppe Ragonese, il temibile Ost-Bataillon 263 comandato dal capitano Fritz Buschmeyer, la 4a compagnia “Turcato” comandata dal trissinese Emilio Tomasi. Non ci sono documenti che comprovino la partecipazione al rastrellamento dei due reparti di incursori subacquei presenti a Valdagno. Da segnalare che gli ordini di combattimento alle compagnie del 63° Battaglione della Tagliamento, acquartierate per l’occasione a Recoaro, furono trasmessi dal capitano Etschmann, responsabile del presidio tedesco del centro termale, che a sua volta li aveva ricevuti dal Comando di Valdagno. È probabile, ma a mio avviso non pienamente certo, che la catena di comando facesse capo al Gruppo di Comando dell’Oberfüher Karl-Heinz Bürger che diresse la parte di rastrellamento del 12-16 settembre contro la Pasubio di Marozin nella val del Chiampo. Certamente alla Piana un ruolo determinante lo ebbe il maggiore Diebold perché il sottufficiale che aveva finto di passare dalla parte della “Stella” apparteneva al suo reparto e perché era stato lo stesso Diebold a organizzare e a dirigere il rastrellamento su Castelvecchio e Marana del 5-12 luglio 1944. Il rastrellamento della Piana-Selva di Trissino del 9 settembre provocò la strage nazifascista più sanguinosa della Valle: 41 partigiani e 20 civili uccisi dall’alba al tramonto. Nei mesi successivi, con la “Pasubio” annientata e la “Stella” in grave crisi, i tedeschi della valle non ebbero motivo di fare altri rastrellamenti né rappresaglie come quella di Borga ma non disdegnarono esecuzioni singole, come quella del partigiano Giovanni Soldà nel dicembre 1944, ordinata sempre da Diebold, e come quella del tenente pilota statunitense Lee Antony McAllister il 10 gennaio 1945, questa
eseguita da agenti della polizia del Comando del Gruppo d’armate C stanziato a Recoaro, ordinata quindi da livelli gerarchici molto elevati. Parallelamente aumentarono le operazioni autonome dei brigatisti della 4a compagnia “Antonio Turcato” sempre comandati da Emilio Tomasi. Esse sono caratterizzate da un crescendo di brutalità e spietatezza, tipiche della guerra civile. Il 21 dicembre essi uccisero due partigiani sulle pendici del monte Civillina; cinque giorni dopo torturano e uccisero a Valdagno “Cerino”, Antonio Urbani; nella loro sede di Palazzo Festari torturavano e violentavano le staffette partigiane. Ma la loro azione più efferata fu quella condotta in contrada “Grilli” di Quargnenta il 20 febbraio 1945. Là massacrarono nel modo più bestiale cinque partigiani. La loro ultima azione risale al 26 marzo 1945 a Selva di Trissino dove, su ordine del Tomasi, vennero fucilati in piazza tre partigiani ed Ettore Peghin, conoscente del Tomasi ma padre del partigiano “Claudio”, Pietro Peghin.
Almeno per la Valle dell’Agno è finora impossibile individuare i molti reparti tedeschi che la attraversarono tra il 26 aprile e il 2 maggio credendo di trovare il Comando supremo ancora a Recoaro, mentre von Vietinghoff era arretrato a Bolzano già il 24 aprile. Coloro che in quei giorni provocarono le 25 vittime, civili e partigiani, non hanno dunque nome. Sappiamo solo quale fu l’ultima vittima della valle: Luigi Cracco, ucciso a Castelvecchio di Valdagno da una pattuglia di 17 paracadutisti tedeschi il due maggio, qualche ora prima della fine della guerra in Italia.

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