L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia 1943/1945 – Il Vicentino

Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia  e l’ Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Provincia di Vicenza “Ettore Gallo”

www.straginazifasciste.it

Convegno:

ATLANTE DELLE STRAGI NAZISTE E FASCISTE IN ITALIA NEL 1943 – 45 La MAPPA DEL VICENTINO

Vicenza, 26 aprile 2016 – Sala Stucchi di Palazzo Trissino

Premessa:
Nel 2009 il governo italiano e quello della Repubblica Federale Tedesca hanno insediato una Commissione storica congiunta (composta da 5 membri tedeschi e 5 membri italiani) con il mandato di elaborare un’analisi critica della storia e dell’esperienza comune durante la seconda guerra mondiale, così da contribuire alla creazione di una nuova cultura della memoria. A seguito delle raccomandazioni avanzate dalla Commissione nel dicembre 2012 a conclusione dei suoi lavori, il Governo della Repubblica Federale Tedesca si è impegnato a finanziare una serie di iniziative tese a valorizzare la storia e la memoria dei rapporti fra i due paesi nel corso del conflitto, con l’istituzione presso il Ministero federale degli affari esteri di un “Fondo italo-tedesco per il futuro”. Rientra fra queste iniziative la presente ricerca, promossa in collaborazione dall’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (INSMLI) e dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI), che ha permesso di definire un quadro completo degli episodi di violenza contro i civili commessi dall’esercito tedesco e dai suoi alleati fascisti in Italia tra il 1943 e il 1945. L’Atlante delle stragi naziste e fasciste – che raccoglie i risultati della ricerca condotta – si compone di una banca dati e dei materiali di corredo (documentari, iconografici, video) correlati agli episodi censiti, ospitati all’interno del sito web. Nella banca dati sono state catalogate e analizzate tutte le stragi e le uccisioni singole di civili e partigiani uccisi al di fuori dello scontro armato, commesse da reparti tedeschi e della Repubblica Sociale Italiana in Italia dopo l’8 settembre 1943, a partire dalle prime uccisioni nel Meridione fino alle stragi della ritirata eseguite in Piemonte, Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige nei giorni successivi alla liberazione. L’elaborazione su base cronologica e geografica dell’insieme dei dati censiti ha consentito la definizione di una ‘cronografia della guerra nazista in Italia’, che mette in correlazione modalità, autori, tempi e luoghi della violenza contro gli inermi sul territorio nazionale. L’indagine storica è stata condotta a livello locale da un gruppo di oltre 90 ricercatori, che si è avvalso – oltre che dei risultati delle precedenti stagioni di ricerca, relativi in particolare a Puglia, Campania, Toscana, Emilia Romagna e Piemonte – di tre serie di fonti comuni a livello nazionale: la banca dati degli episodi di violenza sui civili compiuti durante l’occupazione tedesca in Italia, elaborata dalla Commissione storica italo-tedesca sulla base delle relazioni dei carabinieri reperite presso l’Archivio dell’ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito e l’Archivio storico dei carabinieri di Roma; il Registro generale delle denunce per crimini di guerra raccolte a partire dal 1945 presso la Procura Generale Militare di Roma (illegalmente archiviate nel 1960), reperito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento dei fascicoli relativi a crimini nazifascisti (XIV Legislatura); le sentenze e i fascicoli dei procedimenti giudiziari dibattuti presso i Tribunali militari nel corso dell’ultima stagione processuale (dal 1994 ad oggi). I risultati dell’indagine hanno permesso di censire oltre 5000 episodi, inseriti nella banca dati, per ognuno dei quali è stata ricostruita la dinamica degli eventi, inserita nello specifico contesto territoriale e nelle diverse fasi di guerra, e accertata l’identità delle vittime e degli esecutori (quando possibile). A partire da alcune acquisizioni storiografiche consolidate – la presenza di un sistema degli ordini che legittima la violenza sui civili; i massacri come prodotto di un’ideologia espansionistica di stampo razziale, quella nazista, che mira a destrutturare i confini geografici e la dimensione sociale dell’Europa – la ricerca ha posto in evidenza l’intreccio fra le violenze perpetrate contro la popolazione inerme e gli obiettivi che l’esercito tedesco si poneva nei diversi tempi e spazi della guerra in Italia. Fra questi, la lotta contro gruppi
di resistenza armata, considerati – in particolare quelli di matrice comunista – promotori di una guerra per bande illegittima e irregolare, che non si faceva scrupolo di utilizzare quali soggetti attivi dello scontro donne e bambini; le campagne di punizione degli oppositori politici; il disegno di sfruttamento delle risorse umane ed economiche, attuato attraverso i rastrellamenti e la deportazione di civili inviati al lavoro coatto; le operazioni di ripulitura del territorio in prossimità delle linee difensive e dei percorsi della ritirata; il rapporto di collaborazione con uomini e strutture repressive e amministrative della Repubblica sociale, a volte protagonisti di una propria autonoma strategia stragista.

La schedatura delle stragi vicentine: riletture, sorprese e problemi metodologici. Relazione di Pierluigi Dossi del Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino e tra i curatori delle schede sulle stragi.

L’eccezionale possibilità di collaborare per il Vicentino, assieme al dott. Piero Casentini e al prof. Sergio Laverda, a L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, è stata un’ottima occasione anche per esaminare gli avvenimenti locali, durante la Guerra di Liberazione, nel loro insieme. Uno spaziare oltre i localismi, che ha consentito di poter rileggere molti fatti, e di individuare ulteriori filoni di approfondimento e studio, sino ad oggi lasciati ai margini. In un bilancio complessivo, limiti di questo lavoro sono stati, il poco tempo a disposizione, e talvolta il mancato confronto con i ricercatori delle province limitrofe, non solo sul piano metodologico, ma anche sull’analisi delle vicende che hanno interessato contemporaneamente territori contermini. Per contro, nella comprensione e nell’approfondimento di molte vicende Vicentine, e quindi, delle relative riflessioni e considerazioni che, in parte, oggi vi propongo, mi sono stati di fondamentale aiuto, tanto una ricca bibliografia (soprattutto i recenti lavori di storici e storico-militari quali: Riccardo Caporale, Maurizio Dal Lago, Lorenzo Gardumi, Carlo Gentile, Lutz Klinkhammer, Sonia Residori, Andrea Rossi, Marco Ruzzi, Paolo Savegnago e Luca Valente), quanto l’ampio patrimonio documentale, conservato soprattutto in Archivio di Stato di Vicenza, e in particolare il Fondo Danni di guerra. Un fondo, che vista l’ampiezza (oltre 400 faldoni e 35.000 fascicoli), nessuno aveva mai consultato nella sua interezza, ma che si è dimostrato ricchissimo di dati, una vera miniera di informazioni. I grandi rastrellamenti. Le grandi operazioni di rastrellamento dell’estate ’44, sono senz’altro argomenti da rileggere e approfondire nel loro insieme. Infatti, sino ad oggi, le commemorazioni hanno tramandato la memoria solo di alcuni episodi, certamente tra i più tragici e simbolici, ma nello stesso momento hanno trasmesso una rappresentazione talora distorta, che si è riversata nella storiografia di riferimento. Così: l’Operazione “263” è passata sotto silenzio; l’Operazione “Belvedere” è diventata Malga Zonta; l’Operazione “Timpano” è ricordata in vari luoghi come operazioni militari distinte: nella Lessinia Veronese, nella Valle del Chiampo, a Piana di Valdagno e a Recoaro, ogni zona ha il suo rastrellamento; l’Operazione “Hannover” è memorizzata come la “battaglia di Granezza”; l’Operazione “Piave” è rievocata per singoli episodi tra loro slegati, come quello accaduto a Campo Croce, a Busa dee Cavare, a Carpanè, a Bassano del Grappa, a Cartigliano e via dicendo. Senza una visione d’insieme è difficile comprendere, non solo le grandi operazioni anti-partigiane, ma anche l’evolversi della “lotta alle bande”, il coinvolgimento e la trasformazione delle formazioni nazifasciste impiegate, e di quelle della Resistenza, il modificarsi delle misure adottate contro i civili, il reale numero delle vittime, dei saccheggi e delle distruzioni effettuate. Vediamo di approfondire alcune tra le operazioni più importanti avvenute nel Vicentino.
Nella Lessinia Vicentina. Il 18 agosto ‘44, a Desenzano del Garda, i responsabili SS alla lotta anti-partigiana nell’Italia nordorientale tengono un vertice durante il quale è messa a punto l’Operazione “Pauke” (Timpano). Una grande azione di rastrellamento nelle province di Brescia, Verona e Vicenza.
Di fatto, però, le operazioni anti-partigiane sono iniziate già nei primi giorni di luglio, e il loro obiettivo iniziale non è la distruzione militare delle formazioni della Resistenza armata, ma il fare “terra bruciata” attorno ai partigiani, colpendo i civili, e spezzando per mezzo del terrore, il legame che unisce Resistenza e popolazione. Infatti, tra il 3 e il 14 luglio sono ben 87 le vittime, di cui 72 i civili, 13 i partigiani e gli antifascisti fucilati, e solo 2 i partigiani caduti in combattimento. Da metà luglio e sino alla fine di agosto i tedeschi cercano ancora di evitare lo scontro con le formazioni partigiane, limitandosi ad effettuare rastrellamenti a corto raggio nelle basse valli e in pianura. Nel frattempo, però, tentano di isolare i “banditi” dalle fonti di rifornimento, e di ottenere, con ogni mezzo, informazioni sulla dislocazione e sulla consistenza delle forze partigiane. In agosto, con la cancellazione della vicina Zona libera di Posina e del Pasubio, difesa dalla Brigata “Pasubiana”, viene disgregato il Gruppo Brigate “Garemi”. Infatti, dopo l’Operazione “Belvedere”, sia la Brigata “Stella” che le formazioni dell’Altopiano dei 7 Comuni, non possono più contare, in caso di attacco, sull’appoggio logistico, tattico, e strategico della Brigata “Pasubiana”. Nei primi giorni di settembre, i tedeschi hanno contatti diretti con il comando della Brigata “Stella”, mediante finte proposte di diserzione; e nello stesso tempo offrono una falsa tregua al comandante Marozin “Vero”, della Divisione “Pasubio”, il tutto per coprire l’Operazione “Timpano” che scatta in tre tempi: – 1^ fase: dal 3 all’8 settembre; una serie di rastrellamenti interessano soprattutto l’area dei Lessini Veronesi, e puntano a disarticolare e a mettere all’angolo la Divisione “Pasubio”. – 2^ fase: dal 9 al 12 settembre, viene attaccata la Brigata “Stella”, tra la Val Chiampo e la Valle dell’Agno, con epicentro a Piana di Valdagno e Selva di Trissino. – 3^ fase: dal 12 settembre e sino alla fine del mese, in tutti i Lessini Veronesi e Vicentini, viene dato il colpo finale soprattutto alla Divisione “Pasubio”, mantenendo alto il livello di terrore tra la popolazione e la caccia ai partigiani sbandati o isolati. Nell’Altopiano dei 7 Comuni. Nell’estate del ‘44, la bella stagione, i continui rastrellamenti in pianura e nella Pedemontana, la prospettiva di una fine imminente della guerra, ha fatto salire in montagna molti giovani, disarmati e ancora del tutto impreparati alla guerriglia. Le file s’ingrossano, però i previsti lanci di rifornimenti Alleati non arrivano. I nazi-fascisti intensificano il loro lavoro di spionaggio e d’infiltrazione, tanto che i partigiani sono costretti ad attuare pesanti contromisure di autodifesa, con l’eliminazione di almeno 9 spie nazifasciste. L’Operazione “Hannover”, meglio conosciuta come la “Battaglia di Granezza” o “del Bosco Nero” del 6-7 settembre, invero, dura quasi un mese interessando gran parte dell’Altopiano dei 7 Comuni. Il 4 settembre, le truppe nazi-fasciste, in contemporanea all’ Operazione “Timpano”, iniziano una serie di rastrellamenti preparatori in tutta la Pedemontana, allo scopo di tagliare i collegamenti tra i reparti partigiani dislocati in montagna e quelli della pianura, mentre nel contempo i centri abitati dell’Altopiano vengono occupati da ingenti forze. A Granezza il grosso dei partigiani della “7 Comuni” e della “Mazzini” riescono a rompere l’accerchiamento e a sganciarsi passando tra le maglie dei rastrellatori. Anche a nord di Asiago i tedeschi non riescono a impegnare in combattimento gli altri reparti della Brigata “7 Comuni”. I nazi-fascisti, furibondi e frustrati, si scatenano in violente rappresaglie. Successivamente le operazioni anti-partigiane continuano sino alla fine del mese, anche in appoggio all’Operazione “Piave”.
Nel Massiccio e nella Pedemontana del Grappa. L’Operazione “Piave”, non è solo un’operazione militare, ma soprattutto un massacro di uomini indifesi, in gran parte partigiani combattenti che si sono arresi o consegnati spontaneamente. Sul Grappa non avviene una battaglia tra i tedeschi e partigiani decisi a resistere, ma solo alcuni scontri armati, com’è documentato dal numero esiguo di perdite in combattimento. Le forze partigiane, infatti, dopo brevi tentativi di contrastare i nazi-fascisti, abbandonano le posizioni, e in gran parte riescono a sganciarsi e a superare anche il “cordone” disposto tutt’attorno al Massiccio, trovando infine un nascondiglio sicuro in pianura.
Poiché i partigiani riescono in buona parte a sfuggire ai rastrellatori, su iniziativa del tenente delle SS Herbert Andorfer, viene messo in atto un terribile piano: “il Comando tedesco s’impegna a cancellare le pene previste per i renitenti, e ad arruolare nella Flak Italien o nell’Organizzazione Todt tutti quelli che si presentano spontaneamente”. Queste disposizioni sono diffuse con tutti i mezzi disponibili, come i manifesti murali e i megafoni. La popolazione accoglie il provvedimento come la liberazione da un incubo e i famigliari dei partigiani e dei renitenti, sfuggiti ai rastrellatori, convincono i ragazzi a uscire dai nascondigli, scongiurandoli di presentarsi spontaneamente ai comandi tedeschi o repubblichini, e in alcuni casi li accompagnano essi stessi. È un piano infame, in quanto, per alcuni giorni, in tutti i paesi della Pedemontana del Grappa, si susseguono fucilazioni e impiccagioni, mentre un numero rilevante è inviato nei lager nazisti dopo sommarie selezioni. Una carneficina, di cui ad oggi non si conosce né il nome di tutti i caduti, né il loro esatto numero. I giorni della Liberazione. Dopo la caduta della Linea Gotica, e l’attraversamento del fiume Po, i tedeschi non sono più in grado di effettuare un ordinato ripiegamento e sono anzi costretti ad abbandonare, prima del guado, ingenti quantitativi di armamento. L’ordine di ritirata verso nord ha come meta, poi dimostratasi velleitaria, la nuova linea difensiva nelle Prealpi, la Linea Blu, preceduta dal Vallo Veneto che “rappresenta lo schermo meridionale, la primissima linea di questo articolato sistema difensivo”. Nel Vicentino, la scarsa bibliografia che si è interessata dell’argomento, ha ricostruito il veloce superamento da parte americana dell’insidioso Vallo Veneto, e della tanto temuta Linea Blu, motivandola con una generica superiorità militare Alleata e per la “rotta caotica” dei tedeschi. Anche in questo caso il localismo ha nascosto la molteplicità e complessità di questi eventi.
In primo luogo, è emerso un numero impressionante di vicende belliche, che nei giorni della Liberazione hanno interessato tutto il Vicentino, da sud a nord; molte di più di quelle precedentemente conosciute. Per quanto riguarda la ritirata germanica, poi, tradizionalmente definita una “rotta caotica”, ci si è resi conto che aveva caratteristiche ben diverse da quelle tramandate. Molti reparti, probabilmente i più integri e ancora operativi, hanno seguito in gran parte itinerari prestabiliti, dividendosi in gruppi, e percorrendo arterie stradali secondarie, per poi ricongiungersi in prossimità degli imbocchi delle valli e nella pedemontana. Anche l’assistenza logistica nel corso della ritirata è risultata buona, anzi eccezionale se si considera la tragica situazione militare, con la supremazia aerea Alleata e il continuo pungolo partigiano. Spesso, i reparti in ritirata hanno trovato lungo i loro percorsi fabbricati già organizzati, sicuri e asciutti dove poter riposare, consumare un pasto caldo e nascondere i loro automezzi; posti di rifornimento e distribuzione del carburante, dei viveri e persino di pane fresco; regolari aggiornamenti via radio o con segnalazioni luminose; aiuti tecnici per le riparazioni dei mezzi o per il superamento dei ponti crollati; infine, appoggio militare in caso di attacco.
Per il Basso Vicentino, sembra emergere chiaramente che, accanto all’incalzare degli Alleati, un ruolo decisivo nel disarticolare ulteriormente le formazioni tedesche in ritirata, è stato assolto dalle formazioni territoriali della Resistenza. Infatti, pur con costi elevati in vite umane, i partigiani sono spesso riusciti ad impedire ai nazi-fascisti di installarsi, per azioni di retroguardia, nelle fortificazioni del Vallo Veneto, attaccando direttamente i reparti, sabotando i ponti e facendo da guida ai reparti Alleati avanzanti. Di tutto ciò, non si aveva memoria, se non limitatamente a singoli episodi, spesso non compresi nella loro rilevanza, quando non denigrati.
Per l’Alto Vicentino, è emerso, invece, l’esistenza di una strategia comune fra le formazioni partigiane montane e territoriali, garibaldine e autonome, spesso aiutate direttamente dalla popolazione, parroci in testa, che hanno impedito ai nazi-fascisti di salire e attestarsi nelle fortificazioni della Linea Blu, e quindi, obbligando le truppe in ritirata, a utilizzare quasi esclusivamente le valli principali, quelle del Brenta, dell’Astico e del Leogra.
Queste “azioni d’arresto”, nella maggior parte dei casi coronate da successo, hanno comportato un elevato tributo in vite umane tra i combattenti, e talvolta sono sfociate in rabbiose stragi di civili, come a Pedescala, Treschè Conca e Valle di S. Floriano.
Infine, è interessante quanto emerso sull’attività nel Vicentino del BdS-SD e della “Banda Carità”, che dopo aver eliminato il gruppo dirigente e disgregato la Resistenza di pianura, ancora a fine aprile del ’45 riesce a inserire spie in tutte le brigate partigiane della montagna, con l’obiettivo di poterle attaccare e annientare. Inquietante è così, ad esempio: – La presenza il 27 aprile a Dueville di uomini dell’intelligence nazista, nonché di un reparto di paracadutisti-SS responsabile della nota strage avvenuta in paese, e verosimilmente anche gli stessi della trappola organizzata per eliminare i comandanti della Divisione “Monte Ortigara”: Giacomo Chilesotti, Giovanni Carli e Attilio Andreeto. – Oppure, la presenza in Val d’Astico, dal 28 aprile e sino all’inizio della Strage di Pedescala e Settecà, di molti agenti del BdS-SD – “Banda Carità”. – O ancora, l’agguato mortale contro un reparto della Brigata “7 Comuni”, avvenuto il 4 maggio a Vigolo Vattaro, in Val Brenta, da parte di paracadutisti tedeschi, quasi certamente gli stessi responsabili della Strage di Pedescala e Settecà. Carlo Gentile ha scritto che nel progetto del BdS-SD, “l’Italia sarebbe stata il campo di prova di un nuovo ruolo delle organizzazioni di élite del nazionalsocialismo, un terreno nel quale dimostrare agli Alleati, “in piccolo”, come ha scritto Zimmer, la propria professionalità e l’efficacia dell’azione anti-comunista”. Un esibizione di capacità, quindi, anche se la guerra stava per finire, e l’obiettivo degli uomini del BdSSD (tra i quali Carità, ma anche Alfredo Perillo e i fratelli Caneva), rimane quello di continuare irriducibilmente a dare la caccia agli uomini della Resistenza, con “pragmatismo e professionalità”. Reparti repubblichini o collaborazionisti? L’ultimo tema di riflessione che vi propongo riguarda la classificazione dei reparti militari italiani, quei reparti che la retorica repubblichina e neo-fascista ha sempre orgogliosamente tramandato come “gli ultimi in grigioverde”, che hanno combattuto al fianco dell’alleato tedesco sino alla fine, in nome della parola data, per l’onore dell’Italia e dell’idea. La storiografia, per molti anni, non ha mai messo in dubbio, anche se con alcuni distinguo, l’idea dell’esistenza di un “esercito del duce”. Un esercito disorganizzato, diviso per bande, sottodimensionato per scarse adesioni e massicce diserzioni, ma pur sempre un esercito che avrebbe nel “duce” e nella RSI, un capo e uno stato, per, e in nome dei quali, combattere. I risultati delle ultime ricerche, però, portano a mettere in dubbio queste convinzioni, soprattutto per quanto riguarda il nostro territorio che ha rivelato una possibile specificità. Occorre premettere che alla fine di aprile del ‘44, in previsione dell’inevitabile arretramento del fronte sulla Linea Gotica, il Feldmaresciallo Albert Kesselring decide di spostare il Quartier generale Sud-Ovest e il Comando del gruppo di armate C, in pratica tutto il comando tedesco del sud Europa, da Frascati a Recoaro Terme, nel Vicentino. Non solo, ma a baluardo meridionale del Terzo Reich, i tedeschi hanno deciso di realizzare anche una nuova linea difensiva, la Linea Blu, che ha il suo epicentro proprio nel Vicentino, punto nevralgico di importanti vie di comunicazione verso la Germania. Questa particolare situazione, fa sì che il Vicentino, territorio di confine tra la Repubblica Sociale e il Terzo Reich, diventi “zona d’operazioni” tedesca, e quindi, di fatto, annesso all’Alpenvorland. Uno sconfinamento che sarebbe confermato anche dall’inserimento di tutta la fascia montana Vicentina, città di Vicenza compresa, all’interno della cintura di protezione del Settore di sicurezza istituito da Wolff nel giugno-luglio ’44. Una specificità tutta Vicentina, che può aver accelerato, più che altrove, quella che sembra una progressiva nazificazione del partito fascista repubblicano, e di molti suoi reparti militari e d’intelligence. Le “Forze Armate” di Salò e il Vicentino. Un esercito, per chiamarsi tale, deve avere almeno una sua organicità e una sua autonomia logistica, tattica, e strategica. La necessaria cooperazione militare tra alleati, ha il fine di ottimizzare e coordinare le rispettive forze.
Ma tutto ciò non sembra riscontrabile, almeno nel Vicentino, nei rapporti tra Terzo Reich e Repubblica Sociale. Alcuni esempi: – Tutta la logistica è in mano tedesca, così come l’industria militarizzata, e quanto rimane dei magazzini del Regio Esercito. – Nella Divisione alpina “Monterosa”, in cui ha militato la gran parte dei vicentini arruolati forzatamente, è presente un “nucleo di collegamento”, il DVK, dove elementi tedeschi sono presenti oltre che nel Comando di Divisione, anche in tutti i comandi inferiori (reggimenti, battaglioni e compagnie), sino ad avere un ruolo di comando effettivo nei plotoni. Sembra proprio che le truppe del “duce”, come quelle ungheresi, croate, o slovacche, siano marginali nelle strategie naziste e in tal modo trattate dal punto di vista militare. – Non solo la “Monterosa”, ma anche altre unità della RSI vengono frazionate per battaglioni e compagnie, inframezzate ad unità tedesche, e utilizzate essenzialmente nell’attività anti-partigiana. Altri reparti, invece, completamente disarmati, sono impiegati come manovalanza per la Todt. È il caso ad esempio del 119° Battaglione Genio Militare, dipendente dal 26° Comando Militare Provinciale di Vicenza, che partito da Schio l’8 marzo ’44, è destinato a Navelli (AQ) per realizzare le fortificazioni della nuova “Linea Caesar”. È un reparto militare, ma completamente disarmato: “niente di militare, solo piccone e pala”.
La Guardia Nazionale Repubblicana. La Guardia Nazionale, che inizialmente dovrebbe unire sotto il diretto controllo dell’ex Milizia fascista, tutte le altre polizie (Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale, Polizia dell’Africa Italiana), anche nel Vicentino nella primavera-estate del ’44 perde definitivamente il controllo del territorio e il suo ruolo nella lotta anti-partigiana. Questo avviene per tre motivi principali: – La crisi politico-organizzativa interna; – Il trasferimento forzato di migliaia di militi italiani della Guardia Nazionale alla Flak tedesca (ad esempio, dal territorio vicentino partono per la Germania centinaia di ex Carabinieri; come da Asiago, partono i giovani del Legione “Mussolini”, e da Vicenza la Compagnia Provinciale della Guardia Giovanile Legionaria, assorbite entrambe dalla Flak Italien); – E infine, i suoi reparti anti-partigiani d’élite, quali ad esempio la Legione “Cacciatori degli Appennini”, posti a completa disposizione della SS Polizei.
Ad anticipare, e di fatto a formalizzare la crisi della Guardia Nazionale, ci pensano ancora i tedeschi. Nel Vicentino, fino al maggio ‘44 le operazioni anti-partigiane sono attuate dalle truppe germaniche con alcuni reparti logistici di presidio, in addestramento, o in riposo dal fronte, organizzati in Unità d’allarme e in Comandi caccia. Il grosso del lavoro di controllo del territorio, di spionaggio e di anti-guerriglia, è svolto soprattutto dai reparti della Repubblica Sociale, quali le Squadre d’Azione, la Polizia Ausiliaria e la Guardia Nazionale. Ora però, l’espansione delle formazioni partigiane comincia ad impensierire i Comandi germanici, che nel contempo considerano i reparti repubblichini incapaci di gestire la situazione.
Nel giugno del ’44, sono quindi direttamente i tedeschi ad organizzare e gestire l’Operazione “263”, una serie di azioni di rastrellamento che interessano il Massiccio del Pasubio e le sue valli, l’Altopiano dei 7 Comuni e la Lessinia Veronese e Vicentina. Ma anche in questa occasione, l’organizzazione militare nazifascista si dimostra alla lunga inefficace nel fronteggiare la guerriglia partigiana.
Nel luglio ‘44, da parte tedesca scatta allora un ulteriore giro di vite, preceduto da una riorganizzazione della “lotta alle bande”: il territorio viene diviso in “Settori di sicurezza”, affidati a “Comandanti di sicurezza”, unici responsabili locali della contro-guerriglia. La Repubblica Sociale è definitivamente estromessa dalla gestione della “lotta alle bande”, e i suoi reparti, già posti a completa disposizione dei “Comandanti di sicurezza”, appaiono di fatto diventare sempre più reparti ausiliari dalla SS-Polizai. Infatti, se negli ex territori italiani annessi al Terzo Reich, la formazione dei Reggimenti di Polizia Tirolesi, dei reparti del Corpo di Sicurezza Trentino e della Milizia della Difesa Territoriale friulana, ricalcano il modello delle unità di polizia regolari tedesche, nel territorio della RSI i tedeschi agiscono diversamente,
e il loro orientamento generale è quello, già sperimentato sul fronte orientale, delle Waffen-SS e della Polizia ausiliaria, ma con alcune differenze: 1. La costituzione o l’assorbimento da parte tedesca di reparti formati da italiani, e che operano in attività anti-partigiana nel territorio ufficialmente sotto l’amministrazione dalla Repubblica Sociale, sono essenzialmente di due tipi: – Le SS italiane, che sono reparti regolari tedeschi delle Waffen-SS, formate da volontari “di etnia straniera”; – e le Polizie ausiliarie, che sono reparti dipendenti dalla SS-Polizai e sono, o reparti costituiti direttamente dai tedeschi, o ex reparti della Repubblica Sociale, poi assorbiti. 2. Diversamente dalle altre Waffen-SS e Polizie ausiliarie, i reparti italiani hanno in gran parte ufficiali e sottufficiali italiani, mantengono spesso il loro nome d’origine, o hanno un doppio nome. Nel Vicentino, oltre alle SS Italiane, operano le seguenti formazioni ausiliarie: 1° Btg. Volontari Italiani “Ettore Muti”; 1° Btg. Bersaglieri Volontari “Benito Mussolini”; Compagnia “difesa impianti” di Bassano, e il suo Distaccamento di Asiago; 40° Btg. Mobile “Verona”; Legione “Cacciatori degli Appennini”, Legione “Tagliamento” e la Decima Mas. Anche il BdS-SD, cioè il Servizio dell’intelligence nazista, assorbe unità prima della Repubblica Sociale. È il caso del Reparto Servizi Speciali della Guardia Nazionale di Firenze, più conosciuto come la “Banda Carità”, che almeno dal gennaio ’45 diventa ufficialmente un reparto nazista dal BdS-SD, denominato “Reparto speciale italiano”. I componenti del suo comando, anche se italiani, non sono solo dei collaborazionisti, ma, come ha documentato Carlo Gentile, sono a tutti gli effetti dirigenti del BdS-SD, e quindi quadri della nuova élite nazional-socialista fattasi ormai internazionale. La “Banda Carità”, giunta in Veneto, ha assorbito alcuni “Uffici Politico Investigativi” (UPI) della Guardia Nazionale, trasformandoli in sue sezioni staccate, come a Padova, Vicenza e Este; gli altri UPI diventano direttamente sedi dal BdS-SD, come Bassano e Schio. Nel tempo, il BdS-SD e la “Banda Carità”, oltre a inglobare il Servizio di intelligence delle SS italiane di Villa Cabianca a Longa di Schiavon, assorbono anche tutti gli altri organismi già repubblichini, come il “Plotone Arditi”, cioè la “Squadra politica” della Polizia Ausiliaria di Vicenza, la “Banda Fiore” del Sottosegretariato alla Marina di Montecchio Maggiore, la “Banda Bertozzi” della X^ Mas, e il “Reparto Azzurro” del Sottosegretariato all’Aeronautica di Bassano del Grappa. A completare il quadro Vicentino, nella primavera del ’45, ci sarebbe persino l’adesione alle SS della 22^ Brigata Nera di Vicenza: almeno così si potrebbe ipotizzare viste le decine di documenti che parlano di brigatisti che hanno aderito “alle SS della Federazione”.


La catena di comando nelle stragi nazi-fasciste: il caso della Valle dell’Agno Relazione del prof. Maurizio Dal Lago del Direttivo Istrevi.

