Una famiglia in fuga

2018-02-06

Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli”
Recensione critica di Pierluigi Damiano Dossi Busoi

UNA FAMIGLIA IN FUGA (1944-1945)
di Francesco Gramola - 2017

Canove di Roana, 6 febbraio 2018
Agli eredi dei Partigiani della “7 Comuni” E QUANDO ANCHE L'ULTIMO DI NOI NON CI SARA' PIÙ, SE RACCONTERANNO ALTRE STORIE, SE TENTERANNO DI MANIPOLARE I FATTI... BEH! RESISTETE PER NOI. NESSUN PASSO INDIETRO! TOCCHERÀ A VOI! (Francesco Urbani “Pat”)

Il libro “Una famiglia in fuga” avrebbe dovuto essere, a detta dell’autore nella sua presentazione, una raccolta di “ricordi” personali che, interessando particolarmente il periodo fascista, auspicava sarebbero diventati un suo “esame di coscienza”. Quante volte, quando eravamo bambini, ci siamo sentiti dire dai genitori o dai nonni che era buona cosa farsi un esame di coscienza? Probabilmente era convinta anche l’intenzione di Francesco, ma non ha avuto successo, perché già dall’inizio ha affrontato l’argomento del fascismo con poco “pentimento” e molta “giustificazione”: “La colpa più grossa del fascismo non è stata, […], quella di aver instaurata la dittatura e di aver soppresso la libertà e la democrazia […], ma quella di aver voluto la guerra”. Come ha sottolineato anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella Giornata della Memoria 2018, sostenere che “il fascismo ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi raziali e l’entrata in guerra, è un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione”, perché “razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza” del regime. E questa non è l’unica sbandata che Francesco Gramola compie nel suo libro trattando di fascismo. Nella prima parte del libro, il nostro autore ci racconta della vita del padre Valentino Gramola, partendo da “L’infanzia povera del padre”, “Il padre, mutilato della Grande Guerra, affascinato da Michele Bianchi”, sino a “Valentino Segretario Comunale”, dal suo primo incarico a Salcedo nell’aprile del ’27, al matrimonio, e alla sua nomina a Roana sull’Altopiano dei 7 Comuni nell’agosto ’34. Prosegue poi con altri due capitoli: “Confidenze tra padre e figlio” e “Belli e indimenticabili gli anni passati a Canove (1934-1944)”. Ma c’è poco da segnalare in questa prima parte, se non qualche passaggio sul fascismo in salsa Gramola: “Il fascismo, che egli seguiva, esaltava soprattutto il concetto di Patria, in nome della quale qualcosa di bene aveva pur fatto: di qui l’adesione corale della gente per un ventennio. Valentino non apprezzava Mussolini, un voltagabbana […]. Ma apprezzava un certo fascismo, quello sociale…”; come se fascismo e Benito Mussolini fossero distinti e separati. A partire dal sesto capitolo, “Cinque colpi di pistola e una bomba”, il racconto sembra farsi un po’ più interessante, oscuro, tenebroso, anche se parallelamente si fa più forte il vittimismo in odor di farlocco: misteriose persone che sparano e mancano il bersaglio, bombe sepolte nell’orto, e stradini comunali usati come artificieri… Con il settimo capitolo, La notte dell’attentato (21-22 giugno 1944)”, si arriva all’elemento centrale del racconto, cioè l’attentato subito dal padre da parte dei partigiani dell’Altopiano, che però falliscono l’obiettivo. L’azione, convince i Gramola a fuggire da Canove. Altra novità del capitolo, sino a questo punto ancora poco evidente, è la comparsa di un co-autore. Infatti, chi conosce il prof. Benito Gramola, fratello di Francesco, riconosce in lui la penna che tenta di “storicizzare” la narrazione…, e non è quindi un caso se a presentare ufficialmente e provocatoriamente il libro a Canove di Roana, sia stato proprio Benito Gramola. Da questo momento il memoriale, che sino a questo punto si è sviluppato in modo lineare, sia pur un po’ “confuso” e “pasticciato” nel ricostruire vicende e persone, e costellato di svarioni e spropositi, si arricchisce di tentativi di “storicizzare” la resistenza dei partigiani dell’Altopiano, alternati, in modo salomonico, a giudizi accusatori verso i camerati intrallazzatori del fascio di Roana, a mo’ di: “muoia Sansone e tutti i filistei”. Il contesto storico dove è maturato l’attentato a Valentino Gramola, cioè il tentativo di cattura da parte partigiana del padre, non corrisponde a quanto viene ipotizzato dai Gramola. L’ipotesi che viene formulata, per cui le motivazioni dell’attentato a Valentino Gramola sono da ricercare nella sua partecipazione diretta e indiretta al servizio di ronda organizzato dai fascisti locali contro i “furti”, attribuiti meschinamente e insistentemente ai partigiani, non merita nemmeno risposta. Come ridicola e strampalata è la teoria formulata più avanti, “che l’attentato del giugno del 1944 fosse stato si opera dei patrioti, ma sollecitato dai locali e motivato con l’accusa di fascismo, in realtà per problemi legati al commercio del legname”. In altre parole che gli esecutori