Mi sembrano almeno tre le ragioni che fanno della Valle dell’Agno un’area particolarmente adatta a verificare il tipo di indagine illustrato dal prof. Pezzino.
In primo luogo il numero delle vittime che le stragi vi hanno causato: quasi 130 persone. Delle quali 85 nelle tre maggiori operazioni anti-partigiane avvenute tra giugno e settembre 1944 e almeno 25 durante i giorni della Liberazione.
In secondo luogo per la quantità e la qualità delle truppe e delle strutture politiche ivi presenti. Se facciamo data al settembre 1944, vediamo infatti che nella Valle dell’Agno sono dislocati: a) a Recoaro il Comando supremo del Gruppo di Armate C del feldmaresciallo Albert Kesselring, forte di 1.500 uomini; a Valdagno circa quattrocento uomini dell’11° reparto trasmissioni della Luftwaffe con presidi in tutti i sei comuni della valle e con una scuola per radiotelegrafisti basata a Brogliano; b) sempre a Valdagno il reparto LK 700, i Cacciatori del mare, con una sessantina di incursori subacquei dipendenti dall’Abwer, il servizio segreto militare tedesco. In totale quasi duemila soldati tedeschi. A Valdagno, inoltre:
1 – È stata trasferita la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno in cui operano più di 300 funzionari e duecento poliziotti della Rsi. Tra i materiali trasportati da Roma c’è l’archivio dell’Ovra. 2 – Sempre a Valdagno sono in addestramento circa ottanta incursori subacquei, gli uomini Gamma della X Mas, comandati dal tenebte di Vascello Eugenio Wolk che ha come vice la medaglia d’oro Luigi Ferraro. Essi si alternano nella locale piscina coperta con gli uomini dell’LK 700. 3 – È operativa la 4a compagnia “Turcato”, appartenente alla 22a Brigata Nera “Faggion”. 4 – All’imbocco della valle è stato allestito un campo trincerato a presidio delle direzioni generali del Sottosegretariato alla Marina trasferite da Vicenza a Montecchio Maggiore nel giugno di quell’anno. Il campo trincerato è difeso da circa 200 marinai. Lo comanda il capitano di corvetta Contreas.
Teniamo presente, inoltre, che nell’estate e nell’autunno del 1944 la Todt controlla e manda al lavoro coatto un migliaio di uomini della valle, insieme alle altre migliaia della provincia, per scavare il Vallo veneto nel basso vicentino e per fortificare la Blaue Linie sulle Piccole Dolimiti. Se sommiamo tutti questi fattori comprendiamo quanto fosse particolarmente difficile e pericoloso fare Resistenza in questa valle in cui, nonostante gli ostacoli appena elencati, la lotta armata si sviluppò grazie principalmente a una delle migliori formazioni partigiane vicentine, la “Stella”, inquadrata nel gruppo di brigate “Garemi”.
In terzo luogo perché, grazie anche a molti documenti tedeschi, è possibile: a) individuare le unità tedesche e fasciste che fecero le stragi; b) dare quasi sempre un nome agli ufficiali che ne costituivano la catena di comando; c) analizzare le diverse modalità con le quali le stragi vennero preparate e portate a termine, vale a dire attraverso rastrellamenti, rappresaglie e singole esecuzioni.
Ma comincerei da due fatti forse unici, cioè da un rastrellamento e da una rappresaglia entrambi senza vittime. Mi riferisco al primo rastrellamento nazifascista avvenuto nella valle, quello di Malga Campetto del 1417 febbraio 1944. Tedeschi e fascisti, forse 500, salgono da Fongara e da Campodalbero e cercano di accerchiare sul crinale delle valli dell’Agno e del Chiampo, a 1.500 di altitudine, 26 partigiani, il nucleo storico da cui si svilupperà la Garemi. Avvertiti in tempo, una parte dei partigiani tiene impegnati gli assalitori per alcune ore permettendo agli altri di sganciarsi; poi si sganciano essi stessi senza perdite. Si può ragionevolmente affermare che almeno una parte dei soldati tedeschi appartenessero al reparto della Luftwaffe allora comandato dal tenente colonnello Fritz von Trippe, originario di Delitzsch, in Sassonia. Non so indicare la provenienza precisa dei fascisti. La rappresaglia senza uccisioni, ma che portò alla distruzione di tre contrade di Recoaro, fu quella del 27 aprile: tre giorni prima i partigiani avevano ucciso un soldato della Luftwaffe in contrada Storti. Il cadavere fu ritrovato il 26 e subito il maggiore Ludwig Diebold, un ingegnere viennese nuovo comandante del reparto, ordinò la distruzione della contrada Storti e delle due contermini, Cornale e Pace. Il giorno dopo, soldati tedeschi dell’11° reparto trasmissioni affiancati da soldati italiani accasermati nel centro termale bruciarono quasi tutte le 92 case delle tre contrade lasciando senza un tetto gran parte dei 517 abitanti.
Le cose cambiarono in maggio e soprattutto in giugno. In maggio, con le formazioni partigiane ormai pienamente operative, Kesselring aveva assicurato i comandi periferici che mai avrebbe punito “gli interventi eccessivamente drastici” contro i partigiani, mentre avrebbe punito “i comandanti deboli e indecisi”. In questo modo Kesselring non faceva altro che applicare la “Direttiva di combattimento per la lotta alle bande dell’Est” emanata dal Comando supremo della Wehrmacht l’11 novembre 1942 e resa ancora più spietata dall’ordine di Hitler del successivo 16 dicembre, ordine che cancellava dal codice penale militare tedesco il concetto stesso di crimine di guerra. La rappresaglia doveva essere fatta immediatamente, e nel luogo stesso in cui soldati tedeschi fossero stati assaliti; essa non veniva fatta per colpire i partigiani ma per terrorizzare la popolazione e fare terra bruciata
intorno ai “banditi”. Perciò quanto più fosse apparsa ingiusta, colpendo persone del tutto innocenti, tanto più sarebbe stata efficace. L’11 giugno, pochi giorni dopo la liberazione di Roma e lo sbarco in Normandia, se ne ebbe l’esempio nella più sanguinosa rappresaglia tedesca avvenuta in valle, quella di Borga di Fongara. Il maggiore Diebold subito dopo essere stato informato che i partigiani avevano ucciso in contrada Borga di Recoaro il marinaio Hermann Georges, uno degli incursori subacquei dell’LK700, ordinò al suo aiutante, il tenente Joseph Stey, un tipografo di Marburgo, di salire a Borga con gli uomini dello Jagdkommando del reparto e di applicare le direttive di Hitler e di Kesselring. Diede lo stesso ordine al tenente di vascello Herbert Wolsh, di Düsseldorf, responsabile dell’LK 700. Nel giro di due ore a Borga arrivarono circa quaranta soldati che uccisero i diciassette uomini della contrada, tutti innocenti, e dettero fuoco alle case. Tra i diciassette c’erano anche quattro fratelli, i fratelli Cailotto. Anche l’uccisione dei Sette martiri avvenuta a Valdagno tre settimane dopo, fu una rappresaglia ma venne concepita e portata a termine con modalità opposte a quelle usate a Borga, a riprova che i comandi periferici potevano e sapevano adattarsi ai luoghi e alle circostanze. Infatti essa non venne fatta alla Ghisa, poco a Nord di Montecchio, dove una pattuglia della “Stella” aveva ucciso il tenente Walter Führ e ferito gravemente il maresciallo Ernst Utz, ma in centro a Valdagno: e questo non solo perché i due appartenevano al reparto di stanza nel centro laniero, ma perché il maggiore Diebold decise che questa volta si doveva colpire la resistenza politica, oltreché terrorizzare la popolazione. Non a caso le vittime, che nulla avevano a che fare con lo scontro della Ghisa, furono scelte una ad una da un elenco di antifascisti, o presunti tali, preparato da tempo dai fascisti locali che furono incaricati anche di arrestare e di consegnare le persone al Comando tedesco. I fascisti valdagnesi ubbidirono ma subito dopo vennero esclusi da ogni ulteriore decisione. La condanna a morte fu decisa dal maggiore Diebold, che ordinò al capitano Arthur Sackel di procedere ai preparativi e al tenente Stey di comandare il plotone di esecuzione. I sette, vennero fucilati davanti a tutti gli ufficiali e alla truppa schierati.
Dove tedeschi e fascisti combatterono fianco a fianco, ma con i secondi sempre gerarchicamente dipendenti dai primi, fu il 9 settembre nel rastrellamento di Piana di Valdagno e di Selva di Trissino. Questo, come è noto, rientrava in una vasta e complessa operazione militare, l’operazione “Pauke”, e aveva lo scopo di annientare le formazioni partigiane di montagna, così come gli altri rastrellamenti avvenuti in provincia in quel tragico settembre, per mantenere libere le vie di comunicazione con il Reich e nello stesso tempo per garantire la fortificazione in sicurezza della Blaue Linie. Per quanto riguarda le unità che il 9 settembre operarono sul versante valdagnese, vi fu il sempre presente 11° reparto trasmissioni della Luftwaffe affiancato dalle tre compagnie del 63° Battaglione della Legione “Tagliamento” comandato dal maggiore Giuseppe Ragonese, il temibile Ost-Bataillon 263 comandato dal capitano Fritz Buschmeyer, la 4a compagnia “Turcato” comandata dal trissinese Emilio Tomasi. Non ci sono documenti che comprovino la partecipazione al rastrellamento dei due reparti di incursori subacquei presenti a Valdagno. Da segnalare che gli ordini di combattimento alle compagnie del 63° Battaglione della Tagliamento, acquartierate per l’occasione a Recoaro, furono trasmessi dal capitano Etschmann, responsabile del presidio tedesco del centro termale, che a sua volta li aveva ricevuti dal Comando di Valdagno. È probabile, ma a mio avviso non pienamente certo, che la catena di comando facesse capo al Gruppo di Comando dell’Oberfüher Karl-Heinz Bürger che diresse la parte di rastrellamento del 12-16 settembre contro la Pasubio di Marozin nella val del Chiampo. Certamente alla Piana un ruolo determinante lo ebbe il maggiore Diebold perché il sottufficiale che aveva finto di passare dalla parte della “Stella” apparteneva al suo reparto e perché era stato lo stesso Diebold a organizzare e a dirigere il rastrellamento su Castelvecchio e Marana del 5-12 luglio 1944. Il rastrellamento della Piana-Selva di Trissino del 9 settembre provocò la strage nazifascista più sanguinosa della Valle: 41 partigiani e 20 civili uccisi dall’alba al tramonto. Nei mesi successivi, con la “Pasubio” annientata e la “Stella” in grave crisi, i tedeschi della valle non ebbero motivo di fare altri rastrellamenti né rappresaglie come quella di Borga ma non disdegnarono esecuzioni singole, come quella del partigiano Giovanni Soldà nel dicembre 1944, ordinata sempre da Diebold, e come quella del tenente pilota statunitense Lee Antony McAllister il 10 gennaio 1945, questa
eseguita da agenti della polizia del Comando del Gruppo d’armate C stanziato a Recoaro, ordinata quindi da livelli gerarchici molto elevati. Parallelamente aumentarono le operazioni autonome dei brigatisti della 4a compagnia “Antonio Turcato” sempre comandati da Emilio Tomasi. Esse sono caratterizzate da un crescendo di brutalità e spietatezza, tipiche della guerra civile. Il 21 dicembre essi uccisero due partigiani sulle pendici del monte Civillina; cinque giorni dopo torturano e uccisero a Valdagno “Cerino”, Antonio Urbani; nella loro sede di Palazzo Festari torturavano e violentavano le staffette partigiane. Ma la loro azione più efferata fu quella condotta in contrada “Grilli” di Quargnenta il 20 febbraio 1945. Là massacrarono nel modo più bestiale cinque partigiani. La loro ultima azione risale al 26 marzo 1945 a Selva di Trissino dove, su ordine del Tomasi, vennero fucilati in piazza tre partigiani ed Ettore Peghin, conoscente del Tomasi ma padre del partigiano “Claudio”, Pietro Peghin.
Almeno per la Valle dell’Agno è finora impossibile individuare i molti reparti tedeschi che la attraversarono tra il 26 aprile e il 2 maggio credendo di trovare il Comando supremo ancora a Recoaro, mentre von Vietinghoff era arretrato a Bolzano già il 24 aprile. Coloro che in quei giorni provocarono le 25 vittime, civili e partigiani, non hanno dunque nome. Sappiamo solo quale fu l’ultima vittima della valle: Luigi Cracco, ucciso a Castelvecchio di Valdagno da una pattuglia di 17 paracadutisti tedeschi il due maggio, qualche ora prima della fine della guerra in Italia.

LA NOSTRA RISPOSTA ALL’ULTIMA BUFALA, ALL’ENNESIMA FAKE NEWS STORICA

All’inizio di aprile, il “giornalista” del Il Giornale di Vicenza Emilio Garon, ci ha contrattato per avere un giudizio su due documenti e su una tessera di riconoscimento, che abbiamo potuto visionare in originale e farne copia. C’ha anche chiesto se, analizzati i documenti, potevamo rilasciargli un’intervista e fornirgli notizie riguardanti i personaggi e i fatti citati.

Il 12 aprile, gli abbiamo fatto pervenire quanto richiesto:

– Sul dott. Vittorio Manuzzato (firmatario dei documenti), abbiamo accertato che è stato Sindaco di Dueville (esattamente il 3° sindaco provvisorio nominato dal Comitato di Liberazione locale, e in carica dal dicembre ’45 alle elezioni amministrative del marzo ’46), ma anche sottolineato i nostri dubbi sull’autenticità della Tessera di riconoscimento, da dove risulterebbe partigiano del Battaglione “Campagnolo”, Brigata “Mameli”. Certo è che comunque non ha mai ricoperto alcun incarico di comando.

– Sul Gruppo Autonomo Giustizia e Libertà di Dueville, oltre a non averlo mai sentito nominare, certamente non è un gruppo partigiano aderente alle formazioni “Giustizia e Libertà” (facenti capo al Partito d’Azione), né tanto meno ad altra formazione riconosciuta dal Corpo Volontari della Libertà, aderente al Comitato di Liberazione Nazionale.

– Sui nomi riportati nei documenti di Giustino Nicoletti e della sig.ra Candia (madre della staffetta Eleonora Candia “Nora” da Vicenza, staffetta di Mario Malfatti “Giorgio”, comandante del Comando Militare Provinciale di Vicenza), gli abbiamo segnalato che sono persone ben note della Resistenza Vicentina, e abbiamo allegato una breve scheda personale. Scheda personale anche su Carmelo Enea Amato, altro personaggio ben noto alle cronache, ma in quanto commissario prefettizio, segretario del partito fascista repubblicano e comandante delle brigate nere a Dueville e Sandrigo, con cui ha partecipato anche al rastrellamento del Grappa.

– Viceversa, nessuna notizia siamo riusciti a trovare su Lorenzo Canale, cittadino americano, fatto secondo il Manuzzato, espatriare in Svizzera; nome a noi sconosciuto, come pure i partigiani, Giuseppe Pontefisso da Polegge, e Giovanni Sembastian da Bassano.

– Isaia Frazzini e Giuseppe Pasciutti, sono invece due dei partigiani del Battaglione “Campagnolo” della Brigata “Mameli”, caduti a Dueville la mattina del 27 aprile.

– Anche Giulio Gattere (commissario del 2° Distaccamento), Silvio Manuzzato, Domenico Berti, Remo Sanson e Secondo Sanson, sono patrioti o partigiani del Btg. “Campagnolo”; l’ultimo di loro, Secondo Sanson, non ha ricoperto alcun incarico di comando. Anche di loro è stata fornita breve scheda personale.

– Una segnalazione e una scheda a parte ha meritato invece Ultimio Bortolo Parise detto “Bìsiga” che, milite della GNR Ferroviaria e ausiliario della BN di Dueville (con cui ha partecipato anche al rastrellamento del Grappa), risulta tra i due uomini risparmiati dai tedeschi nella strage all’Osteria “alla Berica” di Dueville, ma perché repubblichino e non certo perché partigiano come vorrebbe far credere il Manuzzato.

– Gli abbiamo anche allegato una breve sintesi delle vicende che hanno interessato Dueville negli ultimi giorni di guerra (27-29 aprile ’45), nonché dove ricercare la nostra ricostruzione più approfondita e dettagliata della vicenda, con i riferimenti ai documenti, alle testimonianze e alle fonti su cui si basa la nostra ricerca (www.studistoricianapoli.it).

Infine, sui due documenti su cui ci è stato chiesto un giudizio, abbiamo tratto queste considerazioni: – Il primo documento, cioè la richiesta alla Commissione Regionale Triveneta per il riconoscimento delle qualifiche partigiane (organismo dalla Repubblica Italiana – Presidenza del Consiglio dei Ministri, istituito alla fine del ’46), se mai è stata presentata, non poteva comunque avere alcun seguito positivo. Infatti, la richiesta di riconoscimento della qualifica di partigiani alle persone menzionate, era inutile, in quanto tale qualifica era già stata concessa. Qualche dubbio solo sulla qualifica di Vittorio Manuzzato. Se viceversa, la richiesta alla Commissione mirava ad ottenere il riconoscimento ufficiale del “Gruppo Autonomo Giustizia e Libertà”, tale richiesta non poteva essere accolta perché non era compito della Commissione, ma bensì del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà, aderente al Comitato di Liberazione Nazionale. Riconoscimento che comunque non poteva essere concesso dopo che i reparti partigiani erano stati ufficialmente sciolti (giugno ’45). In conclusione, pensiamo che tale richiesta non fosse altro che il tentativo, un po’ goffo, ma soprattutto tardivo, di ottenere solo qualifiche gerarchiche di comando, utili solo per legittimarsi politicamente nel nuovo corso democratico. – Il secondo documento, titolato “Azione di Dueville”, sembra impostato essenzialmente per irrobustire la richiesta precedente. Di fatto, il racconto è così confuso e inesatto da lasciare chiaramente capire che chi lo ha scritto non ha assolutamente partecipato agli avvenimenti.

Il 19 aprile, ci siamo incontrati per la seconda volta con il “giornalista”, dove abbiamo conosciuto i contenuti dell’articolo che voleva pubblicare. Una bozza che abbiamo subito contestato sia nel merito che nel contenuto. Semplicemente e in estrema sintesi: non esponeva correttamente quanto da noi sostenuto, nonché per l’eccessiva enfasi con cui, secondo noi, descriveva i due documenti, probabilmente originali, ma altrettanto convintamente ingannatori nel loro contenuto. Dal successivo scambio di idee, era scaturito l’accordo che avrebbe apportato modifiche sostanziali all’articolo, nonché la promessa che prima di consegnarlo a Il Giornale di Vicenza, ce l’avrebbe nuovamente sottoposto per un giudizio finale. Venerdì 20 aprile, dopo aver tentato tutto il giorno di metterci in contatto con il “giornalista”, alle 17:00 ci chiama lui, comunicandoci che l’articolo lo aveva già consegnato la notte prima. Ovvia la nostra immediata diffida a coinvolgere il nostro Centro Studi in questa operazione stile “Gianpaolo Pansa”. Abbiamo saputo successivamente, che, dopo la rottura della collaborazione con noi, il nostro “giornalista” ha tentato di contrattare altri studiosi, come tra l’altro gli storici Sonia Residori e Antonio Trentin, biografo di Toni Giuriolo, ma ancora senza alcun successo. Non riusciva proprio a trovare nessuno che gli “reggesse il moccolo”, cioè convalidasse in qualche modo il valore storico di quei documenti, dando così un alone di affidabilità all’articolo.

Giovedì 26 aprile, abbiamo invece trovato un’intera pagina de Il Giornale di Vicenza dedicata a questa “fake news storica”. Ma non solo. Infatti, per riempire la pagina povera di contenuti, e usati come “specchietti per le allodole” in un articolo che nulla centra con la loro storia, abbiamo trovato riferimenti e foto di Rinaldo e Mary Arnaldi, miti della Resistenza Vicentina, nonché il riferimento a 23 partigiani morti nell’Operazione Hannover (ricordata come la Battaglia di Granezza, ma durata dal 4 al 15 settembre ’44), dove si sbaglia persino il numero dei Caduti: 23, invece dei 40.
Infine, una precisazione personale su quello che mi si attribuisce nell’articolo: il sottoscritto Pierluigi Dossi, non ha avanzato dubbi sul valore storico di quei documenti, ma gli ha convintamente definiti delle “bufale”, delle “fake news” storiche.

Per il Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli”
Pierluigi Dossi Busoi

Ultimi giorni di guerra a Dueville

Piazza Dueville 1930

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(Ultimo aggiornamento 15.1.2018)

27 – 29 aprile 1945

ULTIMI GIORNI DI GUERRA A DUEVILLE

E LA FALSA RAPPRESAGLIA TEDESCA

(Foto da Archivio Renzo “Neno” Salgarollo – Mostra Fotografica Barchesse Monza 2011-2013)

     E’ dalla pubblicazione di Cronaca di una rappresaglia: Dueville 27 aprile 1945 di Francesco Binotto, che desideravo tornare su una vicenda che coinvolge direttamente non solo Dueville, ma anche le vicine località di Novoledo di Villaverla e Levà di Montecchio Precalcino.

     Sino ad oggi le ricostruzioni verbali e scritte di questi fatti, sono state contraddittorie, confuse e imprecise. Gli avvenimenti, particolarmente articolati, che coprono l’arco di un’intera giornata e che si sviluppano in luoghi diversi, oltre a non essere stati storicizzati, sono stati trasformati e deformati in un singolo, breve episodio, molto lontano da quanto è realmente accaduto.

Anche la lapide di via Garibaldi, che “L’Amministrazione Comunale di Dueville pose il 25 Aprile 2007” sulla parete dell’ex Osteria “alla Berica”, “in memoria delle vittime dell’eccidio del 27 Aprile 1945”, ha seguito quello schema, trasformandosi anch’essa in un “falso storico”.

Infatti, la lapide riportata solo i nomi di 14 vittime, 6 delle quali non sono nemmeno morte durante l’«eccidio alla Berica», e alcune neppure lo stesso giorno, ossia: Giuseppe Bertinazzi, Ferdinando Bozzo, Nicola Dal Santo, Francesco Giaretton, Giovanni Palsano e Bortolo Rossato.

Al contrario, 5 sono le vittime di quel 27 aprile che sono stati totalmente omesse, parliamo di: Giovanni Dari, Giuseppe Brambilla, Guido Marillo, Dimitri Micailov e Francesco Rizzato.

     A questi non pochi errori nella lapide (di nomi, di date e di luogo), così come per la più generale manipolazione dell’intera vicenda, hanno concorso direttamente e indirettamente varie situazioni. Oltre a un terreno fertile rappresentato dal comprensibile desiderio della popolazione di dimenticare le sofferenze patite durante la guerra, hanno certamente contribuito, sia la forte contrapposizione ideologica tra le varie anime di una giovane e ancora debole democrazia, sorta dopo vent’anni di fascismo, sia la volontà di rivincita dei fascisti locali, intenzionati a continuare a contare in paese. Così come non è stata certo da meno, sia l’esigenza degli approfittatori arricchitisi con la guerra e il “mercato nero” di distogliere da loro l’attenzione, sia la necessità da parte dalla “maggioranza silenziosa” della popolazione di tentare di giustificare in qualche modo la loro posizione “attendista” tenuta durante la lotta di Liberazione, nel tipico stile italico di “S’ha da aspettà, Amà. Ha da passà ‘a nuttata!”.

Quale avvenimento più propizio di questo, per attaccare e isolare, riaffermare il proprio potere, allontanare da sé i sospetti e gettare fango su chi “attendista” non è stato?

     Per motivare meglio questi nostri convincimenti e per tentare di ricostruire cosa è avvenuto realmente a Dueville in questi ultimi giorni di guerra (nello specifico nelle 48 ore che vanno dall’alba del 27, all’alba del 29 aprile 1945), risulta indispensabile da un lato inquadrare la situazione in zona e le formazioni partigiane operative nell’area, dall’altro ricostruire gli avvenimenti approfondendoli nelle loro quattro e distinte fasi:

1^ fase: all’alba del 27 aprile inizia l’assalto ai magazzini tedeschi da parte della popolazione, a cui segue, dalle ore 9:00 del mattino, l’intervento anti-saccheggio dei partigiani, su richiesta del CLN locale;

2^ fase: l’attacco tedesco a Dueville, che inizia alle ore 13:00 del 27 aprile e termina alle ore 15:00;

3^ fase: l’attacco partigiano a Dueville, che comincia alle ore 16:00 dello stesso giorno e finisce alle ore 19:00;

4^ fase: gli avvenimenti successivi che hanno termine con la Liberazione di Dueville all’alba del 29 aprile.

La situazione militare in zona

     Già da domenica 22 aprile 1945 è iniziato il ripiegamento tedesco dalla “Linea Gotica” e, anche nel Vicentino, i nazi-fascisti hanno cominciato ordinatamente a defluire verso nord.

     La ritirata germanica, che molti definiscono erroneamente una “rotta caotica” (ma tale forse solo per i parametri tedeschi), segue viceversa percorsi ben prestabiliti, dove i reparti si dividono in gruppi più ridotti, percorrono spesso arterie stradali secondarie per poi ricongiungersi in prossimità degli imbocchi delle valli.

Riprova di questa eccezionale organizzazione, nonostante la tragica situazione militare, la troviamo anche nel nostro territorio:

  • A Dueville, dove il “pronto soccorso” tedesco con sede a Villa Da Porto garantisce ai reparti in transito copertura logistica e militare sino a tutto il 28 aprile, svolgendo successivamente funzioni di retroguardia all’avanzata americana.
  • A Montecchio Precalcino, in piazza, presso Villa Tretti, già dal 25 aprile e sino a tutto il 28 si acquartiera una speciale unità tedesca che ha il compito di fornire ai reparti di passaggio assistenza, vitto e alloggio. Dal 26 aprile a tutto il 28 una “squadra panettieri” germanica si insedia al Forno Zanuso e inizia a produrre e distribuire pane alle truppe di passaggio, per un totale di almeno 33 q di farina lavorata. A Villa Nievo Bucchia, l’Ospedale Militare tedesco continua a operare sino a tutto il 28 aprile; dalla “Bastia”, sulla collina di Montecchio Precalcino, il reparto trasmissioni germanico, lì acquartierato da tempo, con l’ausilio di una fotoelettrica continua a dare indicazioni ai reparti in ritirata.
  • A Dueville, come a Montecchio Precalcino, sono posti sotto sequestro idonei alloggi per i reparti bisognosi di riparo e riposo.
  • Ancora il 30 aprile a Forni di Valdastico, il giorno dopo la Liberazione di Dueville, i tedeschi così si ritiravano:

Il comando era istallato in una casa altri comandi minori in altre case. Subito tre uomini siamo condotti da guardie tedesche in canonica a prelevare poltrone e tavoli e sedie … portarle in una casa addove vi era installato radio stramitente vi errano cinque o sei uomini con le scoffie alle orecchie. Sono arrivate anche le cucine errano molto moderni ai quei tempi e anche grandi errano un metro di diametro, la caldaia piantata in carri a ruote gommate, le caldaie errano piene di carne cruda. I tedeschi ordina di levare tutta la carne dalle caldaie con le spugne, dopo i tedeschi mettono i pezzi di carne nelle caldaie per fare il brodo.”

Non male per un esercito in “rotta caotica”.

     Negli ultimi giorni di guerra l’Alto Vicentino assume un ruolo chiave nell’ambito della ritirata dei tedeschi dal fronte del Po: disturbare la loro ritirata e tentare di scardinare la loro organizzazione è fondamentale per impedirne la ritirata verso la Germania, o peggio, il loro riposizionamento sulle nuove linee difensive delle Prealpi Venete.

     Nella notte tra il 25 e il 26 aprile i guastatori della Divisione partigiana “M. Ortigara” fanno saltare due ponti sul torrente Timonchio il ponte sulla Strada Provinciale “del Costo”, alla periferia di Villaverla, e il “ponte Rosso” in mattoni, attraverso il quale si entra a Novoledo.

L’obiettivo di questo tipo di azioni è di intralciare la circolazione, cercando nel contempo di spingere le colonne in ritirata verso percorsi che le rendano più vulnerabili soprattutto gli attacchi aerei, nonché isolare alcune aree abitate tentando di proteggerle da saccheggi e violenze delle truppe in ripiegamento.

     Il mattino di giovedì 26 aprile la squadra che ha eseguito il sabotaggio ai ponti, rinforzata dai partigiani di Novoledo, si posiziona al “Pontaron” (una leggera altura lungo la strada che dalla Strada “del Costo” porta a Capovilla di Caldogno), dove fermano con una bomba “signorina” una macchina tedesca in avanscoperta, e a cui segue una violenta sparatoria contro la colonna tedesca che sopraggiunge.

Lo scopo di questo tipo di attacchi è di disturbare la ritirata, rendendo insicure le vie di comunicazione, ma soprattutto per demoralizzare il nemico.

     Alla “Polveriera di Cà Orecchiona” in località “Moraro” di Montecchio Precalcino, i repubblichini di guardia fuggono già la sera del 25 aprile, e nel contempo il comandante tedesco si allontana con i suoi uomini senza eseguire l’ordine di far saltare la fabbrica.

Il mattino del 26 aprile, per tempestiva iniziativa di due patrioti (Giuseppe Pigato e Rino Grazian) la “Polveriera” è occupata, e le guardie giurate ancora in servizio sono disarmate. In seguito, per difendere la fabbrica da eventuali attacchi, la vigilanza è riarmata e rinforzata con alcuni partigiani del Btg. “Campagnolo” della Brigata “Mameli” di Levà.

     Con l’intensificarsi del transito per il territorio di Montecchio Precalcino dei nazi-fascisti in ripiegamento, gli uomini della “Mameli” e della “Loris” disarmano i brigatisti locali, e tentano di contenere i saccheggi a danno della popolazione catturando i gruppi nazi-fascisti più piccoli, e attaccando i reparti più consistenti al fine di deviarli almeno dai centri abitati.

In questi giorni, a Povolaro, Dueville, Novoledo, Levà e Montecchio Precalcino sono catturati qualche centinaio di tedeschi e repubblichini, subito occultati in improvvisate prigioni nascoste nella campagna e in collina.

     A Novoledo, in via Vegre, in uno scontro a fuoco con i partigiani della “Loris” organizzati a posto di blocco, restano uccisi un capitano e un maresciallo della contraerea tedesca, la Flak; uno dei quattro soldati che erano con loro e che riescono a fuggire, ferito mortalmente, muore successivamente all’Ospedale Militare della Luftwaffe di Caldogno.

     La sera del 26 aprile il centro di Dueville subisce l’ultimo bombardamento Alleato: l’obiettivo è ancora una volta la Stazione ferroviaria e il Lanificio Rossi con i suoi magazzini militari.

     La notte tra il 26 e 27 aprile la squadra di Novoledo della “Loris” tenta di disarmare i tedeschi dell’aeroporto in località Braglio di Thiene, ma l’azione fallisce e viene ferito a morte il partigiano Fortunato Spinella.

     Dall’alba di venerdì 27 aprile il transito dei vari reparti in ritirata inizia ad aumentare, e con essi anche i saccheggi a danno della popolazione.

A Novoledo centro vengono sottoposte a razzia almeno 7 famiglie.

A Montecchio Precalcino perlomeno 6 famiglie sono danneggiate, soprattutto nel capoluogo, tra Villa Nievo Bucchia, il Villino Forni Cerato e il centro del paese.

A Dueville, se si escludono i morti e le almeno 46 famiglie depredate del centro, nel restante territorio comunale si contano altri 4 morti e oltre 34 famiglie colpite, metà delle quali nella direttrice Vivaro–Dueville, e metà lungo la Strada Provinciale “Marosticana” tra Povolaro e Passo di Riva.

     Il mattino del 27 aprile a Montecchio Precalcino, in via Roma, tra Contrà Capo di Sotto e la chiesa parrocchiale, tre caccia-bombardieri americani attaccano in picchiata una colonna di paracadutisti germanici (Fallschirmjäger) che, partiti dall’Ospedale Militare tedesco di Villa Nievo-Bucchia, sono diretti a Thiene, in località Barcon.

I partigiani della Brigata “Loris” di Montecchio, guidati da Giuseppe Lonitti “Marcon”, approfittano della situazione per attaccare anche da terra, e gli automezzi germanici che sfuggono all’assalto congiunto partigiano-americano, giunti in via Astichello, subiscono un secondo attacco aereo.

Sebbene i tedeschi, prima di abbandonare i mezzi danneggiati, tentino di distruggere il materiale e le armi e le munizioni in essi contenuti, notevole è la quantità recuperata, tra cui un cannone Flak 37 da 88 mm, una mitraglia da 20 mm, e ben dieci automezzi tra auto e camion.

Vista la tipologia dell’attacco, anche se non vi sono conferme, è facile ipotizzare che le perdite tedesche in vite umane non siano state poche.

     Sempre il mattino del 27, tra Novoledo e Dueville, alla curva “Dal Molin”, la Brigata “Loris” istituisce un posto di blocco, dove tra l’altro è fermata un’ambulanza con due tedeschi a bordo: uno, che parla italiano, viene trattenuto come interprete, l’altro è fatto proseguire con l’automezzo di soccorso.

Le formazioni partigiane presenti nell’area.

     Già nella relazione settimanale di fine marzo ‘45 della No. 1 Special Force, il tenente John Orr-Ewing “Dardo”, nuovo comandante della Missione Alleata “Ruina” dopo la morte di “Freccia”, “sostiene che la zona montana tra il Lago di Garda e la Val Sugana dovrà essere adeguatamente coperta da due sottomissioni in aggiunta alla sua. Lui manterrà i collegamenti con la divisione Caremi e il nuovo comando unificato. Una nuova missione inglese sta per essere paracadutata entro pochi giorni per operare nell’area nord di Verona, dove si trova un gruppo di brigate dipendenti dalla divisione Caremi. Una terza missione inglese è richiesta per cooperare con la divisione Ortigara nella zona dei Sette Comuni”.

Il 6 aprile ‘45, in zona Zanè, nella riunione tra il Comandante Militare Regionale Veneto, Sabatino Galli “Pizzoni”, e i comandi delle divisioni partigiane “Garemi” e “Monte Ortigara”, è bocciato definitivamente il Comando unico della Zona Montana (CZM), e riconosciuta alla Divisione “M. Ortigara” la giurisdizione operativa sull’Altopiano di Asiago e la sottostante pianura, dividendo il territorio dell’ex Zona Montana dal Brenta al Garda in tre zone: Nord Verona; Garemi; Ortigara.

Il 20 aprile ’45 il Comando Militare Regionale Veneto conferma a “Dardo” che:

“Quanto al gruppo montano di Vicenza sono state costituite due zone: una affidata ad Alberto col Gruppo Caremi ed una affidata a Loris colla Divisione Ortigara”.

     Nei giorni dell’insurrezione, il 25, 26 e 27 aprile ‘45, il comandante della Divisione partigiana “Monte Ortigara”, Giacomo Chilesotti “Loris”, e il commissario Giovanni Carli “Ottaviano”, sono in zona Villaverla-Dueville, con base alla “casetta rossa” di Novoledo.

Questa loro presenza in pianura sembrerebbe confermare l’avvenuta riorganizzazione della Divisione “M. Ortigara” che, per meglio coordinare i reparti in vista delle ultime delicate fasi della guerra, ha suddiviso il suo Comando in due aree geografiche e si è collegata operativamente anche con le due brigate garibaldine della “Garemi”, la “Pino” e la “Mameli”, presenti nella sua stessa zona:

  • A nord, sull’Altopiano di Asiago e parte alta della pedemontana, il comando delle operazioni viene affidato ad Alfredo Rodighiero “Giulio”, vice comandante della Divisione e comandante del Gruppo Brigate “7 Comuni” (brigate “Fiamme Verdi” e  “Fiamme Rosse”).

La Brigata garibaldina “Pino” della “Garemi” opera congiuntamente al “7 Comuni”, nello spirito del “massimo affiatamento e la più stretta, patriottica collaborazione”; un rapporto non nuovo in Altopiano tra la “Garemi” e la “7 Comuni”.

  • A sud, sotto il comando di Giacomo Chilesotti “Loris”, comandante della Divisione, operano le formazioni che agiscono nella pedemontana e in pianura: le brigate “Martiri di Granezza” e  “Loris” del Gruppo Brigate “Mazzini”, la Brigata “Giovane Italia” e la Brigata garibaldina “Mameli” della “Garemi”.

Autorevole conferma dell’avvenuta suddivisione della Divisione “M. Ortigara” l’abbiamo da Giulio Vescovi “Leo”, vice comandante del Gruppo Brigate “7 Comuni”, che sottolinea:

“La posizione della divisione Ortigara, posta a cavallo della linea difensiva costruita dai tedeschi […]. La deprecata ipotesi che il nemico, abbandonata la linea del Po, riuscisse ad attestarsi sulla linea predisposta […] era quanto mai probabile. In tal caso la divisione Ortigara sarebbe rimasta divisa in due tronconi senza possibilità di poter fruire della collaborazione di tutti i suoi reparti. Bisognava quindi che le brigate di pianura attaccassero decisamente i reparti tedeschi in transito per disorganizzarli, che le formazioni della pedemontana impedissero l’attestarsi dei reparti nella zona fortificata, che quelle di montagna impedissero l’accesso ai monti…”.

Ma conferma l’abbiamo anche dalla stessa relazione finale della Missione Alleata “Ruina”:

“Dal 26 aprile in avanti Giulio, vice comandante della divisione e comandante del gruppo brigate Sette Comuni, ha preso personalmente il comando di tutte le formazioni dell’Altopiano, inclusa la Brigata Pino della Divisione Ateo Caremi”.

In effetti, già nel “verbale Pascoli” sulla costituzione della Divisione “Monte Ortigara” (Povolaro di Dueville, 22 febbraio ‘45), e su proposta dello stesso Chilesotti, è previsto che nell’eventuale mancanza del comandante il comando passi al vice comandante “Giulio”.

Infine, a conferma del collegamento operativo reciprocamente cercato dal Gruppo Brigate “Mazzini” e dalla Brigata “Mameli”, si rammentano due importanti incontri:

  • quello tra il comandante della Brigata “Martiri di Granezza”, Francesco Zaltron “Silva”, e Roberto Vedovello “Riccardo” della “Mameli”, oltretutto già amici fraterni, avvenuto a Zugliano il 27 marzo ’45 in casa di Edmondo Zavagnin “Vento”;
  • e quello tra Giacomo Chilesotti “Loris” e Roberto Vedovello “Riccardo” avvenuto a fine marzo ’45 e di cui parleremo approfonditamente più avanti.

Nei giorni della Liberazione (25-29 aprile ‘45), la “Mameli” nella Pedemontana opera in appoggio ai reparti della Brigata “Martiri di Granezza”, collaborando alla Liberazione di Zugliano, Breganze e Thiene, la “Mameli” libera Calvene, Chiuppano, Carrè, Zanè e Centrale, mentre la “Martiri di Granezza” libera Molvena, Caltrano, Lugo, Fara, Salcedo, Sarcedo e Villaverla.

Anche in pianura, nonostante le relazioni difficili esistenti tra i comandi della “Mameli” e della “Loris”, la collaborazione tra le due formazioni sembra comunque dare anche buoni frutti:

  • A Montecchio Precalcino, già dal 26, “Mameli” e “Loris” disarmano casa per casa i fascisti della locale squadra d’azione delle “brigate nere” e tentano di proteggere i centri abitati dalle scorribande dei nazi-fascisti in ritirata. Il 29 aprile Montecchio è liberata congiuntamente e, di comune accordo è nominato come “Comandante militare della Piazza”, a turni di quindici giorni ciascuno, prima il Comandante del Btg. “Livio Campagnolo” della “Mameli”, Vinicio Cortese “Nereo”, successivamente il Comandante locale della “Loris”, Giuseppe Lonitti “Marcon”.
  • Sempre il 29 viene liberato dalla “Loris” il paese di Novoledo e dalla “Mameli” Caldogno.
  • Dueville viene liberato congiuntamente dalla “Loris” e dalla “Mameli”, anche se poi la gestione non sarà collegiale come a Montecchio Precalcino.

Un esempio del clima non idilliaco esistente tra la “Mameli” e la “Loris”, durante, ma soprattutto dopo la guerra, lo troviamo nel memoriale di Italo Mantiero, Con la brigata Loris, dove nel tentativo di motivare l’inaffidabilità dei garibaldini, riporta tra l’altro la lettera che il comandante della Divisione “M. Ortigara” Giacomo Chilesotti “Loris” avrebbe scritto il 14 aprile ‘45 al comandante della “Mameli”, Roberto Vedovello “Riccardo”:

“Caro Riccardo, è d’altronde una utopia sperare che le cose si risolvano da sé col passare del tempo. Ti dirò che ho sperato questo e come risoluzione pensavo ad una collaborazione mutua e sincera tra le nostre formazioni. Ciò non è mai avvenuto poiché forse non è neppure possibile.

Allora con Alberto ci siamo rimessi alla volontà del Comando Regionale, il quale, e credo che ormai ne sarai stato reso edotto, ha deciso la comunque annessione della Mameli alla Divisione Ortigara.

Non penso di risolvere per lettera una questione così delicata ed importante, perciò t’invito ad un appuntamento che puoi stabilire consigliandoti con Nereo, incaricato di farti avere la presente.

Ti prego di fissare possibilmente come luoghi i dintorni di Levà. Cordiali Saluti.

(Nettuno)”.

Quel incontro è avvenuto nei pressi della stazione ferroviaria di Montecchio-Villaverla, in un boschetto di acacie, ma sia nel “diario” della Brigata “Mameli”, sia nelle testimonianze del comandante Roberto Vedovello “Riccardo”, nonché di Palmiro Gonzato e del dott. Arrigo Martini “Ettore”, che vi hanno partecipato con altri partigiani di Levà per garantirne la sicurezza, il convegno è avvenuto verso la fine del marzo ‘45, cioè almeno due settimane prima della data riportata nella lettera (14 aprile 1945).

Non solo la data è errata, ma anche il contenuto della lettera solleva dubbi di autenticità, così come di obiettività l’intero capitolo che Mantiero ha dedicato alla “Mameli” e non solo. Infatti:

  • nella lettera è citata per iscritto la zona dove organizzare l’incontro, un fatto che cozza contro ogni più elementare principio di sicurezza. Chilesotti non lo avrebbe mai fatto, così come non è da Chilesotti utilizzare un linguaggio così poco diplomatico.
  • la lettera è firmata Nettuno, che è il primo “nome di battaglia” di Chilesotti, ma un nome che Chilesotti non utilizza più dall’autunno del ‘44 perché troppo noto alle polizie nazi-fasciste, e che ha sostituito con “Loris”, in ricordo dell’amico Rinaldo Arnaldi caduto a Granezza.
  • nella lettera non si fa nessun riferimento alla decisione del Comitato Militare Regionale Veneto in merito alla “zona operazioni” affidata alla Divisione “M. Ortigara”, né tantomeno alla già decisa e necessaria collaborazione tra i reparti che operano nella stessa zona, nel caso: Brigata “Mameli”, Gruppo Brigate “Mazzini” e Brigata “Giovane Italia”. Ma troviamo viceversa solo un astioso: “Caro Riccardo, è d’altronde una utopia sperare che le cose si risolvano da sé col passare del tempo. Ti dirò che ho sperato questo e come risoluzione pensavo ad una collaborazione mutua e sincera tra le nostre formazioni. Ciò non è mai avvenuto poiché forse non è neppure possibile”. Anzi nella lettera troviamo scritto: “Allora con Alberto ci siamo rimessi alla volontà del Comando Regionale, il quale, e credo che ormai ne sarai stato reso edotto, ha deciso la comunque annessione della Mameli alla Divisione Ortigara”. Un’affermazione che non corrisponde a verità e che cozza contro ogni più elementare razionalità politica e militare. Infatti, parlare di “annessione”, non è la stessa cosa di “collaborazione e dipendenza operativa”.

Inoltre, almeno due settimane dopo la riunione di Levà di fine marzo ‘45, Giacomo Chilesotti “Loris” chiede a “Puntino” della Missione MRS, che il CMR del Veneto gli faccia avere “…quella dichiarazione nei confronti della Mameli”; nella risposta di “Puntino”, datata 19 aprile ‘45, si legge: “Caro Loris, ho parlato con Piz circa la questione Mameli. Spera di fare qualcosa in tuo favore …”. Ciò conferma che nessuna decisione in merito alla richiesta di “annessione” della Brigata “Mameli” alla Divisione “Monte Ortigara”, se c’è stata, non è mai stata accolta ne dal Comitato Militare Regionale, ne dal Comitato di Liberazione Nazionale Regionale Veneto.   

  • Infine, per quanto riguarda “l’azione comune” che Italo Mantiero scrive essere avvenuta la sera del 24 aprile nei pressi di Lupia di Sandrigo, secondo Roberto Vedovello “Riccardo” è stata attuata solo dagli uomini della “Mameli” (tra cui “Riccardo” e i f.lli “Bonomo” di Dueville), non c’era né Chilesotti, né tantomeno donne “molestate”, i morti tedeschi (SS del BdS-DS) sono stati almeno quattro, e la borsa con gli importanti documenti trovata nella macchina, è stata consegnata subito a “uno dei referenti della Loris”, probabilmente allo stesso Mantiero, perché la consegnasse a Chilesotti e questi agli Alleati tramite la Missione “MRS”.

     Se quanto scritto da Mantiero nel suo memoriale è spiegabile, vista il momento storico, l’intransigenza e la caparbietà dell’uomo politico, “campione della Resistenza anti-garibaldina ed anti-comunista”, altri scritti di storici contemporanei hanno concorso a manipolare ulteriormente e strumentalmente la “memoria” dei fatti di Dueville.

Asserire ad esempio, che la “Mameli” ha una sua storia “solo” dopo il “Convegno di Villa Rospigliosi” dell’11 novembre 1944, e che si è costituita allo scopo primario di annettersi territori e uomini già della “Mazzini”, non sono affermazioni obiettive.

Infatti, la brigata garibaldina “Mameli”, come d’altronde molte altre brigate, nascono prima di Villa Rospigliosi, alcune già subito dopo i duri rastrellamenti dell’estate-autunno ’44, e ciò, dalla necessità di riorganizzare il movimento resistenziale vicentino con reparti più autonomi e snelli. Vedi ad esempio:

  • la Brigata “7 Comuni” che diventa Gruppo Brigate (Br. “Fiamme Verdi” e Br. “Fiamme Rosse”);
  • la Brigata “Mazzini” che si trasforma in Gruppo Brigate (Br. “Martiri di Granezza” e Br. “Loris”);
  • il Gruppo Brigate “Garemi” (Br. “Stella” e Br. “Pasubiana”), che aumenta il numero dei reparti dando autonomia alle brigate “Pino” e “Mameli”, e poi alla Brigata “Martiri della Val Leogra” e “Avesani” nel Veronese;
  • nel contempo in provincia nascono anche nuove brigate come la “Fratelli Rosselli”, la “Damiano Chiesa”, la “Martiri del Grappa” e la “Giovane Italia”.

La Brigata garibaldina “Mameli”, non è quindi nata in alternativa al Gruppo Brigate “Mazzini”, come taluno ha erroneamente e strumentalmente affermato, perché essa viene costituita a metà ottobre del ‘44 unificando il Battaglione “Francesco Urbani”, già presente nell’area e già appartenente alla Brigata “Pasubiana”, e altri piccoli gruppi sparsi nella zona pedemontana dell’Altopiano dei 7 Comuni. A questo primo nucleo si aggiungono poi varie squadre di sabotatori GAP e SAP o “territoriali”, in gran parte organizzate da Gino Cerchio già nella primavera del ’44, e unificate a partire dal novembre ’44 nei battaglioni territoriali della “Mameli”: il Btg. “Livio Campagnolo”, il Btg. “Antonio Marchioretto” e il Btg. “Guglielmo Oberdan”, poi “Martiri di Carrè”.

Il fatto poi, che la Brigata “Mameli” ufficializzi solo il 7 febbraio ’45 la sua adesione al Gruppo Brigate “Garemi”, trova spiegazione in una decisione presa, questa sì nel Convegno di Villa Rospigliosi, dove è stabilito che il territorio di competenza del Comando Zona Montana (CMZ) viene allargato anche ai settori di Bassano, Thiene, Schio, Malo e Valdagno, e cioè a tutta quell’area di pianura che è in prossimità della zona pedemontana e di accesso alle valli.

Tale scelta, se logica da un punto di vista militare, avrebbe comportato però la divisione sia del Gruppo Brigate “Mazzini”, sia della Brigata “Mameli”, in quanto rientranti solo in parte nel CZM.  La “Mazzini” avrebbe dovuto affidare la sua Brigata “Loris” al comando del Comitato Militare Provinciale di Vicenza (CMP), così come la “Mameli” il suo Btg. “Livio Campagnolo”.

Infatti, subito dopo il convegno di Villa Rospigliosi, il Comando della Brigata “Loris” chiede un incontro urgente con “Alberto”, comandante della “Garemi” e della “Zona Montana”, incontro che avviene il 18 novembre ‘44 a Grumolo Pedemonte di Zugliano, presso l’Osteria “Ai tre scalini”, e a cui partecipano Nello Boscagli “Alberto”, Lino Marega “Lisi” per la “Garemi” e Italo Mantiero “Albio” e Angelo Fracasso “Angelo” per la Brigata “Loris”. I due dirigenti autonomi, sollevano il problema della coabitazione territoriale tra “Mazzini” e “Mameli”, ma soprattutto la preoccupazione per la diversa dipendenza della “Loris” dal resto della “Mazzini”, anche rispetto alla simile situazione in cui si trova la “Mameli” con il Btg. “Livio Campagnolo”. Anche tra i comandi della “Mameli” e della “Loris” vi è almeno un incontro sull’argomento, che avviene qualche tempo dopo, a casa di Angelo Fracasso “Angelo” a Villaverla.

Una situazione questa del possibile smembramento della “Mazzini” e della “Mameli”, da tener ben presente per capire le resistenze, oltre che politiche, della “Mazzini” al Comando unico Zona Montana (CMZ), e dall’altro le pressioni che saranno esercitate sulla “Mameli”.

Anche la sostenuta annessione di partigiani della “Mazzini” da parte della “Mameli” a Levà di Montecchio Precalcino, è un ulteriore racconto strumentale.

Precedentemente operano a Levà due distinte squadre partigiane:

  • La Squadra di “Levà Bassa”, guidata da due studenti universitari, Vinicio Cortese “Nereo” e Arrigo Martini “Ettore”; un GAP garibaldino organizzato nell’aprile ‘44 da Gino Cerchio, vice-comandante del Btg. Guastatori di Vicenza, che ha la sua base clandestina prima ad Ancignano di Sandrigo e poi presso la casa rurale della famiglia Moro, tra il torrente Igna e la Stazione Ferroviaria di Villaverla-Montecchio.
  • La Squadra di “Levà Alta”, guidata da Palmiro Gonzato e Gio Batta Baccarin “Titela”; una SAP (Squadra di Azione Partigiana), prima legata alla “Mazzini” di Preara di Montecchio Precalcino (Francesco Campagnolo “Checonia”, già garibaldino in Spagna, e Livio Campagnolo), e poi alla “Mazzini” di Mario Saugo “Walter”, del quartiere Conca di Thiene, nonché futura Brigata garibaldina “Martiri della Libertà”.

La Squadra di “Levà Alta”, spezzati i contatti, prima con i partigiani di Preara dopo il rastrellamento del 12 agosto, e poi anche con “Walter”, a causa dei rastrellamenti della tarda estate, si aggrega alla Squadra di “Levà Bassa”, e con essa, successivamente, al Btg. “Livio Campagnolo” della Brigata “Mameli”. Una unificazione non forzata e che non recide il legame tra i partigiani di Levà con quelli di Preara e di Thiene, come è dimostrato, sia dalla stretta collaborazione dei giorni della Liberazione tra gli uomini della “Mameli” e della “Loris” nel territorio di Montecchio, sia dall’azione comune di autofinanziamento del febbraio ‘45 e compiuta dalla “Mameli” di Levà e dalla “Mazzini” di Thiene, ai danni della ditta Sareb, la “polveriera di Cà Orecchiona” a Montecchio Precalcino.

Un’ultima precisazione. Definire la “Mameli” una Brigata SAP  o “Territoriale”, cioè che opera in pianura come la “Loris”, è cosa non esatta: la “Mameli” è una Brigata “mista”, costituita cioè da reparti partigiani che operano in montagna e nella pedemontana (Compagnia Comando e Btg. “Francesco Urbani”) e reparti “territoriali” o SAP che operano in pianura.

E tanto per puntualizzare, anche gli effettivi delle due brigate sono ben diversi: la Brigata “Loris” conta poco più di un centinaio di partigiani, contro gli oltre cinquecento della Brigata “Mameli”, cioè l’intera Brigata “Loris” ha una consistenza pari al solo Battaglione Territoriale “Livio Campagnolo” della “Mameli”.

Dueville, cronaca di una strage e di un falso storico: la rappresaglia tedesca del 27 aprile 1945

Chi ne ha già parlato?

    Nell’aprile 1984 il prof. Italo Mantiero, il Comandante “Albio” della Brigata “Loris”, dà alle stampe il suo memoriale: Con la Brigata Loris. Vicende di guerra 1943-1945.

Giulio Vescovi “Leo”, con sincerità intellettuale e diplomazia afferma nella presentazione che il libro di Mantiero non può “allontanarsi dai sentimenti di chi ha vissuto le vicende narrate, né può essere estraneo alle emozioni di chi vi è stato in mezzo”.

     Sempre nell’aprile 1984, stimolato dal libro di Mantiero, il mensile di Dueville “Metro”, con un articolo a firma di Luigi Fabris tenta una prima ricostruzione “storica” dei fatti accaduti a Dueville quel tragico 27 aprile. Le conclusioni parlano da sole:

Ancor oggi, la gente ne parla mal volentieri, spesso rifugiandosi nell’anonimato, perché … è una questione delicata che può urtare tante persone”.

L’anno successivo (aprile 1985), anche a seguito di una serie di lettere giunte al giornale dopo il primo articolo, “Metro” torna sull’argomento, con un servizio di Fiorenzo Laggioni, Graziano Ramina e Bruno Righetto, ma le cui conclusioni non sono molto diverse:

“sui nomi, sulle responsabilità, sulle scelte operate allora, su episodi di fondamentale importanza per la ricostruzione della verità, ci siamo trovati di fronte ad un muro”.

     Nel 1990 il dott. Roberto Vedovello, il Comandante “Riccardo” della Brigata “Mameli”, rompe un silenzio durato 45 anni e da Cavalese, nella trentina Val di Fiemme, prende carta e penna e risponde a Mantiero, tracciando il suo resoconto dei fatti accaduti a Dueville. Un intervento che ha ritenuto necessario solo:

“per impedire che poche, maldestre ed insensate righe di un astioso personaggio potessero anche solamente gettare un’ombra sull’onore degli uomini della mia Brigata”.

     Nel 1996, arriva un nuovo contributo: Palmiro Gonzato e Lino Sbabo, partigiani della “Mameli” di Levà, pubblicano il loro memoriale: C’eravamo anche noi. Ricordi della Resistenza a Montecchio Precalcino. Un libro che tra molti altri episodi descrive anche l’intervento delle squadre di Levà del Btg. “Livio Campagnolo” della “Mameli” nell’azione del 27 aprile a Dueville.

     Nel 2006, in appendice al libro Memorie Partigiane, curato da Benito Gramola, Francesco Binotto firma: Cronaca di una rappresaglia: Dueville 27 aprile 1945. Un “racconto scritto” che sembra solo voler confermare la “versione orale ufficiale”, visto che nulla, o quasi, di nuovo ha avanzato.

     Nel novembre del 2007, per l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Provincia di Vicenza “Ettore Gallo”, Paolo Tagini e Pierluigi Dossi realizzano a Cavalese (Trento) un’intervista filmata con il Comandante della Brigata “Mameli”, il dott. Roberto Vedovello “Riccardo”.

Un mese dopo viene registrato da Pierluigi Dossi anche l’incontro, dopo 62 anni, tra Palmiro Gonzato, partigiano di Levà, e il suo comandante di brigata, Roberto Vedovello.

     Nel 2008, Palmiro Gonzato pubblica una breve memoria scritta: Partigiani di pianura “I Territoriali”, allegata alla cartella di stampe: Illustrazioni di episodi avvenuti durante la Resistenza a Montecchio Precalcino e dintorni. Anche in quest’occasione si parla del tentativo di occupare Dueville, e una stampa lo raffigura. Nel luglio del 2009, Palmiro Gonzato pubblica alcuni ricordi: Appunti sui fatti di Dueville del 27 aprile 1945.

      Nel 2011 Giuseppe Bozzo dà alle stampe le sue memorie, Gocce di Storia, dove racconta la terribile esperienza di IMI, sia durante l’internamento in Germania, che nei giorni del suo rientro a casa. Nel libro Bozzo ricorda anche il dolore patito nell’apprendere che il padre era morto poco prima del suo ritorno, ucciso durante i tragici fatti che hanno interessato Dueville negli ultimi giorni di guerra. Il cav. Bozzo parlando di quella vicenda scrive:

“Diciassette furono i civili innocenti che caddero sotto il piombo nazista per un evento bellico che poteva essere evitato. Parecchie furono le testimonianze udite in quei giorni e spesso discordanti fra loro, a seconda del credo politico del narratore o della sua personale incipiente convenienza partitica”.

     Sempre nel 2011, il Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino, realizza un lungometraggio storico (133 minuti in 13 capitoli) in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino.

Vi sono raccontate anche le vicende che riguardano l’azione condotta dal Btg. “Livio Campagnolo” per la liberazione di Dueville, con importanti interviste inedite al dott. Arrigo Martini “Ettore”, Commissario del Battaglione, e a Palmiro Gonzato, Capo Squadra di Levà del Btg. “Livio Campagnolo”.

1^ fase: la popolazione saccheggia i magazzini.

Al mattino del 27 aprile la popolazione saccheggia i magazzini tedeschi.

     All’alba del 27 aprile 1945 i tedeschi di presidio a Dueville lasciano il paese in direzione di Villaverla dove si uniscono a quel comando per ripartire assieme il giorno successivo.

     La scarsità di mezzi e la fretta di eseguire l’ordine di trasferimento non consente ai tedeschi di svuotare i magazzini logistici sistemati presso le Scuole Elementari di via 4 Novembre, ma soprattutto i depositi presenti all’interno dei capannoni del Lanificio Rossi, in viale della Stazione, dove sono custoditi preziosi materiali per le trasmissioni (radio e telefoni, antenne, materiali elettrici, batterie, ecc.).

     Partiti i tedeschi, sempre più duevillesi cominciano ad entrare nei fabbricati per dare inizio al “trasloco” delle cose più facilmente trasportabili, qualcuno arriva anche con carriole, carrettini e carretti trainati da somari.

     Nelle stesse ore del mattino, tra Dueville e Novoledo, alla curva “Dal Molin”, è organizzato un posto di blocco, che secondo Mantiero, è gestito dalla Brigata “Loris”, secondo altre testimonianze e il mensile “Metro”, congiuntamente al Btg. “Livio Campagnolo” della Brigata “Mameli”.

     A Dueville il saccheggio dei magazzini continua, e nel timore che tutto sia depredato o distrutto, il locale Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) decide di chiedere l’aiuto dei partigiani.

A tale scopo il medico condotto dott. Michele Dal Cengio parte in bicicletta verso Novoledo, dove sa di poterli contattare.

     Il dott. Dal Cengio, raggiunge il posto di blocco partigiano alla curva “Dal Molin” e poi la “Casetta rossa” di Novoledo, divenuta sede del Comando di Chilesotti “Loris”.

Incontra anche “Riccardo”, il comandante della “Mameli”, che accetta di intervenire a Dueville.

Roberto Vedovello “Riccardo”, comandante della Brigata garibaldina “G. Mameli”

Intervento anti-saccheggio della “Mameli”.

     Circa alle ore 9:00, in centro a Dueville arriva il camioncino della “Mameli” con a bordo il Comandante “Riccardo” Vedovello e altri 9 partigiani.

     “Riccardo”, considerato che la ritirata delle truppe nazi-fasciste si sta intensificando e potrebbero anche arrivare in paese inaspettatamente, prima di affrontare il problema dei saccheggi ai magazzini da parte della popolazione, tenta di mettere in sicurezza l’area.

     Distribuisce così i suoi pochi uomini in modo da poter tener sotto controllo tutte le vie d’accesso al paese: due partigiani sono inviati a sud verso Vicenza, in Via Orsole (ora Viale Martiri della Libertà e Viale Vicenza); due verso via Molino e Cartiera, a sud verso Vivaro; due agli incroci a nord di Contrà Belvedere e via Morari (ora via Pasubio), e infine ad est, in Via Garibaldi, i due fratelli Emilio e Marino Guido “Bonomo”.

     “Riccardo” Vedovello, aiutato da alcuni elementi del CLN locale, inizia subito dopo:

     “a far ragionare la gente e a convincerla di tornare a casa. Le ruberie cessano, ma molte persone cominciano a sciamare in giro armate e festanti ed inneggiano alla Liberazione […] Preoccupato per la piega che prendevano gli avvenimenti e ben consapevole che non avrei potuto tenere il paese con i pochi uomini che avevo, cercai di convincere la gente a far sparire le armi e a rientrare nelle loro case. Non ci fu niente da fare. Mi chiedevano di restare, mi assicuravano che avrebbero spalleggiato i miei uomini nell’opera di difesa. Rifiutai decisamente ribadendo che me ne sarei andato subito”.

     Anche la rivista locale “Metro” ha ricostruito quei momenti:

     “Crocchi di persone si formano un po’ ovunque a parlottare e a rassicurarsi vicendevolmente sulla fine della guerra. Gli “imboscati”, coloro cioè che non si erano presentati alle armi ai ripetuti richiami fascisti, uscirono dai loro nascondigli dove per mesi avevano vissuto il terrore di essere presi. Tutti in paese cominciarono a respirare un’atmosfera nuova, un’atmosfera di tranquillità, quella che di solito, purtroppo, precede la tempesta”.

     Molti di quegli “imboscati” di cui parla “Metro”, e molte di quelle “persone armate” di cui parla “Riccardo”, sono in realtà “partigiani territoriali” della “Mameli” e della “Loris” di Dueville, e saranno proprio loro a pagare il prezzo più alto in questa tragica giornata.

     

2^ fase: l’attacco tedesco a Dueville

La motocarrozzetta e la colonna tedesca.

  

     Circa alle ore 13:00, da via Garibaldi arriva una motocarrozzetta con due tedeschi a bordo. Quando giunge all’altezza dell’Osteria “alla Berica”, tra i partigiani che presidiano l’accesso a Piazza Monza e i tedeschi inizia uno scambio di colpi di arma da fuoco, che termina in breve tempo con il ferimento e la caduta dalla moto del passeggero, e la fuga da dove era venuto dell’autista.

     Da almeno quattro testimonianze, abbiamo la conferma che a ferire il tedesco sono stati i partigiani a presidio di via Garibaldi; un gruppo che al momento dello scontro è costituito, oltre che dai fratelli Guido “Bonomo” (Emilio e Marino), giunti con “Riccardo”, anche dai partigiani “territoriali” che si sono aggregati successivamente: Guido Giacomin, Gaetano Militti, Pasquale Ruffo, Alberto Visonà, Isaia Frazzini, Giuseppe Pasciutti, Giovanni Dari e altri.

     Fuggito il motociclista, il secondo tedesco, ferito, viene soccorso dagli stessi partigiani e trasportato all’interno dell’Osteria. È chiamato il dott. Michele Dal Cengio e vi giunge anche un ufficiale medico della Croce Rossa tedesca.

     Un testimone oculare, Eugenio Fiorentin, “ricorda i lamenti del ferito, vestito da SS e che aveva un braccio con tanti orologi, forse rubati”. (sic!)

I tedeschi attaccano Dueville.

     La motocarrozzetta tedesca era in ricognizione, difatti poco dopo arriva una colonna di camion tedeschi proveniente probabilmente dalla “Marosticana”.

Scrive la rivista “Metro”:

     “I tedeschi iniziano dalla “roda Porta” il loro rastrellamento e non si fecero scrupolo di uccidere qualsiasi malcapitato si fosse affacciato per vedere quel che stesse capitando”.

     Anche questa ricostruzione di “Metro” è inesatta, perché i tedeschi non iniziano il rastrellamento dalla Roggia Porto, cioè all’incrocio tra via Garibaldi e via della Cà Bassa-Cà Faccin (ora via D’Annunzio e Abba), all’altezza del “Palazzone”, cioè a circa 1 km da Piazza Monza, ma oltre 500 metri più avanti, all’altezza della fattoria dei Fiorentin e, pur nella drammaticità degli eventi, i tedeschi non uccidono nessun “malcapitato”, almeno sino all’Osteria “alla Berica”.

(Foto da Archivio Renzo “Neno” Salgarollo – Mostra Fotografica Barchesse Monza 2011-2013).

  • Come si desume dalle mappe catastali e geografico-militari del periodo, e dai fascicoli del “Servizio danni di guerra” del Ministero delle Finanze, da Piazza Monza sino ai Fiorentin, ci sono allora solo 18 abitazioni, e solo queste hanno subito “danni di guerra”.

I tedeschi smontano dai camion all’altezza della fattoria dei Fiorentin, a meno di 500 metri dall’Osteria “alla Berica”, e iniziano ad avanzare a piedi, a entrare nelle case, e a catturare ostaggi. Cominciano da casa Garbinelli, per poi passare alle case successive dei Mogentale a sinistra e dei De Rosso a destra; subito dopo iniziano anche a incendiare le abitazioni delle famiglie Fabrello, Cogo e Bortolotto, Costa e Capellari.

  • Se per “malcapitato”, la rivista “Metro” si riferisce all’uccisione di Bortolo Rossato, è bene considerare che il Rossato è stato assassinato all’allora civico n. 60 (ora proprietà Eugenio Motterle, civico n.213), ancora oggi l’ultima abitazione sulla sinistra prima di via Astichelli, a 250 metri dalla “Marosticana”. A compiere quindi quel delitto può essere stato uno qualunque dei tanti reparti tedeschi di passaggio in quei giorni.

     La manovra tedesca è particolarmente decisa e veloce, e non si sviluppa come un rastrellamento, quanto viceversa come un attacco contro un obiettivo preciso: il presidio partigiano.

  • inizialmente i tedeschi si allargano di poco rispetto alla strada, quel tanto che basta per coprire in sicurezza l’avanzata del reparto;
  • successivamente, probabilmente in contemporanea con l’inizio dello scontro a fuoco con il presidio partigiano e degli incendi alle abitazioni, i tedeschi si aprono a ventaglio per i campi, stringendo il fianco ovest del centro del paese, da Casa Padovan in via 4 Novembre, al “campo sportivo” di via Orsole (ora via Martiri della Libertà).

     In via Garibaldi, le abitazioni colpite sono nell’ordine quelle di:

  • Giuseppe Garbinelli di Cosma;
  • Gio Batta Mogentale di Giovanni;
  • Antonio e Giovanni De Rosso di Carlo;
  • Luigi Fabrello di Giovanni (incendio abitazione e magazzino edile);
  • Vittorio Cogo di Gaetano (incendio abitazione);
  • Giuseppe Bortolotto di Damiano (incendio abitazione);
  • Gio Batta Costa di Luciano (incendio abitazione);
  • Cesira Cappellari di Silvestro in Coltro (incendio abitazione);
  • e l’Osteria “alla Berica” di Ettore Giacomin.

     In totale, almeno 8 abitazioni razziate dei suoi abitanti, di cui le ultime 5 date anche alle fiamme; è gravemente danneggiata anche l’osteria.

     Per appiccare il fuoco alle abitazioni i tedeschi utilizzano bombe a mano incendiarie, ma prima fanno evacuare tutte le persone.

     Lo scopo quindi non è quello di cercare la strage, come si è sempre sostenuto, ma essenzialmente tattico, psicologico e di copertura, tipico della tecnica militare tedesca nei combattimenti in centro abitato.

     A un’attenta analisi dei documenti e delle testimonianze compare quindi con sufficiente chiarezza che il reparto tedesco che avanza su Dueville non è tanto interessato al saccheggio, né tantomeno alla rappresaglia, quanto piuttosto alla cattura di ostaggi per la veloce eliminazione dell’ostacolo rappresentato dai partigiani del presidio di via Garibaldi, presso l’Osteria “Alla Berica”.

Via Garibaldi e l’Osteria “alla Berica”, probabilmente foto anni ’60. Si osservi il grande sviluppo edilizio avvenuto

nel dopoguerra rispetto alla situazione anteguerra evidenziata dalle mappe catastali della pagina successiva.

(Foto da Archivio Renzo “Neno” Salgarollo – Mostra Fotografica Barchesse Monza 2011-2013).

L’attacco tedesco: schema su Mappe Catastali 1935-39, Comune di Dueville, Sez. A, da fogli 2, 3, 5, 7 e 8.

     Roberto Vedovello “Riccardo” nel suo resoconto sui fatti di Dueville scrive:

“A un certo punto venni avvertito che da più direzioni stavano arrivando truppe tedesche. La situazione si faceva critica. Cercai di raggruppare i miei uomini che erano sparsi lungo il perimetro della periferia. Decisi di rendermi conto di persona di quale entità e qualità fossero le forze che ci stavano accerchiando. Vidi, da come i tedeschi stavano avanzando, che si trattava di truppe scelte. Nel saltare un reticolato venni fatto segno da una scarica di mitra. Risposi al fuoco e mi ritirai”.

     Durante le due interviste realizzate a Cavalese (Tn), il dott. Roberto Vedovello ha approfondito questa sua prima ricostruzione:

  • quando “Riccardo” parla di un attacco proveniente da più direzioni e di un possibile accerchiamento, è perché i suoi uomini e alcuni cittadini lo avvisano che da sud del paese, da Palazzo Porto Casarotto e da Villa Da Porto a Vivaro, sono in arrivo truppe tedesche, e che da via Garibaldi, ad est del capoluogo, ne stanno avanzando altre;
  • i tedeschi, da via Garibaldi sono già arrivati alla periferia del paese, tanto che quando “Riccardo”, attraversando gli orti nel retro degli edifici che chiudono Piazza Monza a est, va a controllare di persona la situazione, è fatto segno di colpi di mitra;
  • “Riccardo”, dopo questo primo “incontro ravvicinato”, per valutare meglio il da farsi decide di salire nella soffitta di uno dei fabbricati, tra via Garibaldi e via 4 Novembre, e da quella posizione panoramica che dà allora sulla campagna, e aiutato dal binocolo, capisce appieno la gravità della situazione; individuato da un tedesco posizionato in un vicino fossato, viene ancora preso di mira e un proiettile lo sfiora penetrando nel vicino trave del tetto;
  • le “truppe scelte” di cui parla “Riccardo”, sono identificate per il loro tipico equipaggiamento (elmetto, tuta mimetica e poncio, armamento e insegne ai baveri), come SS-Fallschirmjäger, cioè Paracadutisti-SS: un reparto speciale tedesco, ma soprattutto un reparto d’élite delle SS, uomini di Heinrich Himmler e del suo “servizio di sicurezza”, il BdS-SD.

     “Riccardo” scende velocemente dalla soffitta: “Raggruppai sei dei miei otto uomini e mi sganciai. I due fratelli Guido, che erano rimasti isolati, per liberarsi da una criticissima situazione furono costretti ad abbattere un muro con bombe a mano, dileguandosi quindi per i campi”.

Nelle interviste “Riccardo” conferma che lui e i suoi uomini hanno ripiegato velocemente verso il Lanificio Rossi e, superato il muro che li separa dalla ferrovia, si dileguano per i campi. Viceversa, dimostra di conosce solo genericamente la sorte toccata ai fratelli Guido “Bonomo” e agli altri che si erano aggregati a loro.

SS-Fallschirmjäger, Paracadutisti-SS

Cosa avviene all’Osteria “alla Berica”

     Al comando di Emilio Guido “Bonomo”, i partigiani del presidio di via Garibaldi quando si rendono conto della consistenza del reparto nazista è ormai troppo tardi per riuscire a sganciarsi.

Bloccati dal fuoco nemico, dopo un breve tentativo di resistenza, alcuni di loro non trovano altro riparo che all’interno dell’Osteria, mentre tutti gli altri cercano altre vie di fuga.

     Secondo varie testimonianze, in particolare dell’allora ventenne Eugenio Fiorentin e del partigiano Emilio Guido “Bonomo”, entrambi entrati nell’Osteria all’arrivo dei tedeschi, i militi nazisti irrompono nel locale, bloccano i presenti, e spingono fuori tutte le donne, compreso un bambino di 10 anni (la moglie del gestore Maria Teresa Grotto in Giacomin, la sorella Anna, le due figlie, Agnese e Giuseppina e il figlio Bruno).

Gli otto uomini rimasti sono viceversa fatti uscire e allineati lungo il muro esterno con le mani alzate, quindi fatti rientrare.

Una volta all’interno dell’osteria le SS levano dal gruppo due persone:

  • Gio Batta Grotto (di Antonio), suocero del gestore dell’Osteria, risparmiato forse per l’avanzata età;
  • Ultimio Bortolo Parise detto “Bìsiga” di Gio Batta, cl.20; liberato perché repubblichino, milite della Guardia Nazionale Repubblicana Ferroviaria, nonché ausiliario della locale squadra della Brigata Nera.   

Nello caos di quei momenti, altri due, Eugenio Fiorentin e Emilio Guido “Bonomo”,  riescono a nascondersi in cantina. Sono viceversa spietatamente assassinati:

  • il gestore dell’osteria, Ettore Giacomin, civile;
  • il figlio Guido Giacomin, partigiano territoriale della “Mameli” di Dueville;
  • Pasquale Ruffo, partigiano territoriale della “Loris” di Dueville;
  • e Alberto Visonà, partigiano della Brigata Giustizia e Libertà “Rosselli” di Valdagno.

Eccetto il gestore della “Berica, gli altri sono tutti partigiani aggregatisi al presidio di via Garibaldi con i fratelli Guido “Bonomo”.

     Per intanto, i paracadutisti-SS continuano ad avanzare verso il centro del paese e a dare la caccia agli altri partigiani in fuga:

  • nel cortile dell’Osteria, mentre tenta di scavalcare la rete di recinzione verso il “campo sportivo”, è colpito a morte il giovane Gaetano Militti, partigiano territoriale della “Mameli” di Dueville;
  • nei pressi dell’Osteria è ferito a morte Giovanni Dari, partigiano territoriale della “Loris” di Dueville; muore alle 15,00 all’interno dell’osteria: è anche il primo dei cinque caduti partigiani “dimenticati” dalla storiografia locale;
  • in via Dante, è colpito a morte Isaia Frazzini, partigiano territoriale della “Mameli”; sempre lungo la stessa via, al n. civico 3, è danneggiata e data alle fiamme, con l’impiego di bombe a mano incendiarie, l’abitazione di Giovanni Marsilio di Ismaele e di Mistica Zordan;
  • in Piazza Monza, sul sagrato della Chiesa, è colpito a morte Giuseppe Pasciutti, partigiano territoriale della “Mameli”; sempre in piazza, al n. civico 14 e 15, è danneggiata da una granata anticarro di “Panzerfaust” (“Pugno corrazzato”) la bottega e abitazione di Ernesto Canevaro;
  • all’inizio di via 4 Novembre, è colpito a morte Folco Portinari, un civile, un ragazzo di 16 anni che tentava di raggiungere casa; le SS entrano anche nel suo alloggio (ospite con la madre e tre fratelli di Casa Padovan), e distruggono tutto. La madre di Folco, Margherita Navilli, testimonia:

“…mentre parte delle SS ci tenevano al muro in terrazza, le altre operavano in casa sparando negli armadi, sugli attaccapanni, sotto il tavolo, nella credenza che trovammo rovesciata con tutto ciò che conteneva e resa inservibile”; e soprattutto “…hanno barbaramente ucciso mio figlio Folco di sedici anni e mezzo”.

     Finita la “bonifica” del centro di Dueville, il bollettino finale della strage conta 9 morti (2 civili e 7 partigiani: quattro della “Mameli”, due della “Loris” e uno della “Rosselli”), oltre a 100 ostaggi civili concentrati al “campo sportivo”, e ben 8 fabbricati distrutti o gravemente danneggiati.

Questa strage non è stata una “rappresaglia”

     Sino ad oggi le ricostruzioni verbali e scritte di questa vicenda, hanno sostenuto soprattutto la tesi della “rappresaglia”, causata dal comportamento “avventato” dei partigiani garibaldini della “Mameli” che, sparando contro la motocarrozzetta, avrebbero scatenato l’ira vendicativa teutonica.

Viceversa, a sostegno della nostra argomentazione che all’Osteria “alla Berica” non si sia trattato di “rappresaglia”, possiamo così riassumere quanto sin qui ricostruito:

  • La motocarrozzetta è in “avanscoperta” per lo stesso reparto di paracadutisti-SS che poi ha attaccato Dueville. In altre parole, quel reparto si stava già dirigendo verso Dueville, e ciò è dimostrato anche dal breve lasco di tempo che intercorre dallo scontro con la motocarrozzetta e l’arrivo delle SS.
  • Messi in allarme, i tedeschi scendono dai loro automezzi a circa 500 m dall’Osteria “alla Berica”. Il loro obiettivo è chiaro: eliminare quell’ostacolo inaspettato rappresentato dal posto di blocco partigiano di via Garibaldi.
  • Entrano nelle case, catturano ostaggi e incendiano 5 abitazioni, ma prima fanno evacuare tutte le persone: lo scopo quindi non è quello della ricerca di una strage, come si è sempre sostenuto.
  • Anche all’Osteria “alla Berica”, nonostante i quattro morti, di cui tre partigiani, i nazisti non sembrano cercare la strage. Infatti, se l’avessero veramente voluta, non avrebbero certo risparmiato le donne, il bambino e nonno Grotto. Anche le altre cinque vittime uccise per le vie del centro, se eccettuiamo il giovane Portinari, sono tutte partigiani.
  • Il reparto SS che attacca Dueville non è interessato al saccheggio, anzi dimostra di avere fretta, si muove deciso e veloce verso il centro del paese, e riparte subito. Se il vero obiettivo dei paracadutisti-SS, professionisti del crimine e unità di assassini, fosse stata veramente la “rappresaglia”, la strage sarebbe stata molto più dura, uno sterminio di civili, una probabile distruzione totale del paese.

     Spiegato il perché non si è trattato di una “rappresaglia”, restano comunque in sospeso molte altre domande: perché tale reparto è entrato a Dueville?; perché tanta fretta di concludere l’azione repressiva? e in fondo, perché così poca ferocia?; ma soprattutto, c’è un collegamento tra la partenza da Dueville delle SS e quella, geograficamente vicina e sincrona, dei Comandanti partigiani della “Monte Ortigara, poi trucidati a Sandrigo?

     Infine, a proposito della diceria di un comportamento “avventato” dei garibaldini della “Mameli”, ci sembra utile sottolineare che in quei giorni avvengono in zona molte altre azioni partigiane, comunque necessarie e legittime visto lo stato d’eccezione provocato dalla guerra, e che avrebbero comunque potuto causare una ritorsione tedesca, che però non c’è stata:

  • a Novoledo, in via Vegre, uomini della “Loris” eliminano un capitano, un maresciallo e un soldato tedeschi;
  • alla curva “Dal Molin”, tra Dueville e Novoledo, da uomini della “Loris” viene ucciso un ufficiale delle SS-Ghestapo;
  • a Montecchio Precalcino, alle porte del paese, un reparto della “Loris” attacca una colonna tedesca;
  • a Novoledo, la Brigata “Loris” tenta di liberare il paese e uccide due tedeschi in motocarrozzetta;
  • infine, è bene rammentare che a Dueville, il presidio partigiano alla “Berica” non è costituito solo uomini della “Mameli”, ma anche della “Loris”.

I paracadutisti-SS partono da Dueville sostituiti da altro reparto tedesco.

     L’intera azione di rastrellamento è durata forse meno di un’ora, gli SS-Fallschirmjäger dimostrano di avere fretta di lasciare Dueville, tant’è che risalgono subito sui camion e già alle ore 14:30 sono pronti a partire.

A confermarci il fatto e l’orario abbiamo una testimone di eccezione, la partigiana “Zaira” Meneghin, Medaglia d’Argento al Valor Militare. “Zaira”, è anche il quinto testimone che ci conferma che il reparto presente a Dueville è un reparto di SS: “… sostava di fronte a noi un’enorme colonna delle SS tedesche, che supposi essere in partenza da quel momento”.

Altro testimone di eccezione è il comandante partigiano “Ermes” Farina, commissario politico della Divisione “Vicenza”, Medaglia di Bronzo al Valor Militare, che ci conferma la partenza dei tedeschi dalle scuole di via 4 Novembre: “… stando a metà strada fra il quadrivio e Dueville, noto nel centro l’evacuazione dei tedeschi dalle scuole … devo rifugiarmi più di una volta o dietro lo sbarramento anticarro posto sulla strada o entro il portone di una casa vicina”. La colonna nazista parte infatti dalle Scuole Elementari del capoluogo all’incirca alle ore 15:00; raggiunge l’incrocio di Contrà Belvedere e prosegue per Passo di Riva.

     I paracadutisti-SS, prima di andarsene da Dueville, hanno affidato il controllo del paese e degli oltre 100 ostaggi concentrati presso il “campo sportivo” ad un altro reparto tedesco, quasi certamente il reparto della Flak, la contraerea della Luftwaffe, sotto il cui comando è il “pronto intervento logistico-militare” di Villa Perazzolo a Vivaro, e il cui compito è di proteggere militarmente e di appoggiare logisticamente i reparti in ripiegamento.

È probabilmente lo stesso reparto che dal 27 a tutto il 28 aprile pone il suo Comando (uffici, cucina e alloggio ufficiali) a Dueville, in via Caprera, n. civico 5, presso l’abitazione di Vittoria Bruni di Egidio, vedova Farina, e che per tutta la giornata del 28 aprile, dalle ore 7 alle ore 19, colloca la base logistica per i suoi oltre 300 uomini in via Molino, n. civico 27, presso l’azienda agricola di Giuseppe Dal Santo di Gio Batta. Ed  è quasi certamente lo stesso reparto che il 27 aprile uccide il ferroviere Ferdinando Bozzo, affacciatosi alla finestra della sua abitazione in via Caprera n. civico 2 (casello ferroviario), e che il 28 aprile fucila il partigiano della “Mameli” Nicola Dal Santo di Giuseppe, nella la sua abitazione di via Molino n. civico 27.

E’ comunque con l’arrivo a Dueville di questo reparto germanico, che iniziano i saccheggi ai danni della popolazione del capoluogo, almeno 46 famiglie, ma anche attività commerciali e artigianali:

     Oltre ai 9 morti della “Strage di Dueville”, oltre ai furti e alle violenze di ogni genere, nel duevillese il 27 aprile si contano altre 4 vittime:

  • Ferdinando Bozzo e Bortolo Rossato,  di cui abbiamo già accennato, tutti e due civili, “uccisi senza motivazione apparente, singolarmente e in luoghi fuori dal centro abitato”, da altri reparti tedeschi;
  • Francesco Giaretton, partigiano della Brigata “Mameli”, e Giuseppe Bertinazzi, partigiano della Brigata “Loris”, di cui parleremo più avanti, tutti e due uccisi fuori dal centro abitato di Dueville, il primo nel tardo pomeriggio in via Villanova, a ovest del paese, e il secondo in Contrà Astichelli – Cappellari, a nord-est del capoluogo.

     Queste 4 vittime (due civili e due partigiani), sono state erroneamente accomunate alla “Strage di Dueville”, questo non è esatto perché non sono morte durante quel fatto, ma in altri luoghi e per mano di altri reparti nazi-fascisti.

3^ fase: l’attacco partigiano per liberare

Novoledo e Dueville

La Brigata partigiana “Loris” attacca i tedeschi a Novoledo

     Circa alle ore 15:30, partiti da Dueville i Comandanti della “Monte Ortigara” dall’incrocio di via S.Fosca-S.Anna, e i paracadutisti-SS dalle Scuole Elementari di via 4 Novembre, tre squadre della Brigata partigiana “Loris”, guidate dal loro comandante Italo Mantiero “Albio”, si riuniscono al posto di blocco della curva “Dal Molin”, per poi dirigersi verso Novoledo: l’obiettivo è occupare il paese e disarmare i tedeschi asserragliati nelle fattorie dei Filippi e dei Mantiero.

L’ordine è stato dato ad “Albio”, oralmente e per iscritto direttamente da Giacomo Chilesotti “Loris”, poco prima di partire per Longa di Schiavon.

     Le tre squadre della “Loris” si posizionano attorno al centro abitato di Novoledo.

“Albio” e il suo gruppo si dirigono verso la fattoria dei fratelli Filippi, dove i tedeschi hanno in ostaggio 15 civili, per chiederne la resa. Ma all’improvviso, dalla curva “Barbieri”, sbuca una motocarrozzetta con tre tedeschi a bordo; ne nasce un violento conflitto a fuoco nel quale restano uccisi due soldati germanici, mentre il terzo riesce a tornare incolume in paese.

In quei frangenti anche il prigioniero tedesco dell’ambulanza, che doveva servire da interprete, riesce a fuggire e a raggiungere i suoi camerati a Novoledo.

     Le altre due squadre della “Loris”, nel sentire quelle raffiche, pensano sia l’ordine di attacco ed iniziano a sparare, ma i tedeschi, ormai allertati, rispondono pesantemente al fuoco.

Nello scontro viene ferito il partigiano Guerrino Vezzaro “Lino”, da Dueville, e viene ucciso un anziano civile, Luigi Donà, abitante del caseggiato detto “Convento”, di fronte alla fattoria Filippi:

il Donà, sentiti gli spari e aperto la finestra della camera per controllare, è colpito a morte dai tedeschi. Vista la mala parata, “Albio” e i suoi uomini decidono di ritirarsi verso il “Bosco”.

Il Btg. “L. Campagnolo” della Brigata “Mameli” attacca i tedeschi a Dueville

     In contemporanea all’attacco della Brigata “Loris” a Novoledo, presso l’incrocio (S. Anna-S. Fosca) da dove sono partiti i Comandanti della “Monte Ortigara” diretti a Longa di Schiavon, si radunano circa un centinaio di partigiani del Battaglione territoriale “Livio Campagnolo” della Brigata “Mameli”. Provengono dalle loro basi di Caldogno, Villaverla, Novoledo, Levà, e arrivano all’incrocio di Dueville anche i partigiani della “Loris” e della “Mameli” già di presidio alla curva “Dal Molin”. Il loro obiettivo è occupare Dueville.

Una conferma, anche se a modo suo, arriva dallo stesso comandante della “Loris”, che riparato al “Bosco” dopo il fallito attacco a Novoledo, nel tardo pomeriggio si rende conto: “che tutti i garibaldini della “Mameli”, che avevano dichiarato di restare al nostro fianco, alla spicciolata, se ne erano andati per raggiungere il loro comandante di brigata “Riccardo”, e occupare Dueville, come detto in precedenza. Al “bosco” ci rendemmo conto di quanto era successo a Dueville vedendo le colonne di fumo delle case incendiate elevarsi in cielo. Fu quello un triste e non ultimo episodio che si aggiunse a tutte le altre provocazioni della brigata “Mameli”. Costoro volevano anticiparci nella presa di Dueville, anche a caro prezzo, anzi, a qualsiasi prezzo pur di porre un’ipoteca sulla futura direzione del paese: 13 morti e 4 case bruciate furono il risultato della loro intempestiva azione”.

Malgrado il racconto di “Albio” sia chiaramente strumentale, e mescoli erroneamente tempi e avvenimenti diversi (l’attacco tedesco del mattino e l’attacco pomeridiano della “Mameli” a Dueville), ha comunque il pregio di darci indirettamente anche utili conferme.

Anche un altro testimone, Antonio Giudicotti “Tom”, assicura che il gruppo di garibaldini alla curva “Dal Molin”, “lasciato il posto di blocco, si mosse per occupare Dueville”.

  Arrigo Martini “Ettore”, commissario politico del Battaglione, quel giorno è in missione, e riceve l’ordine di intervenire a Dueville solo nel primo pomeriggio da una staffetta della Brigata “Loris”. Da Levà, “Ettore” decide quindi di raggiungere i compagni in bicicletta, e armato del suo “Sten” arriva all’incrocio da via S. Anna, quando i partigiani di Levà non sono ancora arrivati. Ricorda inoltre di essere entrato in una trincea paraschegge, posta tra la Roggia Monza e Via 28 Ottobre (ora Via Rossi e dove oggi vi sono le prime casette popolari a schiera), dove c’era un gruppo di partigiani di Dueville, tra i quali Odino “Nino” Andrighetto “Lopes”, che con il suo “Bren” già sparava contro i tedeschi asserragliati all’altezza del Villino Maccà e della fattoria dei Martini “Petenea”.

Rispetto al fronte d’attacco del Btg. “Campagnolo”, a Dueville i tedeschi sono così posizionati:

  • in prossimità della stazione ferroviaria presso il “piano-caricatore” e il Lanificio Rossi;
  • all’altezza degli ultimi fabbricati del centro abitato di via 28 Ottobre (ora via Rossi), cioè il Villino Maccà, la Fattoria dei Martini “Petenea” e lo sbarramento anticarro;
  • all’incrocio di Contrà Belvedere, e poi in via 4 Novembre, in prossimità di Casa Padovan.

Circa alle ore 16:00, i partigiani del Battaglione “Livio Campagnolo” intensificano il fuoco e iniziano ad attaccare i tedeschi da più direttrici:

  • Una squadra di Dueville, comandata da Emilio Guido “Bonomo”, vice-commissario del Battaglione, attacca da nord, da via Mazzini, verso via Garibaldi, parallelamente a via 4 Novembre. I partigiani avanzano per la campagna sino ad arrivare a meno di 250 m dal Municipio, e ingaggiando una vera e propria battaglia, che coinvolge direttamente anche “Casa Padovan”.
  • Una squadra di Levà, comandata da Palmiro Gonzato e Gio Batta Baccarin “Titela”, attacca da ovest, parallelamente a via S. Fosca, verso Contrà Belvedere. I tedeschi, dopo un breve ma intenso scontro, probabilmente anche per non restare isolati dal contemporaneo attacco sul fianco est, si ritirano verso il centro di Dueville. Parte della squadra sposta quindi la sua azione verso sud, verso il “brolo” della grande fattoria dei Martini “Petenea”;
  • Una squadra di Dueville, comandata da Giuseppe Andrighetto “Lopes”, comandante del 2° Distaccamento, attacca da nord-nord-ovest, lungo via 28 Ottobre (ora via Rossi), in direzione di Contrà Molina e la recinzione del Lanificio Rossi. Riescono a occupare il Villino Maccà e lo sbarramento anticarro, arrivando a meno di 200 m dal Municipio;

Attacco partigiano: schema su Mappe Catastali 1935-39, Comune di Dueville, Sez. A, da fogli 2, 3 e 7.

  • Due squadre, almeno una delle quali di Caldogno, attaccano da nord, da via Morari (ora via Pasubio), passando per la campagna a fianco della ferrovia, si dirigono verso il Lanificio Rossi e verso la Stazione Ferroviaria; entrano nell’area industriale e arrivano al “piano caricatore” della Stazione Ferroviaria, cioè a circa 250-200 m dal Municipio.

In questo scontro con i tedeschi, cadono quattro partigiani, tutti della Squadra di Caldogno, e tutti caduti partigiani “dimenticati” dalla storiografia locale:

  • Francesco Rizzato;
  • Guido Marillo;
  • Giuseppe Brambilla;
  • e il russo Dimitri Micailov.
  • Altre squadra, forse anche della Brigata “Loris”, attacca Villa Porto-Perazzolo a Vivaro, sede del Comando del “Pronto soccorso logistico-militare” tedesco, una grossa base della Flak e della Todt. L’obiettivo è probabilmente quello di alleggerire la pressione tedesca su Dueville e Novoledo e agevolare così i due attacchi partigiani.

Nel parco della Villa, dove sono parcheggiati molti automezzi e ci sono le baracche in legno adibite a officine, i tedeschi decidono di distruggere tutto perché non cada in mani partigiane.

Villa Porto Perazzolo a Vivaro di Dueville

     Verso le ore 17:30, quando ormai tutte le squadre del Btg. “Livio Campagnolo” hanno raggiunto i primi fabbricati del centro abitato di Dueville, e l’obiettivo di occupare il paese è ormai a portata di  mano, giunge inaspettato ordine di ritirarsi.

L’ordine troverebbe giustificazione per l’imminente arrivo da sud di un gruppo di autoblindo tedesche, dalla relativa inadeguatezza delle armi a disposizione dei partigiani, nonché dalla scarsità di munizioni.

Spiegazioni, che sembrano comunque messe in discussione dalla contemporanea liberazione da parte tedesca di tutti gli ostaggi del “campo sportivo”, fatto che fa pensare più a un accordo tra le parti.

Sta di fatto, che tutte le squadre partigiane eseguono l’ordine di sganciamento e di rientro alle basi di partenza.

     Sono circa le ore 18:00 quando i partigiani di Levà si riuniscono presso il “passaggio a livello” di via Morari (oggi via Pasubio), da dove poi raggiungono il territorio di Montecchio Precalcino.

(Foto : Archivio Renzo “Neno” Salgarollo – Mostra Fotografica Barchesse Monza 2011-2013)

Cosa succede agli ostaggi del “campo sportivo”

     Come abbiamo già ricordato, circa dalle ore 14:00, presso il “campo sportivo” di Dueville i Paracadutisti-SS hanno concentrato oltre 100 ostaggi, uomini e donne di tutte le età, catturati in circa un’ora di rastrellamento.

Le donne e i bambini sono separati dagli uomini e, stando a una “testimonianza”, i tedeschi minacciano che “avrebbero proceduto alla decimazione”.

     Circa alle ore 15:00, gli ostaggi e il presidio del paese passano di competenza del reparto Flak che sostituisce le SS.

Circa alle ore 16:00, inizia l’attacco a Dueville del Btg. “Livio Campagnolo” della “Mameli”.

Subito dopo, per ordine di un ufficiale tedesco le donne e i bambini vengono liberati: è un segnale di disponibilità a trattare?

     Al “campo sportivo”, dopo la liberazione dei primi ostaggi, proseguono le trattative per liberare anche gli uomini. Si racconta (vox populi), che nel negoziato sia intervenuto il parroco don Benigno Fracasso, alcune persone che conoscevano la lingua tedesca (“Gigetto” Barbiere, la Sig. ra Costa, tale “Svizzero” che era stato in quel paese a lavorare) e un ufficiale medico tedesco che aveva fatto parte della guarnigione di stanza in paese.

Obiettivamente, un po’ troppi mediatori e interpreti, soprattutto se si pensa che di questi “benefattori”, ai quali dovrebbe la vita così tanta gente, nessuno ricorda nome e cognome, mentre alla sig.ra Costa, dopo la Liberazione, tagliano pure i capelli in quanto fascista e collaborazionista.

A una attenta analisi delle testimonianze è più realistico ipotizzare che la “delegazione trattante” sia stata costituita dal parroco don Benigno Fracasso, dall’ufficiale medico tedesco e da qualcuno del CLN di Dueville, probabilmente il dott. Michele Dal Cengio.

     Sono circa le ore 17:30 quando i partigiani si ritirano da Dueville, e circa le ore 18:00 quando finalmente l’incubo finisce con la liberazione di tutti gli ostaggi. Non prima comunque che, come raccontano gli ostaggi, i tedeschi li minaccino e li terrorizzino, tenendoli in fila per tre di fronte alle mitragliatrici puntate.

     L’area degli scontri tra partigiani e tedeschi e il luogo dove sono concentrati gli ostaggi distano poche centinaia di metri, pur tuttavia non abbiamo testimonianze che i partigiani sapessero degli ostaggi concentrati presso il “campo sportivo”. Sta di fatto però che dopo l’attacco del Btg. “Campagnolo” sono liberate donne e bambini, e dopo il ripiegamento garibaldino sono rimessi in libertà anche gli uomini. Tutte circostanze che confermerebbero l’ipotesi di un accordo tra partigiani e tedeschi.

     Infine, il reparto tedesco che occupa Dueville, dopo aver ordinato il “coprifuoco” dalle ore 19:00, non lascia il paese la sera stessa di venerdì 27 aprile, come taluno afferma, ma vi rimane almeno altre 24 ore.

4^ fase: dalle ultime razzie alla Liberazione

Sabato 28 aprile: la razzia tedesca

     Il giorno successivo della “Strage di Dueville”, sono uccise altre due persone:

  • Nicola Dal Santo, partigiano della “Mameli”, ucciso in casa sua, in via Molino, a sud di Dueville, ma quasi certamente catturato nel capoluogo il giorno precedente;
  • Giovanni Palsano, civile ucciso in via Corvo, a nord di Dueville, probabilmente proprio da quel plotone composto da 39 tedeschi che due testimoni ricordano di aver visto passare poco prima per il centro cittadino.

Quel sabato, per le strade del centro e della periferia, transitano molti reparti nazi-fascisti, più o meno consistenti, ma tutti animati dallo stesso spirito “lanzichenecco” di razziare tutto il possibile: oltre ai “danni collaterali” causati dall’aviazione Alleata, soprattutto lungo la provinciale “Marosticana”, i saccheggi nazi-fascisti riguardano almeno altre 76 famiglie duevillesi.

Il centro di Dueville è ancora pesantemente colpito, così come tutte le sue vie di accesso dalla “Marosticana”, soprattutto da Vivaro, e sono almeno 20 le abitazioni depredate.

     In via Molino, a ulteriore conferma della presenza presso la fattoria di Giuseppe Dal Santo del reparto tedesco della Flak, coinvolto nello scontro con la “Mameli” del giorno precedente, particolarmente numerosi, almeno 15, sono i casi di saccheggio ai danni delle famiglie del posto.

     A Novoledo, minore è il transito di reparti in ritirata, e la situazione sembra abbastanza tranquilla. Ciò nonostante, nella notte tra il 27 e il 28, arriva una nuova colonna germanica che vi sosta parecchie ore e compie anche alcuni saccheggi, ma già al mattino del 28 lascia il paese “dirigendosi verso Bassano”.

A sera una seconda colonna germanica arriva a Novoledo, e questa volta gli uomini della “Loris” non se li lasciano scappare. Dopo una serrata trattativa, i tedeschi si arrendono; terminato il disarmo, i 72 tedeschi sono forniti di lasciapassare e lasciano il paese.

     Per Montecchio Precalcino il 28 è la giornata più dura, con almeno 52 famiglie depredate.

Questi novelli “lanzichenecchi” arrivano soprattutto da Dueville, per via Astichello e via Corvo/via Roma, saccheggiano tutte le contrade attorno al capoluogo, spingendosi sino sulla collina, per poi continuare le loro rapine a S. Rocco, Preara e via Maglio verso Sarcedo.

     La frazione di Levà, se si eccettuano alcuni casi isolati, rimane pressoché esclusa dalle razzie, certamente per la sua posizione più defilata rispetto alle principali linee di deflusso, ma anche per il buon controllo del territorio operato dai garibaldini del Btg. “Livio Campagnolo”.

Domenica 29 aprile: la Liberazione

     Il territorio e i centri abitati di Caldogno, Dueville, Novoledo e Montecchio Precalcino dalle prime ore del giorno sono già sotto controllo partigiano della Brigata “Loris” e del Btg. “Livio Campagnolo” della Brigata “Mameli”.

     A Montecchio Precalcino, occupato il Municipio e sistemata a difesa la mitragliera da 20 mm, preda di guerra della “Loris”, i responsabili partigiani e il CLN concordano che il comando militare del paese, il “Comando Piazza”, venga assunto a turno: prima da Vinicio Cortese “Nereo”, comandante locale della Brigata “Mameli”, e successivamente da Giuseppe Lonitti “Marcon”, comandante locale della Brigata “Loris”.

È stabilito anche il rafforzamento delle iniziative finalizzate a dare soluzione al problema della difesa dei centri abitati e della popolazione dalle violenze e dai saccheggi dei nazi-fascisti in ritirata: sono potenziati i posti di blocco agli accessi principali e contemporaneamente organizzato un servizio di staffette, che in contatto con i paesi vicini, siano in grado di segnalare tempestivamente eventuali gruppi di nazi-fascisti in movimento.

In tarda mattinata, poche ore prima dell’arrivo dell’avanguardia americana, una prima staffetta arriva in Municipio a Montecchio Precalcino con la notizia che un gruppo di circa 15-20 tedeschi, preceduti da alcuni civili presi come ostaggi, dalla periferia nord di Dueville stanno salendo per via S. Anna in direzione di Levà: un inseguimento che inizia subito e avrà termine in Contrà Maldi, sulle colline di Sarcedo, con la liberazione degli ostaggi e la cattura di 47 tedeschi che lì si erano asserragliati.

Poco dopo, sempre in Municipio a Montecchio Precalcino, arriva una seconda staffetta: porta la notizia che da Contrà Capellari-Astichello è in arrivo un gruppo di tedeschi, già distintosi in violenze e razzie nel territorio di Dueville: nel tentativo di fermarli perde sfortunatamente ed eroicamente la vita Giuseppe Lonitti, il comandante locale della Brigata “Loris”. Una morte che con quella della giovane Irma Gabrieletto, rendono tragica una giornata che doveva essere finalmente di festa.

A Caldogno il “Comando Piazza” è assunto dalla Brigata “Mameli”.

A Villaverla il “Comando Piazza” è assunto dalla Brigata “Martiri di Granezza”.

A Sarcedo il “Comando Piazza” è assunto dalla Brigata “Martiri di Granezza”.

A Breganze il “Comando Piazza” è assunto dalla Brigata “Martiri di Granezza”, Btg. “Cinque Martiri”, in accordo con la il Btg. terr. “Antonio Marchioretto” della Brigata “Mameli”.

A Sandrigo il “Comando Piazza” è assunto dalla Brigata terr. “2^ Damiano Chiesa” della Divisione partigiana “Vicenza”.

A Dueville, dalle ore 5:00 del mattino è occupato il Municipio, e la Brigata “Loris” e il Btg. “Livio Campagnolo” della “Mameli” presidiano i vari accessi al paese per bloccare gli ultimi gruppi di tedeschi in ritirata e prevenire ulteriori saccheggi.

     Verso le ore 10:00 del 29 aprile ’45 arrivano in Piazza Monza tre carri armati americani, che dopo una breve sosta, ricevuti in consegna alcuni prigionieri tedeschi, continuano la loro strada verso Bassano.

Il 30 aprile 1945, esclusa ogni rappresentanza della “Mameli”, Italo Mantiero “Albio” assume la carica di “comandante militare della piazza di Dueville”.

Nei giorni successivi, Mantiero nomina personalmente un nuovo CLN locale: una procedura anomala e non conforme alle direttive del CLN Alta Italia e del CLNP di Vicenza.Il CLN di Dueville, così nominato da Mantiero, elegge a sua volta il Sindaco e la Giunta Municipale provvisoria.

È una grave forzatura politica, perché la nomina del CLN locale spetta ai rappresentanti dei partiti antifascisti di Dueville, con la successiva convalida del CLN Provinciale, e la nomina del Sindaco e della Giunta provvisoria spetta al CLN locale, previo consenso del CLN Provinciale.

Queste scelte portano “Albio” e il suo gruppo in rotta di collisione con il CLN Provinciale, Democrazia Cristiana compresa.

La sensazione è che, con la morte dei Comandanti, mancando l’opera mediatrice e di comando di Chilesotti e Carli, a Dueville prenda il sopravvento l’intransigenza di Italo Mantiero e di chi a lui fa riferimento. Ma questa è un’altra storia.

(Foto: Archivio Renzo “Neno” Salgarollo – Mostra Fotografica Barchesse Monza 2011-2013)

(Foto: Archivio Renzo “Neno” Salgarollo – Mostra Fotografica Barchesse Monza 2011-2013)

(Foto: Archivio Renzo “Neno” Salgarollo – Mostra Fotografica Barchesse Monza 2011-2013)

(Foto: Archivio Renzo “Neno” Salgarollo – Mostra Fotografica Barchesse Monza 2011-2013)

Approfondimenti: persone, avvenimenti, luoghi, reparti, … e la lapide “alla Berica” come dovrebbe essere.

  • Giuseppe Bertinazzi, cl.19, nato a Grumolo delle Abbadesse e residente a Dueville, agricoltore fittavolo, già soldato in Jugoslavia. Partigiano “Territoriale” della Brigata “Loris”; con lui in quello scontro c’è anche il fratello Guido, cl.24, e altri che riescono a salvarsi.
  • Ferdinando Bozzo, cl.1889, nato a Brendola e residente a Dueville, ferroviere, abita presso il casello ferroviario di via Caprera, n. civico 2. Il 27 aprile 1945, è assassinato da soldati tedeschi mentre è alla finestra della sua abitazione. Come nel caso di Rossato, anche Bozzo è probabilmente ucciso, “senza motivazione apparente, singolarmente e in luoghi fuori dal centro abitato”, da truppe in ritirata o, come nel suo caso, forse proprio dagli uomini del reparto che sostituisce le SS della strage “alla Berica”, e che da sud, da Via Caprera, entrano a Dueville.
  • Giuseppe Bozzo di Ferdinando, cl.24, nato a Dueville, IMI in Germania (n.10560) presso lo Stammlager VII/B di Memmingen.
  • Giuseppe Brambilla, probabilmente lombardo, partigiano “territoriale” (dall’aprile 1944) della Brigata “Mameli”, Btg. “Livio Campagnolo, 1° Distaccamento, squadra di Caldogno.

(CSSMP, b. Mameli-Loris, Elenco Partigiani e Patrioti “Mameli” e anzianità di servizio; Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit., pag. 161-173).

  • Vinicio Cortese “Nereo” di Bernardino e Battistella Anna, cl.23, nato a Bassano e residente a Montecchio Precalcino; studente universitario di giurisprudenza; nipote di Benvenuto Cortese “Valmari”, ultimo Sindaco di Montecchio Precalcino prima del regime fascista (1920-25). Consegue il Diploma di Maturità Classica nella sessione autunnale dell’anno scolastico 1942-43.

Chiamato alle armi dalla “Repubblica di Salò”, Corsi AUC (Allievi Ufficiali di Complemento), non si presenta; “renitente”, entra in contatto con “Gino Cerchio” del CLN di Vicenza, che riesce a farlo arruolare come infiltrato nella Polizia Ausiliaria Repubblicana il 28 febbraio 1944, 1^ Compagnia (comandata dal patriota infiltrato, capitano Leonardo Comparetto), 2° Plotone. Già dal 6 aprile risulta Allievo Ufficiale di Pubblica Sicurezza. Il 7 agosto 1944 è però licenziato per sospetto anti-fascismo, e destinato al Distretto Militare di Vicenza, dove viene arruolato nel 26° Comando Misto Provinciale, Compagnia Bersaglieri di Schio.

Nel novembre ‘44 partecipa alla riunione costitutiva di un GAP organizzata da Gino Cerchio a Levà di Montecchio Precalcino. Il 7 gennaio ‘45 diserta, entra in clandestinità e diventa il Comandante “Nereo” del Btg. “Livio Campagnolo” – Brigata “Mameli” – Div. “Garemi”.

Dopo la Liberazione rappresenta i partigiani nel CLN locale.

In seguito, per ordine di Roberto Vedovello “Riccardo”, è sostituito nel comando di Battaglione. (ASVI, CLNP, b. 1, fasc. Informazioni Varie 3, Segnalazioni CLNP del 7.6.45 e 30.7.45; in b. 18, fasc. Schede Matricolari Polizia Repubblicana; in b. 20, fasc. Schede Matricolari Polizia Repubblicana, Zardo Franco; in ACMP, Ruoli Militari, fasc. C; in ASVI, Ruoli Matricolari, Liste Leva, Libri Matricolari, Schede Personali; in PL Dossi, Albo d’Onore, pag. 235, 372).

  • Augusto Costa; come la moglie e le figlie è iscritto al partito fascista repubblichino di Dueville.

(CSSMP, b.3, Elenco iscritti PFR di Dueville, Agosto 1944).

  • Nicola Dal Santo di Giuseppe, cl. 03, nato a Caltrano e residente a Dueville, agricoltore. Partigiano “territoriale” della “Mameli” di Dueville. Dalle ore 7,00 del 28 aprile 1945, 300 soldati tedeschi si stabiliscono presso l’azienda agricola del padre, Giuseppe di Gio Batta, e vi rimangono sino alla sera alle ore 19,00. Nicola, viene catturato e legato con altre due persone nella stalla, dopo un tentativo di fuga, viene ucciso e la sua casa saccheggiata.

Nicola Dal Santo potrebbe essere quel membro del CLN di Dueville di cui parla “Riccardo” Vedovello: “Ce n’era uno, fasciato di un tricolore, che pareva particolarmente agitato e felice. Mi sembra che fosse membro del CLN di Dueville (verrà fucilato il giorno successivo dai tedeschi)”.

(ASVI, Danni di guerra, b.58 fasc.3489; Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto “Garemi”, cit., pag. 161-173; U. De Grandis, Il “Caso Sergio”, cit., pag.301).

  • Dari Giovanni di Giuseppe e Pasqua Ricciardelli, cl.25, nato e residente a Castel Bolognese (Ra).

Di questo 9° Caduto della “Strage di Dueville” del 27 aprile 1945, la nostra storiografia locale aveva perso totalmente memoria, ed è grazie alla segnalazione e collaborazione di Andrea Soglia, storico e compaesano di Giovanni Dari (www.castelbolognese.org – Storia di Castel Bolognese), che è stato finalmente possibile ricostruire la sua vicenda.

Il 26 novembre ‘43, con la chiamata alle armi della RSI, è costretto a presentarsi al Distretto Militare di Ravenna. Viene assegnato inizialmente all’ Ar.Co (Artiglieria Contraerea Territoriale dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana) in Lombardia. Nel luglio del ‘44 il suo reparto è ceduto alla Flak, la contraerea tedesca, e destinato in Germania (Operazione “Ursula”). Durante il trasferimento riesce a disertare e a raggiungere la zona di Vicenza, dove entra in contatto con la Resistenza.

Partigiano territoriale della Brigata “Loris” di Dueville, viene catturato nella primavera del ‘45 dai tedeschi e imprigionato presso la Caserma “Sasso” di Vicenza, sede del Comando della Feld-Gendarmerie nazista, nonché luogo di detenzione prima della deportazione in Germania. La madre, per ben due volte, riesce a far visita al figlio in carcere a Vicenza.

Nei giorni della ritirata tedesca, assieme ad altri due partigiani di Dueville, Pasquale Ruffo e Guido Giacomin, riesce a evadere e al mattino del 27 aprile a raggiungere Dueville e l’Osteria “alla Berica”, locale gestito dalla famiglia Giacomin.

Tutti e tre i partigiani, Dari, Ruffo e Giacomin, dopo essersi aggregati al presidio partigiano di via Garibaldi, trovano tragica morte durante lo scontro con le SS tedesche: Giovanni viene ferito a morte nei pressi dell’Osteria “alla Berica” e, ricoverato poi al suo interno, cessa di vivere alle ore 15:00.

Foto da: Gloria eterna ai Caduti per la Libertà della Provincia di Ravenna, cit.

Con la morte di tutti i partigiani evasi con lui dalla Caserma “Sasso” e che conoscevano probabilmente anche la sua vera identità, “privo di qualsiasi documento atto alla identificazione”, e mancando altre persone a conoscenza delle sue generalità, il 28 aprile ‘45 l’Ufficio di Stato Civile del Comune di Dueville comunica al Tribunale di Vicenza il ritrovamento di un cadavere non identificato, “morto in seguito ad azione di guerra”. L’11 settembre ‘45, con sentenza n.29/1945, il Tribunale di Vicenza autorizza la trascrizione dell’atto come “cadavere di persona non identificata”.

Dopo la guerra, grazie alla caparbietà di sua madre e l’aiuto del loro parroco, la famiglia viene a sapere che a Dueville c’è il corpo di uno sconosciuto. La madre Pasqua Ricciardelli, raggiunto il vicentino, con l’ausilio di una fotografia e la collaborazione del Comando della Brigata “Loris”, il 4 dicembre ‘45 ottiene da Giuseppina Giacomin, Giuseppe Bozzo, Giuseppe Zocca ed Evangelista Savio, il riconoscimento in quel cadavere del figlio Giovanni Dari.

Il 3 aprile ‘46, previa sentenza n.5/1945 della Procura del Regno di Vicenza, l’Ufficio di Stato Civile di Dueville modifica la precedente registrazione negli Atti di Morte, e il 4 maggio ‘49, viene autorizzato il trasporto e la tumulazione della salma dal Cimitero Comunale di Dueville a quello di Castelbolognese.

Tomba di Giovanni Dari presso il Cimitero di Castelbolognese

(ACDueville, Registro degli Atti di Morte, Anno 1945, parte II, Sez. C, n. 13 – Cadavere di persona non identificata; in Registro degli Atti di Morte, Anno 1946, parte II, Sez. C, n. 4 – Dari Giovanni; ACDueville, Permesso di Seppellimento n.31 del 4 maggio 1949 – Permesso di trasporto e tumulazione di Dari Giovanni dal Cimitero Comunale di Dueville a quello di Castelbolognese; ASForlì-Cesena, Foglio Matricolare di Dari Giovanni; Centro Documentale Esercito Italiano di Bologna, Scheda personale di Dari Giovanni; I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag.302 – Elenco partigiani Brigata “Loris”; AA.VV., Gloria eterna ai Caduti per la Libertà della Provincia di Ravenna, Ed. ANPI, Ravenna 1951; Testimonianza di Domenico Dari, fratello di Giovanni, raccolta nel novembre 2014 da Andrea Soglia a Castelbolognese).

  • Isaia Frazzini, cl.18, nato a Siena, sfollato a Dueville presso la famiglia Visonà, impiegato. Partigiano territoriale (dal maggio 1944) della Brigata “Mameli”, Btg “Livio Campagnolo, 2° Distaccamento.

(CSSMP, b. Mameli-Loris, Elenco Partigiani e Patrioti “Mameli” e anzianità di servizio; Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit., pag.161-173).

  • Irma Gabrieletto di Antonio e Caterina Campagnolo, cl.26, nata e residente a Montecchio Precalcino. Il 29 aprile ‘45, alle prime ore del mattino, presso il Mulino Cortese “Valmari” e la bottega dei Martini “Petenea”, i resistenti di Levà si ritrovano per raggiungere assieme il Municipio. Nell’attesa di partire, mentre si fanno gli ultimi controlli alle armi, per una tragica fatalità (come confermeranno le successive indagini dei Carabinieri e l’archiviazione decisa dalla Magistratura), al patriota Erminio Paulin parte un colpo di pistola che colpisce e ferisce a morte la ragazza. Anche in questo caso, spesso in paese si è parlato a sproposito della vicenda.

(PL Dossi, Albo d’Onore, cit., pag.23; video in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit.).

  • Ettore Giacomin di Giovanni, cl.1884, nato a Rovolon (Pd) e residente a Dueville; capo reparto al Lanificio Rossi di Dueville; la sua famiglia è proprietaria e gestisce l’Osteria “alla Berica”.
  • Guido Giacomin di Ettore, cl.25, nato e residente a Dueville, studente e partigiano territoriale (dal dicembre 1944) della Brigata “Mameli”, Btg. “Livio Campagnolo”, 2° Distaccamento.

Catturato dai tedeschi nella primavera del ’45, in attesa di essere deportato in Germania è imprigionato alla Caserma “Sasso” di Vicenza, sede della Feld-Gendarmerie tedesca.

Assieme ad altri due partigiani, Giovanni Dari e Pasquale Ruffo, sfruttando la confusione della ritirata tedesca, riesce a evadere e al mattino del 27 aprile a raggiungere Dueville e l’Osteria “alla Berica”. Tutti e tre, dopo essersi aggregati al presidio partigiano di via Garibaldi, nello scontro con le SS vi trovano una tragica morte.

(ASVI, CLNP, b.10 fasc.8, Segnalazioni del CLNP all’Uff. Politico Questura del 15.5.45; ASVI, Danni di guerra, b.62 fasc.3712; E. Franzina, “La provincia più agitata”, cit., pag.182; CSSMP, b. Mameli-Loris, Elenco partigiani e patrioti “Mameli” e anzianità di servizio; Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit., pag.161-173; B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag.107, nota 12).

  • Francesco Giaretton, cl.1900, nato a Bolzano Vicentino e residente a Dueville, macellaio. Partigiano territoriale” della “Mameli”, Btg. “Livio Campagnolo” di Dueville. Nel tardo pomeriggio, dopo il ripiegamento del suo Btg. dal centro di Dueville, è ucciso in Via Villanova, a ovest di Dueville, in aperta campagna, da tedeschi in ritirata e saccheggio.

(Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto “Garemi”, cit., pag.161-173).

  • Palmiro Domenico Gonzato di Girolamo e Rigon Bellinda, cl.26, nato e residente a Levà di Montecchio Precalcino. Lavora alla “polveriera” SAREB, ma il 14 giugno è licenziato perché chiamato, prima al lavoro obbligatorio in Germania, poi alla leva militare per la “Repubblica di Salò”: non si presenta e il 23 gennaio ‘45 è dichiarato ufficialmente “renitente”.

Partigiano combattente dal marzo 1944, è tra i primi organizzatori della lotta armata a Levà. Aderisce alla prima cellula resistenziale legata alla “Mazzini” che si stava costituendo a Preara di Montecchio Precalcino attorno alla figura del “garibaldino di Spagna” Francesco Campagnolo “Checonia“; poi, con il gruppo di Levà Alta, entra in contatto con il gruppo della “Mazzini” di “Walter” Saugo da Thiene, ma rotti i contatti a causa dei continui rastrellamenti, nel novembre 1944 confluisce con i suoi compagni nel Btg. “Livio Campagnolo” della Brigata “Mameli”.

Svolge un’intensa attività partigiana organizzando e partecipando a numerose azioni, ultime delle quali riguardano la cattura di 8 fascisti, 61 soldati tedeschi e la liberazione di quattro ostaggi; azioni che lo fanno proporre per la Medaglia di Bronzo al Valor Militare.

Dopo la Liberazione entra nel servizio ausiliario (Polizia Partigiana) a fianco dei Carabinieri di Dueville sino al 31 maggio 1945.

Arrestato nell’ottobre ‘45 per attività legate alla Resistenza non ritenute lecite in un periodo di “restaurazione” e “caccia al partigiano”, Palmiro viene condannato a 2 anni e 5 mesi di carcere; è scarcerato nel marzo ‘48 dopo aver scontato per intero la pena. Nei primi anni ’50 tutti i “banditi”, con sentenza della Corte d’Appello di Venezia, vengono assolti e “riabilitati”. (sic!)

Dopo la scarcerazione, non trovando lavoro, emigra a Torino; frequenta per due anni (1948-50) la Scuola “Convitti della Rinascita”, riservata a partigiani e reduci. Si diploma “disegnatore meccanico”, diventa capotecnico e responsabile sindacale alle Carpenterie Ansaldo-Barbero di Torino. È eletto consigliere nella Circoscrizione “Barriera di Milano” di Torino per due legislature.

Già dirigente del P.C.I. negli anni del terrorismo, è per molti anni il responsabile dell’Ufficio Sicurezza e Vigilanza della Federazione di Torino, un organismo che deve garantire la sicurezza delle sedi di partito e sindacali, l’incolumità dei più autorevoli dirigenti nazionali ed esteri (Longo, Berlinguer, Natta, Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, lo spagnolo Carillo, il francese Marchais) in visita, e degli avvocati impegnati nei processi alle Brigate Rosse.

Da pensionato, infaticabile nel suo impegno di salvaguardia della memoria della Resistenza, è dirigente dell’ANPI di Torino, e tra gli animatori e fondatori della Sezione Partigiani & Volontari della Libertà “Livio Campagnolo” di Montecchio Precalcino.

Assieme all’amico Lino Sbabo e ad altri “resistenti” ha scritto e pubblicato “C’eravamo anche noi”, un’importante libro di memorie sulla Resistenza a Montecchio Precalcino. In seguito pubblica “Una mattina ci hanno svegliati”, libro che racconta della vicenda che lo ha portato in carcere dopo la Liberazione, e infine una geniale pubblicazione a disegni, “Partigiani di pianura: i Territoriali”, dove parla ad immagini di alcuni episodi resistenziali avvenuti a Montecchio Precalcino e zone limitrofe.

(ASVI, Ruoli Matricolari, Liste Leva, Libri Matricolari e Schede Personali; PL Dossi, Albo d’Onore, cit., pag.237-238).

  • Pietro “Rino” Grazian di Giovanni e Orsola Graziani, cl.21, patriota della “Mameli” di Levà.
  • La famiglia di Emilio Guido “Bonomo” e Teresa Sassaro, da Dueville, ha 4 figli nella Resistenza: Emilio, cl.21; vice commissario del Btg. “Campagnolo” della “Mameli”; Giuseppe, cl.25; partigiano del Btg. “Campagnolo” della “Mameli”; Marino, cl.27; capo squadra del Btg. “Campagnolo” della “Mameli”; Pietro, cl.14; comandante del 1° Distaccamento del Btg. “Campagnolo” della “Mameli”.
  • Giuseppe Lonitti “Marcon” di Bortolo e Caterina Marcon, cl.20, nato e residente a Montecchio Precalcino. Per non sguarnire eccessivamente il “Comando Piazza” in Municipio dei pochi uomini rimasti a presidio, il comandante militare della “Loris” di Montecchio, Giuseppe Lonitti, 25 anni, già dirigente dell’Azione Cattolica e con una notevole esperienza di guerra alle spalle, prende il suo fucile mitragliatore e molti caricatori e decide di raggiungere via Astichello da solo.

Non è avventato, e sa bene i rischi che corre, conta soprattutto sull’intervento in appoggio dei partigiani che presidiano l’accesso alla “Marosticana”. Giuseppe arriva nei pressi di Casa Buzzacchera prima dei tedeschi e ha tutto il tempo di scegliersi un’ottima posizione: leggermente rialzata rispetto la strada, riparato dal canale della roggia e con la possibilità eventualmente di ritirarsi sfruttando i vari fossati che si diramano. All’intimazione dell’”Alt!”, i tedeschi reagiscono immediatamente, ma sono costretti a tenere la testa bassa, inchiodati dal tiro preciso di Giuseppe; ogni tentativo tedesco di coglierlo di sorpresa è prontamente respinto. Tutto sembra procedere secondo i piani di Giuseppe, ma a un certo punto il suo mitra s’inceppa e i tedeschi ne approfittano: Giuseppe è crivellato di colpi.

Spesso in paese si è parlato a sproposito di questa vicenda, sta di fatto che l’ufficiale tedesco che comanda il gruppo, prima di cambiare strada e raggiungere gli argini dell’Astico, ha reso a Giuseppe Lonitti gli “Onori Militari” e ha riportato l’accaduto sul suo taccuino personale, oggi al Museo della Resistenza di Vicenza.

Il 1° maggio 1945, al suo funerale, con una grande partecipazione di popolo, gli sono tributati gli “Onori Militari”. È insignito di tre Croci al Merito di Guerra e di Medaglia di Bronzo al Valor Militare alla Memoria:

Partigiano e sabotatore di grande ardimento, volontario per numerose azioni, dimostrava sempre magnifiche doti di equilibrio e coraggio. Solo affrontava una grossa pattuglia tedesca resistendo ad esaurimento delle munizioni. Sebbene ferito gravemente, in un supremo sforzo, brandiva l’arma e si gettava contro il nemico soverchiante, trovando morte gloriosaMontecchio Pr., 29 aprile 1945”.

Un cippo ricorda il suo sacrificio sul luogo dove è caduto (un tempo campagna, ora piazzale di Via S. Segato – Zona Produttiva Astichello). È sepolto tra i “Caduti per la Patria” nel Cimitero di Montecchio Precalcino.

(ASVI, Ruoli Matricolari, Liste Leva, Libri Matricolari, Schede Personali; ACMP-Ruoli Matricolari Leva, Libri Matricolari e Sussidi Militari; PL Dossi, Albo d’Onore, cit., pag. 24, 120 e 253-254; PL. Dossi, Atlante Storico della Guerra di Liberazione nel Vicentino, Cap. La Liberazione: Aprile – Maggio 1945, Scheda: 29 aprile 1945: La Liberazione di Montecchio Precalcino).

  • Mantiero Italo “Albio” di Luigi e Giustina Filippi, cl.17, nato a Novoledo di Villaverla; Medaglia di Bronzo al Valor Militare; cattolico-democratico; ha frequentato il ginnasio presso il Seminario di Thiene, il Liceo Scientifico “Pigafetta” a Vicenza, e si è laureato in Lettere e Filosofia a Padova nel 1941.

Dopo il corso ufficiali a Spoleto, nell’aprile ‘42 viene destinato in Jugoslavia; l’8 settembre si trova in Slovenia, ma con varie peripezie riesce a raggiungere Novoledo.

Dopo le prime riunioni organizzative, ai primi di giugno del ‘44 partecipa al convegno organizzato presso il Collegio Vescovile di Thiene, dove viene costituita ufficialmente la Brigata “Mazzini”.

Col nome di battaglia di “Albio” è incaricato di organizzare un gruppo partigiano in zona Villaverla. Dopo una serie di sabotaggi compiuti contro la linea ferroviaria Vicenza-Schio e linee telefoniche e telegrafiche, riceve l’ordine di raggiungere gli accampamenti di montagna. Parte la sera del 5 settembre, con 22 compagni, e raggiunge la mattina seguente Bocchetta Granezza; riesce a sfuggire al rastrellamento e rientra a Novoledo.

La notte del 18-19 ottobre ‘44, a Val di Sotto di Lusiana, la “Mazzini” si riorganizza in Gruppo Brigate, costituito su due brigate e un battaglione autonomo: la Brigata “Martiri di Granezza”, la Brigata “Loris” e il Battaglione Autonomo “Berici”; “Albio” assume il comando della Brigata “Loris”.

Assieme a Guido Revoloni, organizza la distruzione del ponte di ferro della ferrovia Vicenza-Schio (15 ottobre), e in seguito il vicino cavalcavia di Povolaro (9 novembre); seguono poi una lunga serie di sabotaggi sino a giungere alla distruzione dei ponti sul Timonchio (25/26 aprile 1945).

Dopo alla Liberazione si dedica tre anni all’insegnamento e nel 1949 entra come impiegato nella Banca Cattolica del Veneto. Dopo essere stato vicesegretario provinciale dell’ANPI unitario, nel 1948 collabora alla costituzione dell’AVL regionale e provinciale. La sua attività è volta soprattutto all’assistenza degli ex partigiani e delle famiglie dei Caduti. Presidente dell’AVL di Vicenza dal 1963 al 1967, muore nel 1987 dopo aver dedicato la mattinata all’organizzazione della cerimonia di Granezza.

(CSSMP, b. Mameli-Loris, Biografia di Italo Mantiero della figlia Antonia; I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit.).

  • Guido Marillo, nato a Castelnovo (VR). Partigiano territoriale della Brigata “Mameli”, Btg. “Livio Campagnolo” di Caldogno. Per una strana assonanza del nome e del cognome, Guido Marillo è stato spesso confuso con uno dei fratelli Guido “Bonomo”, Marino, anche lui morto per cause belliche nel 1945 (scoppio di una bomba a farfalla che stava tentando di disinnescare).

(Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit. pag.161-173).

  • Arrigo Umberto Martini “Ettore” di Giovanni “Petenea” e Rosina Rigoni, cl.23, nato e residente a Levà di Montecchio Precalcino. Consegue il Diploma di Maturità Classica nella sessione estiva dell’anno scolastico 1942-43. Chiamato alle armi dalla “Repubblica di Salò”, Corsi AUC (Allievi Ufficiali di Complemento),non si presenta ed è dichiarato “renitente”.

In contatto con “Gino” Cerchio del CLN di Vicenza, entra in clandestinità; partigiano dal maggio ‘44, dal novembre 1944 è nominato commissario politico del Btg. “Livio Campagnolo” della Brigata “Mameli”. Dopo la guerra si laurea in Medicina, terminando la sua carriera presso l’Ospedale Civile di Thiene.

(PL. Dossi, Albo d’Onore, cit., pag. 236; video in Dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit.).

  • Dimitri Micailov “Dimitrio”, nato in Urss (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche). Partigiano territoriale della Brigata “Mameli”, Btg. “Livio Campagnolo” di Caldogno.

(Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit., pag.161-173).

  • Gaetano Militti, cl. 18, nato e residente a Dueville, partigiano territoriale (dal febbraio 1945) della Brigata “Mameli”, Btg. “Livio Campagnolo”, 2° Distaccamento, capo nucleo. Operaio e guardia ferroviaria, è ricordato come “il più bello del paese”.

(in ACSSMP, b. Mameli-Loris, Ufficio Stralcio “Mameli”: Distinta Comandanti “Mameli” ed Elenco Partigiani e Patrioti “Mameli” con anzianità di servizio; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 109).

  • Margherita Navilli in Portinari di Domenico, cl.1897, insegnante elementare, nata a Berra (Fe), residente a Ferrara e sfollata con la famiglia (4 dei 6 figli), prima a Vicenza, e dopo il bombardamento del Natale ’43 a Dueville, presso Casa Padovan. Il marito Luciano muore a Dueville nel febbraio ‘45, due suoi figli sono internati in Germania e Folco è ucciso dalle SS: un destino tragico per una famiglia dichiaratamente fascista e repubblichina, dove il padre Luciano, la madre Margherita e la figlia Luciana risultano iscritti al PFR/BN di Dueville, e dove probabilmente anche gli altri tre figli minorenni appartengono alla gioventù repubblichina.

(ASVI, Danni di Guerra, b.24 fasc.1242; CSSMP, b.3, Elenco iscritti PFR di Dueville, Agosto ’44).

  • Giovanni Palsano, cl.1892, nato a Vicenza e residente a Dueville, agricoltore fittavolo. Secondo notizie avute dalla famiglia, sarebbe stato adottato in gioventù dalla famiglia Dalla Riva.
  • Giuseppe Pasciutti di Francesco, cl.20, nato a Lacedonia (Av), sfollato a Dueville presso la famiglia Padovan, studente. Partigiano territoriale” (dal luglio 1944) della Brigata “Mameli”, Btg “Livio Campagnolo”, 2° Distaccamento.

(ASVI, Danni di guerra, b.296 fasc.20088; CSSMP, b. Mameli-Loris, Elenco Partigiani e Patrioti “Mameli” e anzianità di servizio; Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit., pag.161-173).

  • Giuseppe Pigato di Tommaso e Luigia Sanson, cl.27, staffetta della Brigata “Loris” di Montecchio Precalcino.
  • Portinari Folco di Luciano e Margherita Navilli, cl.28, nato a Migliorino (Fe), residente a Ferrara, sfollato con la famiglia prima a Vicenza, poi a Dueville presso Casa Padovan, studente.

(ASVI, Danni di Guerra, b.24, fasc.1242).

  • Francesco Rizzato di Giovanni e Anna Dal Maso, cl. 23, da Zanè; partigiano (dal luglio 1944) del Btg. “Urbani” della “Mameli”. Il 27 aprile è in missione a Caldogno, si aggrega al Btg. “Campagnolo” e partecipa all’attacco a Dueville.

(CSSMP, b. Mameli-Loris, Elenco Partigiani e Patrioti “Mameli” e anzianità di servizio; Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit., pag.161-173; CSSMP, b. Mameli-Loris, dichiarazione Comandante Btg. “Urbani”).

  • Bortolo Rossato, cl.1884, residente a Dueville, in via Garibaldi; ucciso nell’orto di casa da tedeschi in ritirata; quanto scritto da F. Binotto, e cioè che è ucciso dagli stessi tedeschi che rastrellano il centro di Dueville, non trova nessuna conferma attendibile. Se si analizza la stessa testimonianza richiamata, si evince che se il ferito è stato portato in centro dal dott. Dal Cengio e poi all’Ospedale di Montecchio Precalcino, difficilmente questo sarebbe stato possibile durante, ma solo prima o più probabilmente dopo l’azione delle SS tedesche su Dueville. Inoltre, i tedeschi che da via Garibaldi penetrano verso Dueville, arrivano in camion e scendono a 500 metri da Piazza Monza, il Rossato abitava al n. civico 60, quindi in zona “Marosticana”, a circa due chilometri dal centro di Dueville. (B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag.111).
  • Pasquale Ruffo, cl.20, nato a Napoli e residente a Dueville, studente e partigiano territoriale della Brigata “Loris” di Dueville.

Catturato dai tedeschi, è imprigionato presso la Caserma “Sasso” di Vicenza, sede del Comando della Feld-Gendarmerie, suo luogo di detenzione in attesa della deportazione in Germania.

Assieme ad altri due partigiani, Giovanni Dari e Guido Giacomin, riesce a evadere, e il mattino del 27 aprile raggiunge Dueville e l’Osteria “alla Berica”. Tutti e tre, dopo essersi aggregati al presidio partigiano di via Garibaldi, nello scontro con le SS vi trovano tragica morte.

(I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag.304 – Elenco partigiani Brigata “Loris”).

  • Sbabo Lino, di Domenico e Pretto Teresa, cl. 26, nato e residente a Levà di Montecchio Precalcino. Diplomato alla Scuola d’Arte e Mestieri, lavora alla Ditta Sareb, la “Polveriera di Cà orecchiona” sino al 14 giugno ’44, quando è licenziato per la chiamata al lavoro coatto in Germania e in seguito alla leva militare obbligatoria per la “Repubblica di Salò”. Partigiano dal marzo ‘44, prima nella “Mazzini”, poi nella “Mameli”, Btg. “L. Campagnolo, Divisione “Garemi”. Dopo la Liberazione confluisce nel Btg. “Martiri della Libertà”, Div. “Garemi”, svolgendo a Thiene compiti di ordine pubblico. È decorato con Croce al Merito di Guerra.

Nel dopoguerra, successivamente ad una saltuaria occupazione da meccanico, entra nelle Ferrovie dello Stato come operaio fucinatore; diplomatosi in ragioneria, termina la sua carriera come Segretario Superiore delle FFSS. Oggi, pensionato, vive a Verona e si dedica alla pittura, sua latente passione fin da giovane, con ottimi risultati e successi. Sue opere si trovano in varie collezioni private in Italia e all’estero. Assieme all’amico Palmiro Gonzato ha inoltre pubblicato il già citato “C’eravamo anche noi”.

(ASVI, Ruoli Matricolari, Liste Leva, Libri Matricolari e Scheda Personale; ACMP, Militari, b.94; PL Dossi, Albo d’Onore, cit., pag. 241-242).

  • Fortunato Spinella di Luigi e Margherita Dall’Igna, cl.17: partigiano della Brigata “Loris”, caduto in combattimento e decorato con Medaglia di Bronzo al Valor Militare. ASVI, Danni di guerra, b.202 fasc.13911, 13895; I. Mantiero, Con la Brigata Loris, pag.190-191; B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag.88; G. Pendin, Villaverla. La Resistenza 40 anni dopo, cit., pag.71-75).
  • Roberto Vedovello “Riccardo” di Luigi e Iside Tironi, cl.24, nato a Marano Vicentino; studente di Medicina a Modena; di idee “azioniste” (Partito d’Azione). Comandante della Brigata “Goffredo Mameli” della 1^ Divisione Garibaldina d’Assalto “Ateo Garemi”. Muore a Cavalese (Tn) nel 2014.

Il padre, di origini veronesi, è il direttore della Lanerossi di Marano Vicentino, nel dopo-guerra lo diventerà di tutta l’Azienda; la madre è di origini bergamasche.

Frequenta il Ginnasio presso il Collegio Vescovile di Thiene (dove entra in amicizia con Francesco Urbani “Pat”, Francesco Zaltron “Silva” e Alberto Sartori “Carlo”), e il Liceo Scientifico a Bergamo.

Nel ‘42, è destinato alla Regia Aeronautica, come Aviere addetto ai “servizi”, ma è posto in congedo illimitato provvisorio, perché studente in medicina. L’8 settembre ‘43 si trova a Bergamo, dove collabora con il prof. Giovanni Zelasco, futuro rappresentante militare delle formazioni partigiane in seno al CLN bergamasco. Nell’ottobre del ‘43 è costretto a rientrare in famiglia a Marano ma, preso di mira dalle autorità fasciste del paese, decide di entrare in clandestinità riparando sull’Altopiano di Asiago, a Malga dei Coronetto, assieme a Francesco Urbani “Pat”, uno dei futuri comandanti della “7 Comuni” e suo fratello Antonio Urbani “Gatto”, Giuseppe Dal Ferro e i due fratelli Dal Zotto, figli del proprietario della malga.

Nel dicembre ‘43, prendono i primi contatti con il CLN tramite l’ing. Giovanni Carli e don Angelo Dal Zotto, ma a gennaio ‘44 Vedovello è costretto a scendere in pianura, nascondendosi a Marano con Francesco Urbani. In febbraio torna a Bergamo, ma catturato come “renitente”, è inviato a Casale Monferrato. Posto di fronte alla scelta di arruolarsi volontario come allievo ufficiale pilota dell’aeronautica con corso in Germania, o consegnato per i lavori coatti ai tedeschi, sceglie la seconda. Caricato su un vagone bestiame, si ritrova a Bologna, dove è impiegato nelle opere di fortificazione e telecomunicazione per la Todt.

Nel marzo ‘44 riesce a tornare a Marano Vicentino, dove conosce Mario Prendin “Lama”, ed entra a far parte, prima del gruppo garibaldino della Valdastico, poi alla sua costituzione del Btg. “Marzarotto”, e infine della Brigata garibaldina “Pasubiana”. Di fatto diventa il luogotenente, la guardia del corpo, di Alberto Sartori “Carlo”, che in quel periodo è impegnato a consolidare e sviluppare i contatti tra le varie formazioni. A maggio-giugno ‘44 sono unificati i gruppi già organizzati di Zanè, Grumolo Pedemonte e Fara.

Nell’agosto 44, “Riccardo”, comandante del futuro Btg. “Urbani”, è incaricato di scortare e ospitare in zona Zanè-Bragonze-Breganze il Comando del Gruppo Brigate “Garemi”. Per alcuni giorni attendono a Breganze, ospitati delle famiglie Valerio e Pigato, il momento per raggiungere l’Altopiano dei 7 Comuni e la Missione Alleata che deve essere paracadutata. Il 14 agosto, il Comando “Garemi” e “Riccardo” con i suoi uomini raggiungono Granezza, dove avviene il primo incontro con “Freccia”, capo della Missione Alleata “Ruina”, a cui ne seguiranno altri anche con i responsabili delle formazioni “Mazzini” e “7 Comuni”.

Sono i giorni che precedono il grande rastrellamento e alle prime avvisaglie il Comando “Garemi” e la Missione inglese “Ruina” si allontanano protetti e ospitati della Btg. garibaldino “Pretto”, mentre “Riccardo” resta a Granezza ospite della “7 Comuni” e di alcuni amici, i fratelli Urbani: Francesco “Pat”, Antonio “Gatto”, Pierluigi “Pipi” e soprattutto Luisa “Juna”, sua futura moglie.

“Riccardo” resta in Altopiano con il Comando “Garemi” sino al 13 ottobre, quando scesi alle Bragonze e costituita la Brigata “Mameli”, ne assume il comando.

Dopo la guerra, nel ‘46, Roberto Vedovello si candida nella lista della Sinistra unita “Sole nascente” per le Elezioni Amministrative di Marano Vicentino; nel ‘49 torna a Bergamo e si laurea in Medicina e Chirurgia all’Università di Modena; si specializza in Pediatria e termina la sua carriera come Primario di Pediatria presso l’Ospedale Civile di Cavalese (Tn).

“Riccardo”, il partigiano delle montagne.

Il giudizio che Roberto Vedovello esprime anche nelle interviste nei confronti dei partigiani “territoriali”, ci possono far trarre conclusioni errate se non si conosce l’uomo.

“Riccardo” ha da sempre avuto famigliarità con la montagna, e quando è il momento, è in montagna che si rifugia. Le sue prime esperienze resistenziali sono in montagna, dove la Resistenza si vive in gruppo, dove si combatte, si rischia, si soffre e si gioisce, si mangia e si dorme tutti assieme, gomito a gomito, ventiquattro ore su ventiquattro.

“Riccardo” è indubbiamente legato al territorio dove opera come partigiano (l’Altopiano, la Valle dell’Astico, la Pedemontana e le Bregonze), un legame profondo che lo porta ad identificare i “ribelli” con le montagne e le colline, in opposizione ai luoghi ostili e pericolosi che sono in pianura, i paesi e le città occupate come la sua Marano, Vicenza, Thiene o Bergamo.

La montagna e la collina sembrano simboleggiare per “Riccardo” la distanza assoluta del mondo partigiano da quello cittadino e di pianura, l’idea di ribellione da quella di asservimento.

Dall’autunno ‘44, “Riccardo” è posto al comando della Brigata “Mameli”, che è una brigata inizialmente costituita da gruppi partigiani distribuiti sulla Pedemontana e sulle Bregonze, a cui si aggiungono in seguito altri gruppi di pianura, GAP (Gruppi Armati Partigiani) e SAP (Squadre d’Azione Partigiana), detti anche “territoriali”, e che hanno un’operatività e una vita clandestina molto diversa dai primi.

“Riccardo” non considera i combattenti di pianura dei partigiani di “serie B”, visto che considera ad esempio i fratelli Guido di Dueville, “tra i miei migliori uomini”, semplicemente è più legato ai suoi “guerriglieri” di montagna. Indubbiamente, il fatto di essere al comando di una Brigata “mista”, non ha mai entusiasmato molto “Riccardo”, che comunque per le sue funzioni è spesso in pianura, ma per poi risalire al più presto “in alto”.

Inoltre, col passare degli anni, questo concetto di diversità tra la pianura e la montagna, e di riflesso tra partigiani di pianura e di montagna, in “Riccardo” non poteva che radicalizzarsi.

Nei Piccoli maestri, Gigi Meneghello spiega il significato di questa opposizione tra montagna e pianura: è come fosse un’opposizione tra pubblico e privato, dove il pubblico è il bene collettivo, e si associa all’idea di Resistenza, mentre il privato è sopravvivenza individuale che diventa una passiva connivenza con i nemici.

Quando i Piccoli maestri decidono di salire sui monti, Meneghello scrive:

“Non c’era niente di pubblico in Italia; niente di ciò che normalmente si considera la cultura di un paese. Restavano bensì, (oltre ai nuovi istituti di parte neofascista, sentiti come corpi estranei, morbo, minaccia) gli istituti privati, le famiglie rintanate nelle loro case, i nascondigli domestici, il lavoro delle donne; e poi ancora le chiese, i preti, i poeti, i libri, chi voleva poteva ritirarsi in questi bozzoli privati e starsene lì ad aspettare. Questo non era per noi e non ci venne mai in mente. L’unica cosa su cui potevamo orientarci, in mezzo al paese crollato, era quella che faceva di noi un gruppo, il legame con l’opposizione culturale e intellettuale. […] Ci sentivamo soltanto neofiti e catecumeni, ma ci pareva che ora toccasse proprio a noi prendere questi misteri e portarceli via dalle città contaminate, dalle pianure dove viaggiavano colonne tedesche, dai paesi dove ricomparivano, in nero, i funzionari del caos. Portarci via i misteri, andare sulle montagne”.

Per il partigiano di montagna il suo territorio è strategico per la guerriglia, è una posizione indispensabile per condurre la lotta. In generale la posizione rialzata permette di controllare gli spostamenti del nemico, di anticipare o di sfuggire a un attacco, di avere il tempo per organizzarsi strategicamente; la posizione geografica è vitale, determina un vantaggio sostanziale contro un esercito più numeroso e più forte. Meneghello scrive:

“Si entrava nella zona alta, dove comandavamo noi”;

e ancora:

La pianura apparteneva a loro, almeno di giorno e lungo le strade; qua in cima, a un tiro di fionda, il piccolo reame delle colline apparteneva a noi […] Noi potevamo andar giù a nostro rischio, e infatti ci andavamo; loro potevano venir su a rastrellare un po’, e infatti qualche volta vennero”.

Gigi Meneghello, dopo i grandi rastrellamenti, cambia però idea:

“Io ero sceso dall’Altipiano per cercare notizie degli altri; prendevo per sottointeso che poi saremmo tornati su, che il nostro posto era sui monti alti. Quando fui giù cambiai idea. Lassù era troppo facile; bisognava fare la guerra in mezzo al paese reale, non in Tebaide”.

“Riccardo”, viceversa, continua a vivere e lottare “in alto”, anche dopo, così come per tutta la sua vita: a Cavalese in Val di Fiemme, sui Lagorai e il suo baito sotto le Cime del Diavolo, sulle colline toscane, come prima sull’Altopiano dei 7 Comuni e sulle Bregonze, ma mai più in pianura.

(ASVI, CAS, b.14 fasc.875; ASVI, Danni di guerra, b.257 fasc.17554; CSSMP, Fondo F. Urbani; CSSMP, b. Mameli-Loris, Cronistorico di Roberto Vedovello e Cronistorico Brigata “Mameli”; CSSMP, Testimonianze, incontro registrato Vedovello-Gonzato; ISTREVI, intervista filmata e registrata Roberto Vedovello; L. Meneghello, I piccoli maestri, cit., pag. 39-40, 123, 175, 179; I. Mantiero, Con la brigata Loris, cit., pag.74; A. Urbani, Anni Ribelli, cit., pag.26-27, 73-79; Aramin (Orfeo Vangelista), Rapporto Garemi, cit., pag.30-62; AA.VV. In risposta al rapporto Garemi, cit., pag.28-34; PA. Gios, Il comandante “Cervo”, cit. pag.80, 91; F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag.101; C. Woods, Benzina e Segatura, cit., pag.23; A. Galeotto, Brigata Pasubiana, Vol. I, cit., pag.207, 323-334, 408-409; Rivista Zanè 1984, pag.21, 30 c/o Biblioteca Comunale di Zanè; PL. Dossi, Atlante storico della Guerra di Liberazione nel Vicentino, cit., Cap. Agosto – Settembre 1944: I grandi rastrellamenti, schede: 12-13 agosto 1944: Val Cariola-Bocchetta Paù; 4-15 settembre 1944: Operazione “Hannover”).

  • Alberto Visonà, cl.23, da Valdagno, studente di giurisprudenza, in contatto già prima del ‘43 con Antonio Giuriolo in quanto militante del Partito d’Azione clandestino. Nell’aprile ‘43 è arrestato con altri giovani di Valdagno, ma è liberato il 27 luglio alla caduta del regime fascista. Partecipa alla lotta partigiana nella Brigata di Giustizia e Libertà “Rosselli”, nelle valli del Chiampo e dell’Agno. A Dueville, nei giorni che precedono la Liberazione, è in missione, ospite dello zio, direttore del locale Lanificio Rossi, e quel 27 aprile interviene in appoggio dei fratelli Guido “Bonomo” di presidio in Via Garibaldi.

(I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag.304; B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag.108-109, nota13; B. Gramola, La brigata “Rosselli”, cit.; R. Camurri, Antonio Giuriolo e il “partito della democrazia, cit.; A. Trentin, Antonio Giuriolo, cit., pag.81, 104, 115, nota 30; G. Giulianati, Fra Thiene e le colline di Fara, cit., pag.59).

  • Villa Tretti, in via Stivanelle n. civico 2-4 a Montecchio Precalcino, proprietà di Tretti Alberto di Arturo e Lucia Munari, cl.18, da Montecchio Precalcino, patriota; quando i tedeschi se ne vanno, saccheggiano e danneggiano la Villa.

(ASVI, Danni di guerra, b.152, 155, fasc.9917, 10208).

  • Forno Zanuso, in viale Vittorio Emanuele III (ora don M. Chilese) a Montecchio Precalcino, proprietà di Maria Carli di Pio vedova Zanuso. I tedeschi hanno con loro oltre 30 q di farina e altri 3 q li sequestrano al forno, obbligano il fornaio a collaborare alla produzione del pane e quando se ne vanno portano con sé tutto ciò che rimane; fatto simile avviene anche presso il Forno di Giovanni De Marzi di Eugenio, in Via Marconi n.6 a Pievebelvicino, dal 27 al 29.

(ASVI, Danni di guerra, b.180, 326, fasc.12127, 22846; L. Valente, Dieci giorni di guerra, cit., pag.55-60).

  • Alloggi sequestrati. Alcuni esempi: a Dueville in Via Molino (fam. Dal Santo), un reparto di 300 uomini, dalle ore 7:00 alle 19:00 del 27 aprile; in Via Caprera (fam. Bruni-Farina), un reparto di 150-200 uomini, dal pomeriggio del 27 alla mattina del 28 aprile; (fam. Ceolato), 70 tedeschi si accampano e consumano 50 l di vino, 10 kg di pancetta, 2 q. di fieno per i loro cavalli, e 1 q di legna per cucinare; a Montecchio Precalcino, Villino Forni Cerato (fam. Tracanzan-Grendene), un reparto di 100 uomini, dal pomeriggio del 28 sino alla mattina del 29 aprile.

(ASVI, Danni di guerra, b.58, 148, 224, fasc.3489, 9602, 15356).

  • Il 26 aprile 1945, primi saccheggi a Dueville e Novoledo, soprattutto biciclette:

a Dueville, a danno di Lunardi Giacomo di Bortolo, via Carlesse n. 6, e di Rigo Agnese di Alessandro, Piazza Monza; il saccheggio in via Roma nell’abitazione e nel panificio di Antonio Peruzzo di Carlo;

a Novoledo, a danno di Dal Zotto Lucia di Luigi e di Pierin Luigi di Giovanni; in via Roare, presso l’azienda agricola di De Pretto Antonio e f.lli di Gio Batta, vengono asportate sette biciclette, due cavalle, una carrozza, una carretta a due ruote e un carrettino.

(ASVI, Danni di guerra, b.200, 240, 295, 296, 309, 347, fasc.13800, 16423, 19984, 20016, 20046, 21187, 24670).

  • Famiglie saccheggiate a Novoledo il 27 aprile 1945:

in via Chiesa: Giaretta Enrico di Ferdinando e Campagnolo Maria; Lazzaro Maria di Fabiano; Filippi Antonio e gli sfollati Fanton Virginio di Giuseppe e Di Meglio Alfredo di Silvano; a Marenda Giuseppe di Giovanni rubato un carro agricolo;

in via Cimitero n. 3, Ciscato Romolo di Emilio.

(ASVI, Danni di guerra, b.119, 127, 135, 153, 200, fasc.7546, 8103, 8656, 10045, 13779).

  • Famiglie saccheggiate a Montecchio Precalcino il 27 aprile 1945:

in via Palugara: Campagnolo Giuseppe di Gio Batta;

in via Venezia: Giorio Orsola di Francesco e Saccardo Angela, ved. Dall’Amico, cl. 1895;

in via Marconi (già Contrà Giudea): Doppieri Francesco di Giovanni e Retis Margherita, cl.05; Campagnolo Giuseppe di Valentino e Carlesso Angela, cl. 07, n. civ. 1;

in viale Vittorio Emanuele III (ora don M. Chilese): Buzzacchera Biagio di Biagio e Giaretta Caterina, cl. 1881, mentre è in corso il mitragliamento e l’attacco partigiano contro la colonna dei paracadutisti tedeschi e mentre tutta la famiglia è rifugiata in cantina; Garzaro Igino di Domenico.

(ASVI, Danni di Guerra, b.119, 128, 180, 231, 232, 246, 348, fasc.7556, 8152, 12176,15791, 16288, 16896, 24784, cnn).

  • Famiglie saccheggiate nel territorio del Comune di Dueville il 27 aprile 1945 (escluso il centro del capoluogo):

in via Porto: Palazzo Porto-Casarotto, di Casarotto  Rino di Alessandro;

in Contrà Campagna (ora via Da Porto): Dalla Vecchia Ferdinando di Gaetano;

in via Villanova: Brazzale Francesco di Gio Batta; Zeribetto Rosa di Antonio in Sanson; Parise Giuseppina di Francesco ved. Guerra;

in via Carlesse: az. agricola di Lalloni Guido di Valentino, n. civ. 22;

in via S. Anna: Panozzo Francesco di Luigi, n. civ. 40;

in via Morari (ora Via Pasubio): Faccin Cesare di Francesco; Battistella Attilio di Francesco, n. civ. 25, Campagnolo Gio Batta di Matteo;

a Vivaro, in loc. Vaccheria, tedeschi in ritirata danno alle fiamme la fornace per la costruzione di laterizi, gestita dai fratelli Antonio, Ferruccio e Mosè Tagliaferro di Francesco, noti fascisti repubblichini;

a Vivaro: Bettanin Giovanni di Giuseppe, sfollato da Vicenza; Aver Giacomo di Giulio e Sorgato Amalia, gestore e proprietario di un’Osteria;

a Vivaro-via Milana: al n.civ. 4, di Marcante Pietro di Amedeo;

a Passo di Riva: Marchiori Ettore di Vittorio; Bressan Vittorio di Antonio;

a Povolaro-via Marosticana: Conforto Silvio di Marco, furto di due biciclette; Villa Pedrina, del prof. Francesco Pedrina di Riccardo;

a Povolaro-via S. Vito:  Polato Rosimbo di Girolamo; Casabianca Giuseppe di Antonio, n. civ. 5.

(ASVI, Danni di guerra, b.50, 61, 116, 133, 136, 153, 154, 174, 175, 181, 182, 185, 186, 261, 264, 267, 338, fasc.2911, 3702,7329, 7331, 8494,8730, 10007, 10070, 10074, 11712, 12253, 12281, 12284, 13347, 13443, 17788,18007, 18211, 23895).

  • Famiglie saccheggiate a Dueville capoluogo il 27 aprile 1945.

In Piazza Monza sono razziati: la Canonica, il bar-caffe di Angelo Giorietto di Pietro e di Vito Modesto Parise di Giuseppe e della moglie Caterina Giorietto, n. civico 14; la bottega e l’abitazione di Ernesto Canevaro, n. civico 15; il negozio di calzature di Andrea Tezza di Giacomo; l’abitazione e il negozio di alimentari e tabacchi di Guido, Giuseppe, Angelo, Alfredo, Bianca e Santa Noale di Francesco, n. civico 38.

Sono saccheggiate le abitazioni di: Evangelista Savio di Giuseppe e Maria Sbalchiero, n. civico 6; Bortolo Sanson di Lodovico e Angela Veller, n. civico 26; Lucia Maddalena Casentini vedova Tonini; Ottorino Zanotello (iscritto PFR/BN) di Francesco.

All’inizio di via 28 Ottobre (ora via Rossi), nei pressi della Piazza e delle Scuole, è saccheggiata l’abitazione di Luigi Billo di Giocondo;

In via 4 Novembre, sempre nei pressi della Piazza e delle Scuole, è saccheggiata la ditta Produzione Liquori e Commercio Vini (già Ditta Brunetti) di Mario Neri di Tertulliano, e razziate le abitazioni di: Aldo Parma (iscritto PFR/BN) di Diodato, n. civico 1; Ferruccio Tagliaferro di Francesco, n. civico 2; Armido Zanella di Giuseppe (proprietario Augusto Costa), n. civico 3; Lucia Pozzan di Giuseppe in De Antoni, e dott. Luigi Gasparini di Gio Batta, n. civico 8; Giuseppe Pasciutti di Francesco (sfollato in Casa Padovan – partigiano caduto il 27.4.45), n. civico 9; Antonio Rigon di Pietro; Pietro Ronzani di Gregorio; Giuseppe Cavedon di Francesco; Maria Bedin di Antonio vedova Bertollo.

All’inizio di via Corvo, sono saccheggiate le abitazioni di: Giuseppe Copiello di Pietro e Amelia Corso; Pietro Copiello di Domenico e Angela Marchioretto n. civico 4.

In via Garibaldi, sono saccheggiate le abitazioni di: geom. Silvio Nicolin di Gaetano e Antonio Benazzato di Agostino, da Vicenza, sfollato presso Nicolin, n. civico 7; l’Osteria “Alla Berica” di Ettore Giacomin, n. civico 8 e n. civico 1 di Via Orsole (ora Viale dei Martiri della Libertà).

In via Dante, sono saccheggiate le abitazioni di: Basilio Frezza di Giuseppe, n. civico 3; Carmela Pappalardo di Salvatore in Subba (Maresciallo dei CCRR Osvaldo Subba di Giuseppe, IMI in Germania), n. civico 15; Costante Comacchio, n. civico 18; Francesco Pozzolo di Giuseppe e Lucia Valente di Giovanni, n. civico 36.

In via Marconi (ora Via Rinaldo Arnaldi), sono saccheggiate le abitazioni di: Giustino Arnaldi di Rinaldo, n. civico 19; Francesco, Alessio, Virginio e Mario Ramina di Francesco e Santa Turco; Ernesto Cervo di Pietro, n. civico 50.

In via Roma, sono razziati: l’officina di Giuseppe Borghin di Luigi, n. civico 3; il negozio e officina di Roberto Conforto di Silvio; l’abitazione di Cellia Radovich, n. civico 6, e l’abitazione di Angelo Bressan di Gaetano, n. civico 15.

In via Caprera, sono razziate le abitazioni di: Vittoria Bruni di Egidio vedova Farina, n. civico 5; Luciano Stefani (iscritto PFR/BN) di Gio Batta, n. civico 7; Giovanni Ceolato di Pietro e Angela Stocchero, agricoltori, n. civico 14; Pietro Zambon di Giovanni, abitazione e negozio di alimentari, n. civico 17.

In via Molino, sono saccheggiate le abitazioni di: Antonio Brazzale di Francesco e Giovanni Lovato di Angelo, venditore ambulante, n. civico 22; Giuseppe Tagliapietra di Giovanni.

In viale della Stazione, sono razziate: la Trattoria-Albergo di Napoleone Gasparotto di Quirico, n. civico 6; l’abitazione dell’Appuntato dei Carabinieri Davide Donati di Agostino, IMI in Germania; l’abitazione di Anna Muraro di Serafino e Maria Righetto, n. civico 5.

(ASVI, Fondo “Danni di guerra”, b.40, 50, 104, 106, 110, 116, 122, 123, 131, 172, 173, 174, 175, 176, 179, 180, 186, 208, 219, 232, 238, 248, 249, 251, 296, 336, 346, 350, fasc.2186, 2917, 2918, 6579, 6681, 6682, 7011, 7330, 7332, 7333, 7767, 7824, 7825, 7826, 8363, 11444, 11583, 11704, 11730, 11795, 11845, 12040, 12135, 12137, 12138, 12169, 13392, 14419, 15101, 15875, 16252, 16970, 17052, 17144, 20088, 23717, 24593, 25025).

  • Famiglie saccheggiate nel territorio di Dueville il 28 aprile 1945:

in via Cartiera: al n. 14, Farina Andrea di Gio Batta;

in via Caprera: Pietrobelli Eugenio di Luigi e Strullato Rosa, macellaio; al n. 5, Bruni Vittoria di Egidio, ved. Farina;

in via Villanova: al n. 6, Nardello Carlo di Angelo; Strazzer Primo di Gio Maria;

in via Molino: Dal Santo Giuseppe di Gio Batta, cui uccidono il figlio Nicola; n. 27; Fabris Antonio di Antonio e Campagnaro Santa, n. 39; Lanaro Girolamo di Francesco, n. 28; Fioravanzo Maria di Antonio, n. 26; Forestan Virginio di Giovanni, n. 25; Farina Aurelio di Antonio; Farina Antonio di Luigi; Brazzale Antonio di Francesco; Brazzale Pietro di Francesco; De Lai Francesco di Giovanni da Vicenza, sfollato presso Viotto Guido, di fronte alla Latteria Sociale; Valente Francesco di Giovanni; De Boni Benedetto di Antonio; Motterle Giuseppe, Giovanni e Francesco di Francesco; Moraro Luigi di Eugenio; Tagliapietra Giuseppe di Giovanni;

in via Roma: al n. 3, Borghin Giuseppe di Luigi, abitazione e bottega artigiana; al n. 15, negozio alimentari di Fabris Luigi di Luigi e l’abitazione di Bressan Angelo di Gaetano, macellaio (fascista repubblichino, ha partecipato anche al Rastrellamento del Grappa); al n. 19, Bassan Domenico di Pietro; Fanchin Italo “Marenda” (iscritto PFR/BN);

in via Garibaldi: Parise Natale di Valentino; Fiorentin Arcangelo di Pietro;

in Piazza Monza: al n. 6, Savio Evangelista di Giuseppe e Sbalchiero Maria, n. a Malo, cl. 1894; dott. Pietro Galuppo; al n. 14, bar-caffè di Giorietto Angelo di Pietro, 2° saccheggio;

in via 28 Ottobre (ora via Rossi): al n. 24, Battistello Francesco di Giovanni;

in viale della Stazione: al n. 6, Trattoria e Albergo di Gasparotto Napoleone di Quirico;

in via Dante,: al n. 15, Cason Cesare di Agostino, calderaio;

in via Marconi (ora via Rinaldo Arnaldi): al n. 55, Valente Maria di Giuseppe e Forestan Orsola ved. Cappellari;

in via 4 Novembre: al n.4, Pozzan Lucia ved. De Antoni Antonio; a Bedin Maria di Antonio ved. Bertollo; Gasparini dott. Luigi; al n. 110, De Antoni Gioacchino di Sante;

in via Corvo: al n. 3, Stella Vittorio di Sante;

in via Morari (ora via Pasubio): al n. 16, Martini Lorenzo di Bortolo; Cappellari Menotti di Silvestro; Cavedon Giovanni di Francesco; al n. 23, Valente Rodolfo di Luigi;

in via S. Anna: al n. 22, Panozzo Giuseppe di Giuseppe;

in via Astichelli: Guerra Angelo di Andrea; Tessari Gioacchino e Giuseppe di Giovanni;

in via Orsole (ora viale Martiri della Libertà e viale Vicenza): al n. 4, Bagarella Giovanni di Girolamo;

in via Marosticana: al n. 55, Rigoni Leonardo di Pietro; al n. 11, Brugnaro Venturina di Pasquale ved. Dando (Gio Batta);

in via Borgo Zucco (ora via Bellini): Silvestri Cecilia di Daniele ved. Dalla Riva;

in via Sacchette (ora via Prati): Moretto Giovanni di Girolamo;

in via Molinetto: al n. 7, Sanson Eugenio di Giuseppe;

in Piazza Redentore: Muraro Carlo di Eugenio; Frigo Francesco, tessitore; Secco Pietro, contadino;

in via Vegre: al n. 18, Marchiori Gio Batta di Francesco;

in via Cadorna: al n. 11, case statali, Luigia Bozzo in Battistella, sfollata , insegnante elementare;

a Passo di Riva: Menin Antonio di Giuseppe; Magazzino idraulico di Notarangelo Giuseppe di Matteo; Perdoncin Pietro di Domenico; Giacometti Caterina Angela di Luigi;

in loc. Pilastroni, in via Marosticanavia Chiupese: al n. 8, Dal Ferro Antonio di Egidio;

in loc. Pilastroni, in via MarosticanaStradon del Porto (ora via Pilastroni): al n. 8, Benetti Francesco di Gio Batta; Vendramin Agostino di Antonio;

in via Marosticana – via Cresole: al n. 2, Giacomello Antonio di Luigi;

in via Due Ponti di Vivaro (fittavoli del conte Da Schio): Munaretto Emilio e Ottaviano di Luigi; Matteazzi Francesco di Francesco, Munaretto Antonio di Giacomo;

in  via Chiesa di Vivaro: Grigenti Luigi di Massimiliano e Dal Molin Cecilia di Giobbe, cl. 1869; Meneghello Ermenegildo, Domenico e Lino di Antonio; al n. 6, Meneghello Domenico di Antonio;

in loc. Vaccheria di Vivaro: Antonio, Ferruccio e Mosè Tagliaferro di Francesco (fascisti repubblichini);

in  via Milana di Vivaro: al n. 4, Marcante Pietro di Amedeo, fittavolo di Perazzolo avv. Francesco Agostino.

(in ASVI, Danni di guerra, b. 39, 46, 50, 58, 59, 62, 77, 88, 96, 110, 111, 118, 119, 123, 136, 137, 148, 153, 154, 169, 174, 175, 176, 180, 196, 214, 215, 216, 231, 238, 243, 247, 264, 269, 273, 298, 304, 305, 307, 360, fasc. 2099, 2101, 2617, 2672, 2915, 2916, 2917, 2922, 3471, 3489, 3503, 3525, 3732, 4824, 5471, 6039, 7007, 7010, 7012, 7013, 7014, 7034, 7475, 7476, 7544, 7545, 8801, 8849, 9601, 9602, 10009, 10010, 10013, 10066, 10067, 10069, 10072, 11664, 11704, 11707, 11708, 11767, 11795, 11845, 12169, 12195, 13379, 14781, 14865, 14888, 15853, 16234, 16603, 16619, 16926, 18007, 18341, 18559, 20227, 20774, 20832, 21017, 25977).

  • Famiglie saccheggiate a Novoledo il 28 aprile 1945:

in via Chiesa, Giaretta Enrico di Ferdinando e Campagnolo Maria; Ferracin Andrea di Giuseppe, sfollato da Vicenza;

in via Cimitero, al n. 23, Bressan Cirillo di Benedetto; in Via Bosco, Zambon Francesco di Francesco e Alberton Marcella.

(in ASVI, Danni di guerra, b. 188, 289, 310, 353, fasc. 12701, 19508, 21283, 25311, cnn).

  • Famiglie saccheggiate a Montecchio Precalcino il 28 aprile 1945:

in via Roma: al n. 7, Carlesso Domenico di Antonio e Malgarin Caterina, cl. 1884; al n. 8, Pauletto Margherita di Giovanni ved. Garzaro (Rocco);

in via Scamozzi, (già via Stramorta): Benincà Guido di Ernesto;

in via Marconi (già Contrà Giudea): al n. 5, Brazzale Maria di Riccardo e Marangoni Caterina, Ved. Dall’Osto, cl. 18; al n. 5, Caretta Orsola di Giovanni e Poianella Orsola, in Garzaro; al n. 5, Pauletto Antonio di Antonio; al n. 8, a Giorio Rosa di Francesco e Lubian Serafino di Giuseppe;

in via Capo di Sotto: al n. 3, Pigato Giuseppe di Angelo;

in via Venezia: presso l’annesso rustico, ora Tagliapietra, di Villa Forni Cerato, Ronzani Antonio di Gregorio; presso l’annesso rustico di Villa Nievo Bucchia (ora Moro-Gnata), Marchiorato Pietro di Gio Batta; al n. 3, Binotto Gio Batta di Giovanni; al n. 4 (Villino Forni Cerato), a Tracanzan Teresa di Mansueto ved. Grendene; al n. 6, Zanin Gio Batta di Luigi e Rizzato Maddalena, cl. 06; al n. 10, Storti Bortolo di Enrico; al n. 12, Bonato Francesco di Antonio e Costa Erminia;

in via Bentivoglio: Giaretta Bernardo di Savino e Todeschini Vittoria, cl. 1890; Gabrieletto Caterina di Antonio ved. Peruzzo; al n. 3, Boscato Olivo di Gaetano;

in via Astichello: al n. 5, Duso Francesco di Giuseppe e Storti Giulia, cl. 1897; al n. 15 (Palazzon), Cerbaro Giuseppe di Antonio; Laggioni Bortolo di Fortunato; Osteria “Belvedere (incrocio con via Guado) di Pauletto Giuseppe di Sante e Zorzetto Amalia, cl. 1888;

in via Palazzina: al n.5, Velgi Miro di n.n., cl. 1885, n. a Legnago, sp. Farina Stella, papà del Partigiano Emilio;

in Piazza Vittorio Veneto: al n. 2, Maccà Francesco di Francesco;

in via Stivanelle: al n. 7, dott. Altieri Everardo di Giovanni, sfollato in casa Tretti Alberto; Tretti Alberto di Arturo; Ferracin Maria Anna di Giovanni Giuseppe e Cattelan Maria, cl. 02; Duso Domenico Michele di Giuseppe, mezzadro di Tretti Arturo;

in via S. Pietro: Laggioni Angelo di Fortunato; al n. 9, Garzaro Giuseppe di Giovanni;

in via Murazzo: Campagnolo Antonio di Andrea; al n. 9, Gnata Bortolo di Paolo; Balasso Erminia di Bernardo ved. Parise; Marchiori Giacomo di Francesco;

in via S. Rocco: al n. 1, a Zanotto Girolamo di Giovanni e Testoline Lena, cl. 14; al n. 5, a Borin Giovanni di Marco e Gasparini Lucia, cl. 1883, n. a Fara; Campese “Campeseti” Giovanni di Antonio, officina biciclette; Zuccato Rinaldo di Ferdinando;

in via Palugara: Boschiero Gilberto di Stefano;

in via Lovara: Gigli Bonaventura;

in via Preara: al n. 22, Stella Benedetto di Valentino, Osteria e Alimentari; Caretta Giovanni di Giovanni; Campagnolo Giuseppe di Pietro; al n. 24, a Mazzon Vito Modesto di Isidoro e Cerbaro Maddalena, cl. 08, sp. Marchiorato Elisa; Mazzon Domenico di Isidoro e Cerbaro Maddalena; Dall’Osto Isidoro di Antonio; Maragno Antonio di Giovanni;

in via Maglio: al n. 12, Campese Francesco di Giuseppe; al n. 37, Campese Luigi di Antonio; Marchiorato Maria di Giuseppe ved. Fabrello; Benincà Vittorio di Antonio;

in via Prà Castello (Levà): al n. 3, Dal Zotto Giuseppe di Sebastiano e Gonzato Maria, cl. 1890;

in via Vegre (Levà): Grazian Francesco, Giovanni, Gaetano ed Antonio di Bortolo.

(in G. De Vicari, 1914-2014 Centenario della Latteria Sociale, Appendice 1 – Diario di Biagio Buzzacchera, pag. 80; ASVI, Danni di guerra, b. 50, 53, 55, 60, 93, 102, 110, 112, 122, 123, 139, 148, 152, 155, 174, 175, 178, 179, 180, 181, 224, 231, 241, 297, 334, 344, 348, 349, 351, 353, 359, 369, fasc. 2620, 2908, 3270, 3628, 5837, 6425, 7009, 7107, 7108, 7109, 7787, 7811, 8971, 9610, 9612, 9613, 9917, 9921, 10208, 11694, 11745, 11749, 11786, 11791, 11998, 12039, 12052, 12061, 12103, 12118, 12120, 12156, 12160, 12183, 12200, 12234, 15356, 15834, 16491, 20142, 20145, 23541, 24366, 24805, 24842, 24846, 24850, 25069, 25071, 25269, 25849, 27908).

  • La Todt o OT: di questa organizzazione sono state date due definizioni molto efficaci:

– è stata il più grande cantiere edile dell’Europa in guerra;

– costituiva il primo girone del sistema concentrazionale tedesco.

La prima definizione suggerisce la dimensione su scala continentale dell’organizzazione, perché ovunque fossero gli eserciti del Reich, dalla Francia alla Russia, la c’era anche la Todt che provvedeva alla costruzione delle fortificazioni, alla riparazione dei ponti distrutti, al ripristino della viabilità stradale ferroviaria e aeroportuale, ovvero provvedeva a tutto quanto era indispensabile ad alimentare la macchina da guerra tedesca.

La seconda definizione rimanda invece ai metodi utilizzati da questa organizzazione, perché la Todt era parte integrante del sistema oppressivo della Germania nazista e rappresentava il primo livello del sistema di sfruttamento delle popolazioni occupate.

L’Organizzazione Todt fu creata verso la fine degli anni ’30 per volontà dell’ingegner Fritz Todt, quando, con il profilarsi della crisi europea, l’esercito tedesco sentì la necessità di dotarsi di una linea fortificata ai confini con la Francia, da contrapporre alla linea Maginot. Todt e la sua agenzia del lavoro si occuparono della realizzazione della Linea Sigfrido a tempo di record. Nel febbraio del ‘42 il gerarca nazista uscì di scena morendo in un incidente aereo. Con la morte di Todt l’Organizzazione passa nelle mani di Albert Speer che, nominato contemporaneamente ministro per la produzione bellica, divenne uno degli uomini più potenti del Terzo Reich e anche una delle figure più compromesse con il sistema di sfruttamento.

Gli italiani appresero che questa organizzazione era arrivata nella penisola alla fine di agosto ‘43. A pochi giorni dall’armistizio italiano, i tedeschi avevano già messo in moto i piani di occupazione della penisola. Evidentemente anche la Todt rientrava nei disegni dell’esercito tedesco, perché essa doveva entrare in azione immediatamente dopo la presa di possesso del territorio italiano. Da questa data e fino alla conclusione della guerra i compiti assolti dalla OT in Italia non saranno diversi da quelli svolti negli altri territori dell’Europa occupata: mantenere in efficienza tutte le infrastrutture viarie indispensabili, da una parte per l’approvvigionamento dell’esercito al fronte e, in senso inverso, per consentire il trasporto verso la Germania di tutto quanto fosse asportabile (attrezzature industriali, beni di prima necessità, prodotti agricoli, realizzare i rifugi corazzati per  le telecomunicazioni e lo stato maggiore, infine, attuare il programma difensivo).

(P. Savegnago, L’ombra della Todt sulla provincia di Vicenza,. cit; P. Savegnago, Le organizzazioni Todt e Pöll, Vol. I e II, cit.).

  • Pronto Soccorso logistico-militare germanico. Nella nostra zona era sito in un’area che va da Palazzo Porto-Casarotto a Villa Da Porto-Perazzolo.

Il Palazzo Porto-Casarotto, proprietà di Casarotto Pietro di Rinaldo, è occupato e i terreni utilizzati per una grande segheria di legnami, magazzini e depositi della Todt.

La Villa Da Porto Perazzolo, proprietà dell’avv. Francesco Agostino Perazzolo, è occupata da truppe tedesche dal 17 settembre ‘43 al 27 aprile ’45.

La Villa è adibita a Comando di presidio della Flak, la contraerea tedesca (Dienststelle L 29165, Lg Pa. Muenchen 2 – Der Standort-Gruppenäelteste Vivaro oppure StO-Gruppenältester Vivaro) che svolge anche il ruolo di Comando Piazza Dueville, come convalescenziario e come Comando del “Pronto soccorso” della Todt, gestito da personale austriaco, e dove è “allestito un Centro di Raccolta per centinaia di lavoratori, con cucine, mense e camerate con letti a castello, sorvegliato da militari tedeschi e guardie civili italiane armate […] Dovevamo ripristinare strade, linee ferroviarie, sgomberare macerie dopo le incursioni aeree, ecc.”. “Vicino al nostro campo vi era poi acquartierato un gruppo di collaborazionisti cecoslovacchi che erano tenuti senza armi perché considerati dai tedeschi poco affidabili, infatti, spesso qualcuno disertava e pure loro venivano utilizzati nei lavori”.

Nel parco di Villa Da Porto, sostano in permanenza automezzi in dotazione e in riparazione, sono installate baracche in legno adibite a officine.

Tutta questa base militare ha copertura contraerea e nebbiogena.

In località “Trescalini”, a sud delle due ville, la Todt (Fpn 50011) ha realizzato postazioni contraeree per la Flak (Fpn L/53759, Lg Pa. Munchen II – Der Standortgruppenaeteste Dueville); in località “Vaccheria” è costruita una pista di decentramento aerei, larga 16 m, che si raccorda con la “Marosticana”; vengono costruite strade militari, trincee, buncher e riservette per le munizioni in cemento armato; la fornace per laterizi, gestita dei fratelli Antonio, Ferruccio e Mosè Tagliaferro di Francesco, noti repubblichini locali, è requisita dai tedeschi ad uso magazzini per la Luftwaffe e Flak, tra cui ricambi d’aereo, dal 14 giugno ‘43 alla fine d’aprile ‘45.

Il “Pronto Soccorso logistico-militare germanico” di Villa Da Porto-Perazzolo, con le sue officine di riparazione per motori di autocarri e l’autoparco, è segnalato dai partigiani agli Alleati nel febbraio ‘45, tramite la Missione “MRS”, che trasmette il seguente marconigramma:

“nr.633-nr 27 …Alt Due Ville lat 45° 37′ 03” long. 0° 54′ 33” autoparco oltre cento automezzi et officina riparazioni alt. 140012;

sempre in febbraio ‘45 sono segnalati i depositi della Todt:

“nr.635-nr37 At 1,800 km da Dueville lat 45°37’ 16’’ long 0°53’ 44’’ W grande deposito materiali TODT dico TODT alt 141012”;

già nel novembre ‘44 era stato segnalato che in località Vaccheria, presso la Fornace, sono immagazzinati 400 motori Junker, “nr.15-nr.27 …013525”.

Tra le guardie armate civili, come soprattutto tra i lavoratori, ci sono molti partigiani infiltrati. Uno di questi, il partigiano della “Mameli” Bortolo Fina di Lorenzo, da Levà di Montecchio Precalcino, si è specializzato nel sottrarre documenti intestati e nel falsificare con una abilità sorprendente i timbri tedeschi, per poi fornirli al Comando “Mameli”, a tutta la “Garemi” e al CLN Provinciale.

(ASVI, Danni di guerra, b.50, 132, 153, 176, 213, 217, 228, 250, 306, 307, fasc.2911, 8430, 10011, 11842, 14722, 14986, 15612, 15621, 17113, 17114, 20892, 20997, con mappe; E. Rocco, Missione “MRS”, cit., pag.115 e 201; P. Gonzato e L. Sbabo, C’eravamo anche noi, cit., pag.64-65; PL Dossi, Albo d’Onore, cit., pag.295 e 308; G. Tonini, La mia terra. Autobiografia Parte 2^ – La giovinezza, Breganze 2013, pag.16; P. Savegnago, L’organizzazione Todt, cit., pag.49).

  • Divisione partigiana “Monte Ortigara”.

Viene costituita il 22 febbraio ’45, a Povolaro di Dueville, presso la canonica di don Luigi Pascoli, unificando il Gruppo Brigate “7 Comuni”, il Gruppo Brigate “Mazzini” e la Brigata “Giovane Italia”. È una decisa presa di posizione anti-garibaldina e il definitivo rifiuto del Comando unico della “Zona Montana dal Garda al Brenta” voluto da “Freccia” al comando di “Alberto” il Comandante della “Garemi”.

Alla riunione a Povolaro di Dueville, presso la Canonica di don Luigi Pascoli, partecipano, oltre al padrone di casa, alla staffetta Lina Tridenti e suo fratello Giorgio: Urbano Pizzinato “Carminati-Cyrano-Rossi”, vice comandante CMRV; Giacomo Chilesotti “Loris”  per il Gruppo Brigate “Mazzini” e Italo Mantiero “Albio” per la Brigata “Loris”; Giovanni Carli “Ottaviano-Sterzi” per il Gruppo Brigate “7 Comuni”; Gaetano Bressan “Nino” comandante del CMP di Vicenza; Silvano De Lai “Silvio-Sandro”, Ispettore del Comando Regionale Veneto per la DC; Ermenegildo Farina “Ermes” per la Brigata “Giovane Italia”; Giorgio Tridenti per la Brigata Berici; Ottavio Lupato “Vipera” in rappresentanza di Attilio Andreetto “Sergio”, per una formazione che avrebbe dovuto costituirsi in Valdastico dalla scissione della “Pasubiana”, il Btg. “Cairoli”.

La nuova Divisione “Monte Ortigara” nomina comandante, Giacomo Chilesotti “Loris”; commissario, Giovanni Carli “Ottaviano”; vice-comandanti, Alfredo Rofeghiero “Giulio-Orazio” e Francesco Zaltron “Silva”; vice commissario Angelo Fracasso “Angelo”; capo di Stato Maggiore Renato Nicolussi “Beppo”; comandante del costituendo Btg. Guastatori, “Alfio”.

(G. Vescovi, Resistenza nell’Alto Vicentino, cit., pag.148-153; E. Ceccato, Freccia, una missione impossibile, cit., pag.55-61; E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit., pag.95-97; G. Chilesotti jr., La Brigata Mazzini, cit., pag.88-90).

  • La Brigata “Loris”, viene costituita nell’ottobre-novembre ‘44 con la riorganizzazione della Brigata “Mazzini” in Gruppo Brigate, organizzato su due brigate: la Brigata “Martiri di Granezza”, reparto misto, “territoriale” e partigiano, organizzato in 3 battaglioni e che opera essenzialmente nella pedemontana, da Caltrano a Breganze, ma anche a Thiene sino a Villaverla; la Brigata “Loris”, reparto prettamente “territoriale”, organizzato in Compagnia Comando e 2 battaglioni, che nella primavera ’45 raggiunge un organico di un centinaio di unità, tra partigiani e patrioti, operando nel territorio comunale di Villaverla, Caldogno, Dueville e Montecchio Precalcino.

Comando della Brigata “Loris”: comandante Italo Mantiero “Albio”; commissario Angelo Fracasso “Angelo”, che alla morte di “Nettuno-Loris” sarà nominato Comandante della Divisione “M. Ortigara”; vice-comandante Attilio Andreetto “Sergio”; comandanti di battaglione, Domenico Brazzale “Rino” e Gabriele Maddalena “Sandro”.

(I. Mantiero, Con la brigata “Loris”, cit., pag.302-304).

  • La Brigata “Goffredo Mameli” viene costituita a metà ottobre del ‘44 unificando il Battaglione “Francesco Urbani”, già appartenente alla Brigata “Pasubiana”, e altri piccoli gruppi sparsi nella zona pedemontana. A questo primo nucleo si aggiungono poi vari gruppi di sabotatori (GAP) e di “territoriali” (SAP), in gran parte già organizzati da Gino Cerchio e unificati poi soprattutto nei Btg “Livio Campagnolo”, “Antonio Marchioretto” e “Guglielmo Oberdan”, poi “Martiri di Carrè”.

La Brigata “Mameli” è anche conosciuta come la “Brigata sparsa”, proprio per la sua capillare presenza in un territorio assai vasto che andava dalla fascia pedemontana e collinare sotto l’Altopiano dei 7 Comuni, da Mason a Cogollo del Cengio, fino all’aperta pianura, da Thiene a Dueville, comprendendo Zanè, Marano, Villaverla, Montecchio Precalcino e Caldogno, con i torrenti Timonchio, Igna e Astico a fare da filo conduttore e unificante.

Questa formazione, fin dall’inizio si dimostrò particolarmente vivace negli atti di sabotaggio. Una particolare e importante attività svolse l’ufficio stampa: infatti, nel gennaio ‘45, usciva anche il primo numero del giornale “Fratelli d’Italia”, curato da “Juna” Luisa Urbani.

Il Comando della Brigata “Mameli” nella primavera 1945 risulta così costituito: comandante Vedovello Roberto “Riccardo”; commissario politico Mario Prendin “Lama”; vice comandante Marcello Sperotto “Mario”; vice commissario e capo servizio stampa Luisa Urbani “Juna”; capo di Stato Maggiore Vincenzo Lumia “Villa-Coriolano”; intendente Giovanni Carollo “Vasco”; ispettore Bortolo Busato “Gatto Moro”; capo servizi sanità Teodoro Marini “Feo”; capo servizi collegamento Aldo Saugo “Bill”; capo servizi informazioni Antonio Simonato “Rustico”; capo servizi logistici Ferrante Ghirardello.

Il bunker del Comando si trovava in località Rosa, nel comune di Lugo, presso la famiglia di Gnatta Esterina.  Un secondo bunker Comando si trovava alla Cà Vecia, sempre sulle Bregonze, ma in comune di Carrè.

La Brigata è costituita su 4 Battaglioni: Btg. “Francesco Urbani” – Zona Bregonze-Caltrano, Chiuppano, Centrale, Grumolo, Zugliano (com. Giovanni Ravagno “Curzio”; commiss. Bortolo Carollo “Pedro”); Btg. “Martiri di Carrè”, ex “Guglielmo Oberdan” – Zona Carrè-Zanè (com. Fulvio Severini; commiss. Armando Sanbastian); Btg. “Marchioretto” – Zona Breganze – Mason (com. Rino Rossi “Fulmine”; commiss. Domenico Barbiero “Tempo”); Btg. “Campagnolo”- zona Caldogno – Villaverla – Montecchio – Dueville (com. Vinicio Cortese “Nereo”; commiss. Arrigo Martini “Ettore”).

Nel febbraio ‘45 la Brigata “Mameli” conta 50 partigiani mobilitati (Btg. “Urbani”), oltre ad altri 300-400 tra non mobilitati, territoriali e gappisti. Nella primavera ’45, raggiunge un organico di circa 500 unità, tra partigiani, territoriali e patrioti, e conta 18 Caduti.

(CSSMP, b. Mameli-Loris, fasc. Comando Brigata “Mameli”, Ufficio Stralcio: situazione forza mensile e distinta comandanti – ottobre ’43-aprile ’45).

  • Il Btg “Livio Campagnolo”, è un Battaglione “territoriale” della Brigata garibaldina “Mameli”, Divisione d’assalto “A. Garemi”. Si decide di costituirlo nel novembre del ’44, unificando varie squadre SAP e GAP della zona Dueville-Caldogno-Villaverla- Montecchio, ma i primi incontri tra Luigi Cerchio “Gino”, allora vice-comandante del Btg. Guastatori di Vicenza, e i futuri comandanti del Btg. “Livio Campagnolo”, Vinicio Cortese e Arrigo Martini, iniziano già nell’aprile del ‘44, presso l’azienda agricola dei Moro, tra il torrente Igna e la Stazione Ferroviaria di Montecchio-Villaverla. Infatti, il Btg. “Campagnolo” trova il suo nucleo fondante proprio in quella prima squadra organizzata da Gino Cerchio.

Il Comando del Btg. “Livio Campagnolo” nell’aprile 1945 è così costituito: comandante, Vinicio Cortese “Nereo”; commissario, Arrigo Martini “Ettore”; vice-comandante, Gaetano Pianezzola “Sassari”; vice-commissario, Emilio Guido “Bonomo”; forza: 144 tra partigiani e patrioti.

     1° Distaccamento (61 Partigiani): comandante, Pietro Guido “Bonomo”; commissario, Camillo Campagno; capi squadra: Palmiro Gonzato, Gio Batta Baccarin, Albino Squarzon, Ennio Nardello, Marino Guido “Bonomo”; capi nucleo: Alessandro Campagnolo, Gaetano Militti, Gino Sperotto, Domenico Pianezzola, Alessandro Abenite, Masetto Vincenzo.

     2° Distaccamento (70 Partigiani): comandante, Giuseppe Andrighetto “Lopes”; commissario, Giulio Gattene; capi sq: Alfredo Grazian, Attilio Binotto, Alfio Lorenzato; capi nucleo: Francesco Balasso, Antonio Battistello, Arturo Pesavento, Adele Lucchin, Bruno Lana, Giovanni Berlato.

(I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag.62, 98, 122-123, 131, 183, 196; B. Gramola, Storia della “Mazzini”, cit., pag.127; P. Gonzato e Sbabo, C’eravamo anche noi, cit., pag.75, 93; F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag.38; U. De Grandis, Il “Caso Sergio”, cit., pag.300; A. Galeotto, Brigata Pasubiana, cit., pag.706-707; CSSMP, b. Mameli-Loris, Ufficio Stralcio “Mameli”: Distinta Comandanti con relativa forza mese di aprile 1945).

  • CLN (Comitato di liberazione nazionale – 1943-1946).

Organismo interpartitico antifascista clandestino italiano, creato a Roma il 9 settembre ‘43, presieduto da Ivanoe Bonomi e composto dai rappresentanti di tutti i partiti democratici (Dc, Pci, Psiup, Pd’A, Pli e Democrazia del lavoro).

La divisione del paese dopo l’armistizio ha imposto la formazione di un CLN dell’Alta Italia (CLNAI), che da Milano occupata ha diretto nella clandestinità la guerra di Resistenza ed ha, per delega, poteri di governo nei giorni dell’insurrezione nazionale; sono inoltre istituiti numerosi organismi locali e aziendali: CLN Regionale, Provinciale, Comunale o Locale, e Aziendale.

Dopo la liberazione di Roma (giugno 1944), il CLN centrale assunse responsabilità di governo con la presidenza del consiglio affidata allo stesso Bonomi, poi sostituito, subito dopo la Liberazione (25 aprile 1945), dal dirigente della guerra partigiana, Ferruccio Parri.

I rappresentanti del Partito d’Azione sono i più tenaci sostenitori di un ruolo “rivoluzionario” dei CLN, concepiti come organi di potere dal basso piuttosto che come coalizioni interpartitiche: la loro proposta, che si basava sul ruolo effettivamente svolto dai CLN nel corso della guerra al nord, venne nei fatti rifiutata dagli altri partiti. Nel dopoguerra, pertanto, anche prima delle elezioni del 1946, i CLN vennero privati di ogni funzione e quindi sciolti ufficialmente nel 1947.

  • I Partigiani di pianura, i “territoriali”. Una caratteristica importante della lotta partigiana è che è una guerra combattuta per la propria terra, la propria casa, a difesa della famiglia e delle proprie risorse. L’esercito volontario della Resistenza che si forma e si aggrega in montagna, non è scisso dai gruppi clandestini che si organizzano in città, nelle fabbriche e in pianura, anche se i modi di lotta e la natura dei combattenti sono profondamente diversi.

La guerriglia di città, nelle fabbriche, nei paesi e nelle campagne, organizzata nei GAP (Gruppi d’Azione Patriottica), o nelle SAP (Squadre d’Azione Patriottica), attraverso azioni di sabotaggio e attentati a uomini, strade, ferrovie, fabbriche, depositi, arsenali, aeroporti, cerca di minare la stabilità militare, politica e psicologica dei nazi-fascisti. I partigiani di città e di pianura cercano quindi di sopportare quei mesi d’occupazione e di “guerra di Liberazione” nascosti e attenti, consapevoli di dover gestire una guerra sotterranea che non potrà mai diventare frontale, se non alla fine. È chiaro che un esercito per bande è inconciliabile con uno spazio come la città, la fabbrica o l’aperta pianura; un territorio dove agiscono ingenti forze nemiche, repubblichini locali, spie e delatori di ogni genere:

“Il territorio metropolitano, e ancor più le pianure, intersecato da reticoli di strade, prive di vegetazione, nel gelo invernale offrono rifugi scadenti e facilmente identificabili” (Santo Peli).

Nel Dizionario della Resistenza, a proposito dei “Territoriali” leggiamo:

“Anche dal punto di vista umano la condizione del combattente di pianura era psicologicamente più impegnativa e difficile di quella del Partigiano di montagna che viveva in una collettività di uomini fra i quali poteva trasmettersi l’entusiasmo, che potevano sostenersi a vicenda e godersi momenti di riposo, non erano quotidianamente sottoposti a stressante pressione dei fascisti e tedeschi né dovevano ogni momento temere che le spie o il caso fortuito ne mettessero a repentaglio i rifugi, la loro vita e quella di chi li ospitava”.

Questi partigiani sono in gran parte renitenti alla chiamata alle armi della RSI (Repubblica Sociale Italiana), ma vivono in semi-clandestinità vicino alle loro case e alle loro famiglie, lavorano spesso nelle fabbriche militarizzate (come la Lanerossi, la Laverda o la Sareb) o per la Todt, cosa che permette loro di guadagnare qualcosa e di ottenere un lasciapassare che aiuta nel muoversi più tranquillamente, per raccogliere informazioni e talvolta recuperare prezioso materiale. Il loro contributo alla Lotta di Liberazione è stato essenziale anche per i reparti partigiani di montagna: nella raccolta e requisizione di armi, vestiario, soldi e medicinali; come supporto logistico e combattente nelle azioni di sabotaggio più impegnative o per dare assistenza e rifugio sicuro durante gli spostamenti, i rastrellamenti e i duri inverni.

Alla Liberazione, molti cittadini hanno pensato che questi partigiani di pianura, che si facevano vedere come tali solo ora, quando prima vivevano normalmente in mezzo a loro, fossero tutti “partigiani dell’ultima ora”. Certamente alcuni sono saliti all’ultimo momento sul carro dei vincitori, e alcuni, non abituati alla disciplina dei reparti di montagna, possono aver commesso anche degli errori, ma troppi cittadini comuni hanno creduto, o hanno voluto credere, alle fantasie e alle maldicenze diffuse ad arte da chi aveva qualcosa da nascondere o da giustificare, come i fascisti locali, i veri “imboscati”, le spie e i collaborazionisti, quelli che per 10 kg di sale hanno venduto un partigiano, quelli che si sono arricchiti con il “mercato nero”, quelli che hanno “prelevato” nei magazzini tedeschi, …e poi dato la colpa ai partigiani.

Nel lavoro di ricostruzione storica della “Guerra di Liberazione” nella nostra zona, tutte, e sottolineiamo tutte, quelle vicende che in qualche modo hanno tentato di gettare un’ombra, un’onta sui partigiani, dopo un’attenta ricerca, non solo sono risultate false, ma anzi hanno dimostrato ancor di più la grandezza morale e civica delle donne e degli uomini della Resistenza.

(S. Peli, La Resistenza in Italia, cit., pag.118; AAVV, Dizionario della Resistenza, cit.; P. Gonzato, Partigiani di pianura “I Territoriali”, cit., pag. 6).

  • La lapide come dovrebbe correttamente essere.

In memoria delle vittime dei giorni della Liberazione

di Dueville  27 – 28 – 29 Aprile 1945

Giuseppe Bertinazzi, partigiano;

Ferdinando Bozzo, civile;

Giuseppe Brambilla, partigiano;

Nicola Dal Santo, partigiano;

Giovanni Dari, partigiano;

Isaia Frazzini, partigiano;

Ettore Giacomin, civile;

Guido Giacomin, partigiano;

Francesco Giaretton, partigiano;

Guido Marillo, partigiano;

Dimitri Micailov, partigiano;

Gaetano Militti, partigiano;

Giovanni Palsano, civile;

Giuseppe Pasciutti, partigiano;

Folco Portinari, civile;

Francesco Rizzato, partigiano;

Bortolo Rossato, civile;

Pasquale Ruffo, partigiano;

Alberto Visonà, partigiano;

Alcuni dubbi e spunti di riflessione.

Da dove proveniva “Riccardo” prima di arrivare a Dueville il mattino del 27?

In una dichiarazione raccolta da Gramola a proposito del tipo di mezzo utilizzato dai Comandanti nel loro ultimo viaggio, Gianni Pesavento, il figlio di Teresa Zolin della “Casetta rossa” di Novoledo, ricorda che “era un furgoncino…e vi salirono in parecchi”.

Questo ricordo infantile, ritenuto oltretutto “contraddittorio”, perché anomalo rispetto alle altre dichiarazioni che parlano di un’automobile, potrebbe invece risultare esatto: certamente non riferito all’auto usata dai Comandanti per raggiungere Longa di Schiavon, ma a un altro mezzo utilizzato dai partigiani quel giorno. Infatti, “Riccardo” e i suoi uomini arrivano al mattino a Dueville con un camioncino.

Si potrebbe quindi ipotizzare che al mattino del 27, “Riccardo”, prima di arrivare a Dueville, sia passato per la “Casetta rossa” di Novoledo, dove c’era anche Chilesotti “Loris”, e dove avrebbe incontrato anche il dott. Michele Dal Cengio.

Nel contempo, un altro elemento è però da considerare: a circa 600 m dalla curva “Dal Molin”, prima del passaggio ferroviario che porta a Dueville, c’è Contrà Morari e l’Osteria “alla Renga”, allora gestita dalla famiglia Capellari. Questa località è una delle basi logistiche del Btg. “Livio Campagnolo” della “Mameli”, e vi abitano anche le famiglie dei fratelli Andrighetto, detti “Lopez”, e di Giuseppe Coltro, detto “Nane pelandra”, e qui “Riccardo” potrebbe aver incontrato il dott. Dal Cengio con la richiesta d’aiuto del CLN.

L’attacco a Dueville del pomeriggio del 27, chi lo ha ordinato al Btg. “Livio Campagnolo”?

A ordinare di attaccare Novoledo e Dueville sappiamo che è stato il comandante della Divisione “Monte Ortigara”.

Però, considerato che Vinicio Cortese “Nereo”, comandante del Btg. “Campagnolo” della “Mameli”, per poter riunire tutte le sue squadre nel primo pomeriggio (Dueville, Levà, Villaverla, Novoledo e Caldogno), deve aver ricevuto l’ordine almeno al mattino, quegli attacchi a Novoledo e Dueville stati concordati da Chilesotti e Vedovello, o da Chilesotti e Cortese?

Nella lettera che Chilesotti avrebbe inviato a Vedovello, interessante risulta anche la frase: “ti invito ad un appuntamento che puoi stabilire consigliandoti con Nereo, incaricato di farti pervenire la seguente”. Infatti, “Nereo” è Vinicio Cortese, cioè il comandante del Battaglione “Campagnolo” della “Mameli”, che dal tono della lettera sembra in confidenza con Chilesotti, o meglio con “Albio”, il probabile vero autore della lettera stessa.

Ma visto che Roberto Vedovello “Riccardo”, comandante della “Mameli”, afferma di non aver mai dato l’ordine di attaccare Dueville, anzi, che se questo è avvenuto è stata un’iniziativa autonoma del Btg. “Campagnolo”, l’ordine di attaccare Dueville è stato dato a “Nereo” da Chilesotti? In altri termini, il Comando del Btg. “Livio Campagnolo” ha agito autonomamente dal Comando della Brigata “Mameli” sul piano tattico, pur senza rompere con esso, e si è relazionato direttamente con Chilesotti senza intermediari?

Alcuni uomini del Btg. garibaldino “Livio Campagnolo”, sono legati oltre che alla Brigata “Loris”, anche a dirigenti della Resistenza provinciale moderata. Infatti, il partigiano garibaldino Giovanni Battista Bassan, prima di entrare in clandestinità nell’ultimo periodo di guerra con il Btg. “Campagnolo”, è stato uomo di fiducia del CLNP di Vicenza, tanto da essere infiltrato nella polizia ausiliaria repubblichina come sottufficiale di collegamento con il BdS-SD/ “Banda Carità. Inoltre, dopo la Liberazione lo ritroviamo in servizio presso l’Ufficio Politico della Questura, e infine, risulta iscritto nei ruoli partigiani sia della Brigata “Mameli” che della Brigata “Loris”. Anche i partigiani del Btg. “Campagnolo”, Antonio Moro “Secco” e Alessandro Campagnolo, risultano nei ruoli sia della “Mameli”, che della “Loris”.

Ma soprattutto, perché dopo la Liberazione Roberto Vedovello “Riccardo”, ha destituito dal comando del Btg. “Livio Campagnolo”, sia Vinicio Cortese “Nereo” che Arrigo Martini “Ettore”?

Una famiglia in fuga (1944-1945)

Copertina una famiglia in fuga

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di Francesco Gramola – 2017

Canove di Roana, 6 febbraio 2018

Agli eredi dei

Partigiani della “7 Comuni”

E QUANDO ANCHE L’ULTIMO DI NOI NON CI SARA’ PIÙ, SE RACCONTERANNO ALTRE STORIE, SE TENTERANNO DI MANIPOLARE I FATTI… BEH! RESISTETE PER NOI. NESSUN PASSO INDIETRO! TOCCHERÀ A VOI! 

(Francesco Urbani “Pat”)

    Il libro “Una famiglia in fuga” avrebbe dovuto essere, a detta dell’autore nella sua presentazione, una raccolta di “ricordi” personali che, interessando particolarmente il periodo fascista, auspicava sarebbero diventati un suo “esame di coscienza”.

Quante volte, quando eravamo bambini, ci siamo sentiti dire dai genitori o dai nonni che era buona cosa farsi un esame di coscienza? Probabilmente era convinta anche l’intenzione di Francesco, ma non ha avuto successo, perché già dall’inizio ha affrontato l’argomento del fascismo con poco “pentimento” e molta “giustificazione”: “La colpa più grossa del fascismo non è stata, […], quella di aver instaurata la dittatura e di aver soppresso la libertà e la democrazia […], ma quella di aver voluto la guerra”.

Come ha  sottolineato anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella Giornata della Memoria 2018, sostenere che “il fascismo ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi raziali e l’entrata in guerra, è un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione”, perché “razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza” del regime.

E questa non è l’unica sbandata che Francesco Gramola compie nel suo libro trattando di fascismo.

    Nella prima parte del libro, il nostro autore ci racconta della vita del padre Valentino Gramola, partendo da “L’infanzia povera del padre”, “Il padre, mutilato della Grande Guerra, affascinato da Michele Bianchi”, sino a “Valentino Segretario Comunale”, dal suo primo incarico a Salcedo nell’aprile del ’27, al matrimonio, e alla sua nomina a Roana sull’Altopiano dei 7 Comuni nell’agosto ’34.

Prosegue poi con altri due capitoli: “Confidenze tra padre e figlio” e “Belli e indimenticabili gli anni passati a Canove (1934-1944)”. Ma c’è poco da segnalare in questa prima parte, se non qualche passaggio sul fascismo in salsa Gramola: “Il fascismo, che egli seguiva, esaltava soprattutto il concetto di Patria, in nome della quale qualcosa di bene aveva pur fatto: di qui l’adesione corale della gente per un ventennio. Valentino non apprezzava Mussolini, un voltagabbana […]. Ma apprezzava un certo fascismo, quello sociale…”; come se fascismo e Benito Mussolini fossero distinti e separati.

    A partire dal sesto capitolo, “Cinque colpi di pistola e una bomba”, il racconto sembra farsi un po’ più interessante, oscuro, tenebroso, anche se parallelamente si fa più forte il vittimismo in odor di farlocco: misteriose persone che sparano e mancano il bersaglio, bombe sepolte nell’orto, e stradini comunali usati come artificieri…

    Con il settimo capitolo, La notte dell’attentato (21-22 giugno 1944)”, si arriva all’elemento centrale del racconto, cioè l’attentato subito dal padre da parte dei partigiani dell’Altopiano, che però falliscono l’obiettivo. L’azione, convince i Gramola a fuggire da Canove.

Altra novità del capitolo, sino a questo punto ancora poco evidente, è la comparsa di un co-autore. Infatti, chi conosce il prof. Benito Gramola, fratello di Francesco, riconosce in lui la penna che tenta di “storicizzare” la narrazione…, e non è quindi un caso se a presentare ufficialmente e provocatoriamente il libro a Canove di Roana, sia stato proprio Benito Gramola.

Da questo momento il memoriale, che sino a questo punto si è sviluppato in modo lineare, sia pur un po’ “confuso” e “pasticciato” nel ricostruire vicende e persone, e costellato di svarioni e spropositi, si arricchisce di tentativi di “storicizzare” la resistenza dei partigiani dell’Altopiano, alternati, in modo salomonico, a giudizi accusatori verso i camerati intrallazzatori del fascio di Roana, a mo’ di: “muoia Sansone e tutti i filistei”.

 

Il contesto storico dove è maturato l’attentato a Valentino Gramola, cioè il tentativo di cattura da parte partigiana del padre, non corrisponde a quanto viene ipotizzato dai Gramola.

L’ipotesi che viene formulata, per cui le motivazioni dell’attentato a Valentino Gramola sono da ricercare nella sua partecipazione diretta e indiretta al servizio di ronda organizzato dai fascisti locali contro i “furti”, attribuiti meschinamente e insistentemente ai partigiani, non merita nemmeno risposta. Come ridicola e strampalata è la teoria formulata più avanti, “che l’attentato del giugno del 1944 fosse stato si opera dei patrioti, ma sollecitato dai locali e motivato con l’accusa di fascismo, in realtà per problemi legati al commercio del legname”. In altre parole che gli esecutori sarebbero stati i partigiani e i mandanti i fascisti trafficoni di Roana. (sic!)

Anche l’affermazione che l’attentato è una estemporanea risposta dei partigiani dell’Altopiano, guidati da “istruiti foresti”, come ci ha proposto Benito Gramola alla presentazione del libro è facilmente confutabile. Infatti:

  • la tesi che l’azione partigiana di Canove sia stata ideata e diretta dai due “piccoli maestri”, non regge perché Caneva e Ghiotto erano appena usciti dai tragici rastrellamenti nel nord dell’Altopiano che avevano scompaginato la loro formazione, ma soprattutto perché non avevano alcun ruolo di comando nel Btg. “7 Comuni”: figure come quelle di Giovanni Carli “Ottaviano”, Alfredo Rodeghiero “Giulio” e degli altri comandanti partigiani dell’Altopiano, non avevano certo bisogno di delegare ad altri i loro compiti di comando;
  • l’azione partigiana contro quelli che erano considerati i responsabili delle delazioni a Canove di Roana – cioè il segretario comunale Valentino Gramola, il co-reggente del fascio e impiegato comunale dell’ufficio anagrafe Angelo Magnabosco Casato, il farmacista Giovanni Frigo Milo e l’ex commissario prefettizio Fortunato Frigo Milo, è viceversa la precisa risposta del Movimento Resistenziale dell’Altopiano alle azioni anti-partigiane portate avanti dai nazi-fascista nel giugno ‘44, in particolare con l’Operazione “263”.

 

L’Operazione “263” (dal numero del nuovo reparto anti-partigiano giunto appositamente dal Piemonte, l’Ost-Bataillon 263, cioè il 263° Battaglione dell’Est), sono una serie di azioni coordinate direttamente dai tedeschi, che hanno come obiettivo la “messa in sicurezza” del territorio Vicentino sempre più in mani partigiane. È un’operazione che si protrae, a fasi alterne, per tutto il mese e con lo spiegamento di oltre 3.000 uomini: quasi in contemporanea sono attaccate con una serie di rastrellamenti, più o meno ampi, tutte le valli e le zone montane, probabilmente con la sola eccezione del Grappa. Malgrado gli oltre 60 caduti tra civili e partigiani, l’organizzazione militare nazi-fascista si dimostra alla lunga inefficace nel fronteggiare la guerriglia partigiana. Alle azioni nazi-fasciste, corrispondono reazioni partigiane, ed esplicativo a tal proposito è un rapporto dell’Armeegruppe von Zangen, a cui è affidato il controllo del confinante Alpenvorland, datato 29 giugno ‘44, che si conclude con un commento disarmante:

Non si tratta più di gruppi isolati, bensì di un vero e proprio movimento insurrezionale, organizzato e condotto militarmente dal nemico, secondo i criteri della guerriglia alle spalle del fronte. […] La guerriglia si è accresciuta particolarmente intorno al Pasubio, per impedire la costruzione delle opere di fortificazione della “barriera prealpina”. […] L’estensione dei focolai di resistenza rivela la chiara volontà di interrompere le vie di rifornimento dal Reich. Le contromisure prese sono attualmente insufficienti, ma anche se fossero draconiane non si riuscirebbe a pacificare il territorio”.

Nello specifico, l’Operazione “263” sull’Altopiano dei 7 Comuni e nella Pedemontana, sinteticamente la si può così riassumere:

  • Con il primo rastrellamento nazi-fascista del 5 giugno ‘44 contro il Btg. “7 Comuni”, la gran parte dei reparti partigiani riesce a sganciarsi, ma è la Compagnia dei “Piccoli maestri” di Toni Giuriolo a doversi scontrare direttamente con i rastrellatori.
  • L’8 giugno ‘44 inizia un secondo, massiccio rastrellamento: i reparti della “7 Comuni” guidati da Alfredo Rodeghiero “Giulio”, Giovanni Mosele “Ivan”, Giovanni Vescovi “Athos” e Pietro Costa “Rolando” riescono ancora una volta a sganciarsi dopo breve resistenza.
  • Dal 10 al 20 giugno, in tutto il nord dell’Altopiano, da Passo Vezzena a Enego, i nazi-fascisti proseguono con una vasta operazione che ha come obiettivo la distruzione di tutti i possibili ricoveri, soprattutto malghe e baite forestali, utilizzabili dai partigiani.
  • Il 12 giugno, è rastrellata dai tedeschi Enego, il 13 Treschè Conca e Conca Bassa, e il 14 e 15 il territorio montano di Caltrano con il saccheggio, tra l’altro, di Malga Cima Fonte e Malga Cariola. Il 20 giugno nuovo rastrellamento in zona Malga Fondi di Caltrano. Il 21, in zona Rotzo, rastrellamento del Btg. “NP-Folgore” della X^ Mas. Il 22 e il 27 le forze repubblichine compiono rastrellamenti nella zona del Kaberlaba di Asiago e Boscon di Cesuna. Il 24 giugno un rastrellamento della GNR colpisce Camporovere di Roana. Il 26 giugno a Fara Vicentino, altro rastrellamento della Polizia Ausiliaria repubblichina.

Le forze partigiane dell’Altopiano dei 7 Comuni e nella Pedemontana non stanno sulla difensiva, ma rispondono agli attacchi nazi-fascisti dimostrando tutta la loro vitalità:

  • Dopo che a Canove di Roana i Carabinieri Reali hanno disertato e aderito alla Resistenza, il 9 giugno ‘44 una squadra del Btg. “7 Comuni” devasta e incendia un’ala del Municipio di Canove di Roana: sono distrutti i registri della leva militare e gli elenchi dei contribuenti all’ammasso obbligatorio.
  • Il 15 giugno, il Distaccamento garibaldino “Pretto” di Treschè Conca, dopo aver disarmato la GNR di Gallio e Foza, attacca anche la GNR a S. Giacomo di Lusiana; il 17 giugno, il Btg. “7 Comuni” attacca la casermetta della Squadra d’Azione del PFR di Lusiana a S. Caterina (“Forte Makallè”); il 19 giugno, a Salcedo la neo-Brigata “Mazzini” irrompe in Municipio, dove vengono distrutti i registri della leva militare e gli elenchi dei contribuenti all’ammasso obbligatorio.
  • La notte del 21-22 giugno, i partigiani del Btg. “7 Comuni” occupano il centro di Canove, sede del Municipio di Roana, arrestano e sequestrano due repubblichini, ma due dei ricercati riescono a sfuggire alla cattura.
  • La notte tra il 24 e il 25 giugno, a Salcedo i partigiani della neo-Brigata “Mazzini” assaltano l’abitazione di Giovanni Battista Cantele, reggente del fascio repubblichino di Salcedo e comandante della locale Squadra d’Azione; il 27 giugno i partigiani del Distaccamento garibaldino “Pretto” di Treschè Conca catturano e successivamente giustiziano tre spie nazi-fasciste: Stanislao Attilio Panozzo Lao, stradino comunale e ritenuto la spia che ha guidato i nazi-fascisti anche a Contrà Sculazzon il 13 maggio 1944; il 28 giugno i partigiani del Btg. “7 Comuni”, liberano il farmacista Giovanni Frigo Milo, viceversa trattengono e il 19 agosto giustiziano Angelo Magnabosco Casato; sempre il 28, a Foza, una squadra del Btg. “7 Comuni” disarma sette militi repubblichini.

 

Gli “esecutori” dell’occupazione di Canove del 21-22 giugno 1944 sono circa trenta partigiani del Btg. “7 Comuni”. Al comando di Alfredo Rodeghiero “Giulio” e  Federico Covolo “Broca”, troviamo il cappellano don Angelo Dal Zotto “Federico”, Dino Corrà “Attila”, Giovanni Mosele “Ivan”, Mario Rossi “Bill”, Francesco Urbani “Pat”, Dante Caneva “Dante” e Renzo Ghiotto “Tempesta”, Antonio Urbani “Gatto”, Luisa Urbani “Juna”, Walter De Stavola “Walter”, Gianpaolo Cicogna “Gianpa”, Ilario Omizzolo “Foza”, Marco Rodeghiero e un’altra ventina di partigiani.

L’ordine ricevuto è quello di procedere, divisi in squadre, all’arresto di quattro presunti delatori: il co-reggente del fascio e impiegato comunale dell’ufficio anagrafe Angelo Magnabosco Casato, il farmacista Giovanni Frigo Milo, l’ex commissario prefettizio Fortunato Frigo Milo e il segretario comunale Valentino Gramola. Per quest’ultimo l’ordine di cattura e drastico, “vivo o morto”, e ciò a testimonianza della gravità delle accuse che gli vengono mosse.

A comandare la squadra incaricata dell’arresto di Valentino Gramola, c’è lo studente universitario in medicina Francesco Urbani “Pat”, che fallito il tentativo di cattura, tenta di eliminarlo, ma anche questo suo secondo obiettivo non riesce.

Sul silenzio che poi la “brava gente” dell’Altopiano, soprattutto di Canove, ha saputo mantenere sui nomi dei “mandanti” ed “esecutori”, il motivo è palese: la necessità di proteggere i propri figli, come prima dai nazi-fascisti, poi dalla “caccia al partigiano” scatenata nel dopoguerra. Una “caccia” che ha costretto molti partigiani all’emigrazione perché non trovavano lavoro o perché a rischio galera, spesso su denuncia di quegli stessi nazi-fascisti, talvolta veri e propri “criminali di guerra”, che istituzioni compiacenti avevano amnistiato e rimesso in libertà.

Anche comandanti partigiani come Alfredo Rodeghiero “Giulio” (vice comandante della Divisione “M. Ortigara” e comandante del Gruppo Brigate “7 Comuni”), Giulio Vescovi “Leo” (vice comandante del Gruppo Brigate “7 Comuni” e comandante della Brigata “Fiamme Verdi”), Giovanni Mosele “Ivan” (comandante della Brigata “Fiamme Rosse”), Federico Covolo “Broca” (vice comandante della Brigata “Fiamme Rosse”), Dino Corà “Attila” e Mario Rossi “Folco” (comandanti di battaglione), subirono quell’affronto. Dell’intero Comando della “7 Comuni”, solo Francesco Urbani “Pat” (vice comandante della Brigata “Fiamme Verdi”), e grazie ai suoi compagni, riuscì a sfuggire all’arresto.

 

I “mandanti” dell’azione di Canove, e dell’attentato a Valentino Gramola, sono noti in Altopiano, e non meritano certo le allusioni dorotee di Benito Gramola; perché sono i componenti del CLN di Asiago e del Comando del Btg. “7 Comuni”: gli unici con la levatura morale e politica necessaria per prendere in quel momento simili decisioni; provvedimenti certo gravi e pesanti, ma necessari in quei frangenti.

La conferma che il “CLN aveva decretato la morte per il Segretario Comunale”, e che anche i partigiani  della Brigata “Mazzini” erano sulle tracce di Valentino Gramola, tanto che la sua famiglia è costretta ad allontanarsi pure da Villa di Molvena dove era inizialmente riparata, viene data dagli stessi Gramola nel libro.

Anche la notizia, che nell’ottobre ‘44 pure i partigiani di Montorso Vicentino si erano interessati a Valentino Gramola, lì residente sotto il falso nome di Munari Valentino, tanto da costringendolo nuovamente a fuggire per rifugiarsi a Calvatone (Cremona) sotto il falso nome di Oro Valentino, è la conferma che l’ordine di cattura del CLN di Asiago era stato fatto proprio da tutta la Resistenza Vicentina.

Infine, c’è un altro episodio interessante raccontatoci dai Gramola; anche se probabilmente gonfiato, se non proprio farlocco, Valentino Gramola sarebbe stato individuato anche nel Cremonese e “i partigiani di Canove e alcuni di Centrale… pensavano di organizzare una spedizione per riportare papà, che era «sfuggito» clamorosamente dalle loro mani a Canove nel giugno 1944, in zona”.

 

    Sulla parte finale del libro volutamente sorvolo, in particolare sul capitolo 15 – “L’accusa di concussione” che riguarda dubbie vendite di legname comunale, poiché è una vicenda tra amministratori fascisti poi insabbiata già durante la RSI.

Mi soffermo invece al capitolo 16 – “L’accusa di delazione”, perché nel “ricorso” al Consiglio di Stato presentato il 2.4.47 contro il procedimento di “epurazione” da segretario comunale e da dipendente del Ministero degli Interni, Valentino Gramola dichiara tra l’altro:

  • “Io, Gramola, non ho mai aderito al p.f.r [partito fascista repubblicano]: non ho mai avanzato domanda, prestato giuramento, ritirato la tessera e pagato le quote”.
  • “Mai denunciai renitenti di leva o patrioti o partigiani, pur pressato …”

Il 12.12.49 il ricorso di Valentino Gramola ha risposta positiva, pertanto continuerà a svolgere il ruolo di segretario comunale sino alla pensione. Il 22.10.65 ottiene anche l’onorificenza di Cavaliere dell’ordine “Al merito della Repubblica Italiana”. (sic!)

 

Oggettivamente però, Valentino Gramola era iscritto al PFR, aveva prestato giuramento di fedeltà alla RSI, era un componente della Squadra d’Azione del PFR  di Roana, e poteva contare su forti “amicizie” tra importanti esponenti nazi-fascisti.

Alcune considerazioni:

 

  1. Presi forse dall’accusare non certo velatamente e più volte i partigiani di esse dei ladri, e il padre Valentino di essere un probo difensore della propria comunità, sono gli stessi fratelli Gramola a scrivere: “Bisogna sapere che papà, col Sig. Magnabosco e altri camerati, per difendere il paese dai furti aveva istituito una ronda notturna armata” e che “da molti mesi papà faceva servizio di “ronda”.

Da ciò sorge spontanea una domanda: assodato che la “ronda notturna armata” istituita a Roana non poteva che essere composta dai fascisti repubblichini locali della Squadra d’Azione del PFR di Roana, cosa ci faceva tra loro Valentino Gramola se non era iscritto al PFR e non era un componente la locale Squadra d’Azione?

Sempre i Gramola ci informano che il padre, “Per recarsi in ufficio, il mattino seguente l’attentato, quale Segretario Comunale di Roana, volle indossare la divisa completa fascista, …”.

“Durante la pausa di mezzogiorno, […] si recò […] nella sede del Fascio […] e si sedette a meditare sotto il «Credo fascista», costituito da tre parole scritte con caratteri cubitali: Dio-Patria-Famiglia, […] e prese le sue decisioni”.

Ma non è la divisa e la sede del partito a cui Valentino Gramola afferma di non essere iscritto?

Riguardo al giuramento di fedeltà alla RSI, tutto il personale civile delle pubbliche amministrazioni, in primis i funzionari, avevano l’obbligo di prestarlo “sotto pena di decadenza” dall’incarico. Perché non dirlo?

 

  1. Ci sono poi le “amicizie” nazi-fasciste sulle quali i Gramola hanno potuto contare:
  • A Canove di Roana, all’alba del giorno dopo l’attentato (22 giugno 1944) a vegliare sulla incolumità della famiglia Gramola ci sono le “Camice Nere” dei “fratelli Caneva di Asiago”.

E’ bene chiarire che la “Banda Caneva” non è un reparto repubblichino, ma il “Presidio germanico di Asiago” da subito sotto diretto comando tedesco, prima inquadrato nelle Forze Armate tedesche dipendenti dalla Platzkommandatur 1009 di Vicenza, dopo direttamente nell BdS-SD, l’intelligence nazista di Alfredo Perillo e Mario Carità.

Il “Presidio germanico di Asiago” – “Banda Caneva”, è un reparto “anti-bande”, cioè utilizzato dai tedeschi nei rastrellamenti e nell’attività di spionaggio. L’8 agosto ’44, dopo un duro scontro con i partigiani in Val d’Assa e il ferimento di Carlo Bruno Caneva, il Presidio di Asiago passa sotto il comando del fratello Adelmo, che risulterà poi in sempre più stretti rapporti con i servizi segreti germanici del BdS-SD. Prima del rastrellamento di Granezza un gruppo di collaborazionisti della “Banda Caneva”, diserta e passa con i partigiani, ma tra loro anche due spie che tentano di infiltrarsi: Marcialis e Forte. Durante il rastrellamento, Adelmo e  “Tonin” Caneva fanno da guida ai reparti nazi-fascisti.

Dopo Granezza la situazione si fa pesante per i fratelli Carlo Bruno e Adelmo Caneva, che sono costretti ad abbandonare, almeno stabilmente l’Altopiano: si trasferiscono a Vicenza e a Longa di Schiavon, alle dirette dipendenze dell’UdS-SD. La loro attività anti-partigiana prosegue: in febbraio-marzo del ’45 Adelmo Caneva e Victor Piazza sono coinvolti nell’assassinio di “Freccia”, il comandante della Missione militare Alleata; il 14.3.45 troviamo Adelmo e “Tonin” Caneva guidare un rastrellamento in zona Rotzo-Val d’Assa contro la Brigata “Pino” e la sorellastra dei Caneva, “Ninì” Dall’Osto, nel rastrellamento di Lugo e Lusiana del 3 aprile.  infine, troviamo ancora tracce di Bruno, Adelmo, “Tonin” Caneva e Victor Piazza in Val d’Astico, prima e durante l’Eccidio di Pedescala.

 

  • Un mese dopo la fuga da Canove di Roana, per trasportare i propri beni a Villa di Molvena i Gramola chiedono nuovamente aiuto alla “Banda Caneva”, e grazie a loro ottengono un camion con manovalanza e scorta armata dal “tenente Comparini di Marostica”, lo stesso che poi “proteggerà” la famiglia Gramola sino alla fine della guerra.

Antonio Comparini; reggente del fascio repubblichino e comandante la Squadra d’Azione del PFR di Marostica, poi 7^ Compagnia BN. Partecipa al rastrellamento del Grappa come responsabile del 5° Settore (Cavaso del Tomba –Virago – Pederobba – Fiume Piave). È tra l’altro responsabile: del rastrellamento di Maragnole e della strage di Mason; partecipa con il figlio Carlo all’assassinio di Beniamino Scomazzon il 28.9.44 a Marostica; in un documento del Comitato Militare Provinciale del CLNP è tra i nominativi dei responsabili delle impiccagioni di Bassano del Grappa. Arrestato dopo la Liberazione, riesce a evadere da S. Biagio il 12.10.45 con la complicità di Raimondo Manni, direttore dell’istituto di pena. Da quel momento resta sempre latitante (a Livorno), anche durante il processo alla CAS di Treviso che lo vedeva principale imputato, accusato di aver partecipato quale commissario del PFR di Marostica e come comandante della BN di Marostica a operazioni militari eseguite dai tedeschi; aver preso parte al rastrellamento del Grappa in zone pedemontane e, col mezzo dei suoi sottoposti, all’arresto di cittadini e di partigiani …”. Il 24.1.47 la CAS di Treviso lo condanna a 21 anni di reclusione. La Corte Suprema di Cassazione, 2^ Sezione Penale di Roma, il 28.4.48 dichiara inammissibile il ricorso, ma in seguito, con sentenza del 19.6.50, “annulla senza rinvio per non aver commesso il fatto…”  la sentenza della CAS di Treviso, “ed ordina la revoca dell’ordine di cattura” del latitante. Latitante con la famiglia in Comune di Livorno già dall’aprile ’45, vi risiede ufficialmente dal 26.11.52, da dove continua a dedicarsi ad attività cospirativa neo-fascista.

 

  • I Gramola, oltre a raccontare di fantasiose conoscenze resistenziali, persino con Primo Visentin “Masaccio” e don Primo Mazzolari (sic!), non si sanno trattenere dal farci sapere che hanno ricevuto amichevoli aiuti anche dal “tenente Perillo”.

Alfredo Perillo. Dopo l’8 settembre, aderisce alla RSI come ufficiale della GNR Contraerea, ed esperto della lingua tedesca, diventa ufficiale di collegamento tra il VII Gruppo Legioni della GNR Contraerea e il reparto della Flak Italien del maggiore Karl Fraiss, con il quale si trasferisce a Sassuolo (Mo), diventando suo Aiutante Maggiore. Il 10 giugno ’44 giunge a Bassano con la Flak Italien. A Bassano, è l’ufficiale nazista “Ic” (I = lettera romana che sta per n.1, c = terza lettera dell’alfabeto e significa che sta al 3° posto della gerarchia tedesca).

L’Ufficio “Ic”, corrisponde all’ Ufficio di Difesa, cioè al responsabile dell’intelligence e responsabile per la sicurezza della zona: aveva grande importanza e doveva continuamente raccogliere e analizzare i dati sulle unità partigiane e fornire una base adeguata per l’attività della Sezione operativa “Ia”.

Secondo la Corte d’Assise Straordinaria di Vicenza Perillo, “è il capo dell’ufficio politico del comando tedesco di Bassano, collabora con i tedeschi, non nella mera qualità di interprete, ma di capo vero e proprio che fa e disfà, con piena libertà di iniziativa; si avvale di una serie di intrighi e di informatori, interroga i catturati, dispone delle persone degli stessi; dirige e raccoglie tutti gli elementi utili per l’annientamento delle forze partigiane del Grappa. È presente e operante durante il rastrellamento. … È il Perillo che fa incendiare e interviene personalmente all’incendio di Carpanè e di Conco”.

Processato dalla Corte d’Assise di Vicenza, il 20 luglio 1946 è condannato all’ergastolo per collaborazionismo grave e concorso in omicidio. Il 30 giugno ’47, la Corte suprema di Cassazione annulla la sentenza e rinvia il procedimento alla CAS di Brescia. Su istanza degli imputati, il processo viene trasferito da Brescia a Firenze per ragioni di ordine pubblico.

A Firenze, superata la fase delle CAS, gli imputati vengono giudicati da una Corte d’Assise Ordinaria. Perillo, detenuto presso l’Ospedale Militare di Verona, è imputato con Passuello.

Il 17 giugno ’48 la Corte d’Assise di Firenze dichiara Perillo colpevole della collaborazione a lui ascritta e di triplice omicidio; lo condanna a 30 anni, ma contemporaneamente dichiara condonati i 2/3 della pena (-20 anni) per gli indulti del 22.6.46 e 9.2.48 e lo assolve per insufficienza di prove da tutti gli altri reati ascritti. Perillo, il 29 luglio ’48 ricorre contro la sentenza di Firenze. Il 7 febbraio 1949, la Corte Suprema di Cassazione si pronuncia concedendo l’amnistia a Perillo: ha scontato meno di 4 anni di carcere.

 

  • Viste le “amicizie” nazi-fasciste su cui i Gramola hanno potuto contare, come non condividere quanto ha scritto il loro vicino di casa e partigiano, Antonio Urbani “Gatto”, nel suo libro di memorie “Anni ribelli”:

“ci si doveva guardare…; il loro atteggiamento, il distacco, il ritiro tra le mura domestiche, il loro tipo di lavoro e gli ambienti che frequentavano non erano rassicuranti”.

Nel dopoguerra, alla richiesta di Valentino Gramola di riallacciare i rapporti con i fratelli Battista, Celeste e Pietro emigrati in America del Nord, riceve solo la dura risposta della sorella Celeste che, “risentita e sdegnata”, comunica che non intende ristabilire nessun legame con quel “branco di fascisti”.

 

  1. E’ lo stesso Benito Gramola ad ammettere che: “la magistratura, di matrice fascista, transiterà in toto o quasi nella nuova repubblica, come tanti altri istituti del vecchio regime, per cui una vera epurazione era e fu quasi impossibile”. Da ciò si dedurrebbe che anche il “Consiglio di Stato” che ha accolto  il “ricorso” di Valentino Gramola contro la decisione del Ministero degli Interni di iniziare il procedimento di “epurazione”, sia un “istituto del vecchio regime”, e quindi non “al di sopra delle parti”.

 

  • Valentino Gramola, per sua stessa ammissione, è quantomeno un “informato sui fatti”, perché nel tentativo di screditare il “camerata” Magnabosco, nel libro è riportata una relazione del 23.3.44 in cui lui scrive: “…il Podestà del Comune, Sig. Pietro Spiller, alla presenza dello scrivente e dell’impiegato comunale e correggente del Fascio di Roana, Sig. Pigato Ferdinando, ha dichiarato che, in Cesuna i Sig. Valente Pietro Ceci, Pannilunghi Valerio, od il figlio suo, Valente Cristiano e Valente Paolo, od un figlio suo, ascoltavano le trasmissioni di radio Londra… [Spiller] ha aggiunto che occorreva provvedere nei loro riguardi. In seguito a ciò il Signor Magnabosco Angelo, del triunvirato di Reggenza del Fascio di Roana, si è sentito in dovere di trasmettere le informazioni avute dal Sig. Podestà al Comando Militare Tedesco di Asiago”. Valentino Gramola, se non era un “collaborazionista”, perché non si è sentito in dovere di avvisare del pericolo le potenziali vittime?

 

  • Il “Sig. Prefetto”, di cui spesso i Gramola parlano, durante la RSI è una figura che non esiste più, sostituita dal Capo della Provincia, cioè dal “capo tanto della Prefettura quanto della Federazione Fascista Repubblicana”. Che rapporti c’erano tra Valentino Gramola e il “Capo della Provincia” Edgardo Preti, per potersi assicurare, alla bisogna, trasferimenti di sede sotto falso nome (Munari Valentino e Oro Valentino), da Canove di Roana a Montorso e poi nel Cremonese?

 

  • In conclusione, e per comprendere meglio la vicenda e il percorso di Valentino Gramola, dal “ventennio”, alla “guerra di Liberazione”, alla Repubblica, passando per l’onorificenza di “Cavaliere” e al grado di segretario capo di 1^ classe, molto resterebbe da approfondire. Di sicuro è una vicenda che fa parte della nostra storia del dopoguerra, fatta anche di processi farsa, indulti, amnistie, condoni e mancate epurazioni.

 

Infine, mi permetto due repliche personali a quanto scritto dai Gramola nei riguardi della famiglia Urbani, la mia famiglia materna. Due sole e brevi risposte, perché a tutto il resto, troppo e non meritevole sarebbe il tempo da sprecare.

Viene scritto:

 

  • “Così due famiglie, per molti versi simili e abitanti nello stesso edificio, si trovarono divise e sospettose causa le diverse scelte politiche”.

È bene precisare che per la famiglia di Alessandro Urbani l’anti-fascismo è stata una scelta vissuta e pagata sulla propria pelle, viceversa è il fascismo a non essere un’opinione come le altre, ma un crimine. Quindi, nessun parallelismo gratuito.

 

  • “Ricordo che vidi la «serva» del dottore sul terrazzino …”.

La signora Amelia Masorgo “Milia” non è mai stata la “serva” di nessuno! È viceversa stata dal 1925 al 1992 la governante di Casa Urbani, considerata la “vice mamma” dai 10 figli di Alessandro e Maria Luisa Vignato, la “vice nonna” da una schiera di nipoti e pronipoti, e ora riposa nella sua tomba di famiglia, quella degli Urbani. È stata una grande donna, un’antifascista convinta e una partigiana quando è stato necessario, insignita dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini del titolo di Cavaliere della Repubblica per meriti Resistenziali e del Lavoro, e tra i “presentatori” annovera l’AVL di Vicenza, Giulio Vescovi “Leo”, Maria Arnaldi “Mary”, Giuseppina Rodeghiero “Beppina”, Antonietta Corà, Lieta Corà vedova di Alfredo Rodeghiero “Giulio”, Frigo Antonio “Tango”, Giovanni Mosele “Ivan”, Francesco “Pat”, Antonio “Gatto” e Domitilla “Doremi” Urbani, nonché Mario Rigoni Stern. Quanti altri “Cavalieri”, compreso Valentino Gramola, possono vantare tanto!

Recensione critica sottoscritta anche da:

Alessandra e Francesca Dossi (figlia e nipote di Flavia Domitilla Urbani “Doremì – Ivana”);

Riccardo Urbani (figlio di Antonio Urbani “Gatto”).

Atto costitutivo

Associazione Partigiani & Volontari della Libertà

Sezione “Livio Campagnolo” – Montecchio Precalcino (Vi)

SEZIONE UNITARIA

dell’Ass. Naz. Partigiani d’Italia

dell’ Ass. Naz. Volontari della Libertà

dell’Ass. Nazionale ex Deportati Politici

dell’Ass. Nazionale ex Internati Militari e Reduci dalla Prigionia

Sede: Via Stivanelle, 10 – 36030 – Montecchio Precalcino (Vi) – Tel. cel. 348. 3580316


L’11 Febbraio 2005, si è costituita una nuova Associazione che ambisce a riunire tutti i Combattenti della Guerra di Liberazione (8 Settembre 1943 -25 Aprile 1945), tutte le loro Associazioni e tutte le generazioni successive che si richiamano ai valori dell’Antifascismo democratico.

Questa nuovo sodalizio è dedicato a Livio Campagnolo; un doveroso omaggio al primo Partigiano ucciso a Montecchio Precalcino, e a ricordo che con il suo nome si fregiò un reparto partigiano operante nel nostro territorio, il Battaglione “Livio Campagnolo”.

Questa nuova realtà associativa è aperta, a pieno titolo, non solo ai Partigiani e ai Patrioti ma a tutti i “Resistenti” della Guerra di Liberazione: i Combattenti in reparti del Regio Esercito Italiano che, dopo l’8 settembre 1943, si opposero ai nazifascisti; i Combattenti in reparti del Corpo Italiano di Liberazione, che lottarono al fianco degli anglo-americani; i Combattenti dell’Arma dei Carabinieri, che fedeli al loro giuramento, in servizio o in clandestinità, si batterono per la libertà della Patria; i Combattenti italiani nella Resistenza Europea (Russia, Jugoslavia, Albania, Grecia, Francia), che seppero con le loro sofferenze riscattare l’aggressione fascista a paesi ai quali ci legano tradizioni comuni di libertà e di amicizia; gli I.M.I., cioè i Combattenti del Regio Esercito “Internati” nei campi nazisti che ebbero la forza di dire NO! alla sola idea di tornare in guerra al fianco dei nazifascisti; i “Lavoratori coatti” in Germania e ai “Deportati Politici” nei lager nazifascisti.

La nuova Associazione è altresì aperta alle nuove generazioni di Antifascisti democratici, interessati a continuare l’opera di salvaguardia della memoria, nonché di difesa e affermazione di quei valori di Libertà, Giustizia, Eguaglianza tra tutte le persone, di Solidarietà sociale e di Pace, che hanno trovato consacrazione nella nostra Costituzione Repubblicana.

L’Associazione ha come obiettivi:

  • garantire la continuità della Festa del 25 Aprile – Anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo e della nascita della società democratica; e della Giorno della Memoria -in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.
  • stimolare la visita e la conoscenza, soprattutto dei giovani, dei “luoghi della memoria”;
  • collaborare con la Scuola, al fine di predisporre itinerari didattici che portino a riscoprire il patrimonio di principi e di valori su cui si fonda la nostra convivenza civile e sociale; stimolare la Scuola ad una doverosa ricerca e salvaguardia della “memoria”, non solo sugli avvenimenti storici che hanno caratterizzato la Lotta Antifascista e di Liberazione e la nascita della nostra Repubblica, ma anche e soprattutto, sottolineando i valori che hanno ispirato tale lotta e che hanno trovato consacrazione nella nostra Costituzione;
  • ridare slancio all’attività di ricerca storica, sia come conoscenza e salvaguardia di un nostro grande patrimonio culturale, sia come deterrente contro ogni tentativo di “revisionismo storico” proteso a diffondere tesi strumentali; l’obiettivo più ambizioso dell’Associazione è certamente quello di consolidare l’attività del Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli”.

L’emblema dell’Associazione è ovviamente il “tricolore”, simbolo della vita democratica della nazione e dell’unità della nostra Patria, il quale è:

  • decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare “sul campo”, ottenuta in combattimento dal Partigiano Giuseppe “Pino” Anzolin, della Divisione Italiana “Garibaldi” in Jugoslavia, e di una Medaglia di Bronzo al Valor Militare “alla Memoria” ottenuta dal Comandante Partigiano Giuseppe Lonitti, della Brigata “Loris”, Divisione “M. Ortigara”, caduto in combattimento a Montecchio Precalcino il 29 Aprile 1945;
  • porta, ricamato in caratteri d’oro, la scritta “A.N.P.I. -A.N.V.L. -A.N.E.D. _ A.N.E.I. Sezione “Livio Campagnolo” Montecchio Precalcino” e undici stelle a ricordo indelebile dei nostri “undici Caduti per la Libertà”: Livio Mario Campagnolo, fu Valentino, cl. 1922, Partigiano, ucciso dai fascisti a Preara il 20 Aprile 1944; Pietro Campana, fu Andrea, cl. 1909, Fante del 31° Reggimento, Div. “Regina”, disperso in combattimento nell’isola greca di Scarpanto, durante gli scontri avvenuti con reparti tedeschi dopo l’8 Settembre 1943; Luigi Chemello, fu Roberto, cl. 1925, I.M.I. deceduto per grave malattia contratta in prigionia il 6 Maggio 1949, presso l’Ospedale Civile di Thiene; Antonio Francesco Dall’Osto “Toni”, fu Rita, cl. 1922, Comandante Partigiano, ferito a morte durante la liberazione di Torino e deceduto il 2 Maggio 1945; Guerrino Dall’Osto, fu Antonio, cl. 1903, Carabiniere, deceduto il 23 Settembre 1943 presso l’ospedale Militare di Verona; Mario Giaretta, fu Faustino, cl. 1924, I.M.I., “Internato” nello Stammlager VI/A Hemer- Isetrlhon, Wehrkreis VI, presso Müster, in Germania e deceduto il 23 Novembre 1944; Gaetano Gnata, fu Bortolo, cl. 1917, Carabiniere, disperso in combattimento il 7 Luglio 1944 a Santa Domenica d’Albona, in Istria, contro reparti partigiani jugoslavi; Giuseppe Lonitti, fu Bortolo, cl. 1920, Megaglia di Bronzo al V. M., Comandante Partigiano caduto in combattimento a Montecchio Precalcino il 29 Aprile 1945; Giuseppe Mussi, fu Vittorio, cl. 1919, Marinaio, disperso in mare il 9 Settembre 1943, a seguito dell’affondamento da parte tedesca della Corazzata “Roma”, ammiraglia della flotta italiana; Peruzzo Massimiliano, fu Massimiliano, cl. 1919, I.M.I., “Internato” nel Stommlager XVII/A Kaisersteinbruch, Wehrkreis XVII, presso Vienna, in Austria e disperso il 10 Marzo 1945. Riposa nella “fossa comune” del Cimitero Militare Italiano di Reiferdorf, presso Mauthausen; Giuseppe Saccardo, fu Girolamo, cl. 1926, Partigiano e “Deportato politico” nel lager di Leihtmberg, in Germania, caduto durante la liberazione del campo il 21 Aprile 1945;
  • l’Associazione e il suo “Tricolore”, si sono presentati ufficialmente alla popolazione di Montecchio Precalcino, il 23 Aprile 2005, in occasione della Cerimonia ufficiale per il 60° Anniversario della Liberazione; le due “Madrine” e il primo Alfiere dell’Associazione e del suo “Tricolore” sono: la Sig.a Bortoli Maria Rosa “Rosina” (cl. 1926), vedova del Comandante Partigiano Giuseppe Gnata – Comandante di Squadra della Brigata “Loris” -Divisione “Monte Ortigara”; la Sig.ina Dossi Francesca Flavia (cl. 1993), nipote di sei Partigiani (Dott. Francesco Urbani “Pat”, Dott. Antonio Urbani “Gatto”, Luisa Urbani Vedovello “Juna”, Dott. Roberto Vedovello “Riccardo”, Dott. Pierluigi Urbani “Pipi” e Flavia Domitilla Urbani Dossi “Doremi”), di due Patrioti (Dott. Alessandro Urbani e Francesco Bortoli) e di tre “Internati” in Germania (Modesto Bortoli, Emilio Pauletto e Silvano Trabaldo); il Sig. Marangoni Gaetano “Straie”(cl. 1925), Alpino e Partigiano combattente, Comandante di Squadra, già in forza alla 2° Divisione Partigiana Giustizie e Libertà “Masia”- 6° Brigata “Sterzi”, con zona operazioni nell’Oltrepò Pavese montano. Con il suo reparto ha partecipato alla creazione della “Zona Libera di Varzi” (Settembre ’44) e al successivo “Rastrellamento dei Mongoli” (Nov. ’44 -Gen. ’45), alla “Battaglia delle ceneri” (Febbraio ’45) e alla conseguente liberazione di tutto l’Oltrepò Pavese montano (Marzo ’45); il 24 Aprile partecipa alla liberazione di Pavia e il 26 di Milano.