sarebbero stati i partigiani e i mandanti i fascisti trafficoni di Roana. (sic!) Anche l’affermazione che l’attentato è una estemporanea risposta dei partigiani dell’Altopiano, guidati da “istruiti foresti”, come ci ha proposto Benito Gramola alla presentazione del libro è facilmente confutabile. Infatti: - la tesi che l’azione partigiana di Canove sia stata ideata e diretta dai due “piccoli maestri”, non regge perché Caneva e Ghiotto erano appena usciti dai tragici rastrellamenti nel nord dell’Altopiano che avevano scompaginato la loro formazione, ma soprattutto perché non avevano alcun ruolo di comando nel Btg. “7 Comuni”: figure come quelle di Giovanni Carli “Ottaviano”, Alfredo Rodeghiero “Giulio” e degli altri comandanti partigiani dell’Altopiano, non avevano certo bisogno di delegare ad altri i loro compiti di comando; - l’azione partigiana contro quelli che erano considerati i responsabili delle delazioni a Canove di Roana – cioè il segretario comunale Valentino Gramola, il co-reggente del fascio e impiegato comunale dell’ufficio anagrafe Angelo Magnabosco Casato, il farmacista Giovanni Frigo Milo e l’ex commissario prefettizio Fortunato Frigo Milo, è viceversa la precisa risposta del Movimento Resistenziale dell’Altopiano alle azioni anti-partigiane portate avanti dai nazi-fascista nel giugno ‘44, in particolare con l’Operazione “263”. L’Operazione “263” (dal numero del nuovo reparto anti-partigiano giunto appositamente dal Piemonte, l’Ost-Bataillon 263, cioè il 263° Battaglione dell’Est), sono una serie di azioni coordinate direttamente dai tedeschi, che hanno come obiettivo la “messa in sicurezza” del territorio Vicentino sempre più in mani partigiane. È un’operazione che si protrae, a fasi alterne, per tutto il mese e con lo spiegamento di oltre 3.000 uomini: quasi in contemporanea sono attaccate con una serie di rastrellamenti, più o meno ampi, tutte le valli e le zone montane, probabilmente con la sola eccezione del Grappa. Malgrado gli oltre 60 caduti tra civili e partigiani, l’organizzazione militare nazi-fascista si dimostra alla lunga inefficace nel fronteggiare la guerriglia partigiana. Alle azioni nazi-fasciste, corrispondono reazioni partigiane, ed esplicativo a tal proposito è un rapporto dell’Armeegruppe von Zangen, a cui è affidato il controllo del confinante Alpenvorland, datato 29 giugno ‘44, che si conclude con un commento disarmante: “Non si tratta più di gruppi isolati, bensì di un vero e proprio movimento insurrezionale, organizzato e condotto militarmente dal nemico, secondo i criteri della guerriglia alle spalle del fronte. […] La guerriglia si è accresciuta particolarmente intorno al Pasubio, per impedire la costruzione delle opere di fortificazione della "barriera prealpina". […] L’estensione dei focolai di resistenza rivela la chiara volontà di interrompere le vie di rifornimento dal Reich. Le contromisure prese sono attualmente insufficienti, ma anche se fossero draconiane non si riuscirebbe a pacificare il territorio”. Nello specifico, l’Operazione “263” sull’Altopiano dei 7 Comuni e nella Pedemontana, sinteticamente la si può così riassumere: - Con il primo rastrellamento nazi-fascista del 5 giugno ‘44 contro il Btg. “7 Comuni”, la gran parte dei reparti partigiani riesce a sganciarsi, ma è la Compagnia dei “Piccoli maestri” di Toni Giuriolo a doversi scontrare direttamente con i rastrellatori. - L’8 giugno ‘44 inizia un secondo, massiccio rastrellamento: i reparti della “7 Comuni” guidati da Alfredo Rodeghiero “Giulio”, Giovanni Mosele “Ivan”, Giovanni Vescovi “Athos” e Pietro Costa “Rolando” riescono ancora una volta a sganciarsi dopo breve resistenza. - Dal 10 al 20 giugno, in tutto il nord dell’Altopiano, da Passo Vezzena a Enego, i nazi-fascisti proseguono con una vasta operazione che ha come obiettivo la distruzione di tutti i possibili ricoveri, soprattutto malghe e baite forestali, utilizzabili dai partigiani. - Il 12 giugno, è rastrellata dai tedeschi Enego, il 13 Treschè Conca e Conca Bassa, e il 14 e 15 il territorio montano di Caltrano con il saccheggio, tra l’altro, di Malga Cima Fonte e Malga Cariola. Il 20 giugno nuovo rastrellamento in zona Malga Fondi di Caltrano. Il 21, in zona Rotzo, rastrellamento del Btg. “NP-Folgore” della X^ Mas. Il 22 e il 27 le forze repubblichine compiono rastrellamenti nella zona del Kaberlaba di Asiago e Boscon di Cesuna. Il 24 giugno un rastrellamento della GNR colpisce Camporovere di Roana. Il 26 giugno a Fara Vicentino, altro rastrellamento della Polizia Ausiliaria repubblichina. Le forze partigiane dell’Altopiano dei 7 Comuni e nella Pedemontana non stanno sulla difensiva, ma rispondono agli attacchi nazi-fascisti dimostrando tutta la loro vitalità: - Dopo che a Canove di Roana i Carabinieri Reali hanno disertato e aderito alla Resistenza, il 9 giugno ‘44 una squadra del Btg. “7 Comuni” devasta e incendia un’ala del Municipio di Canove di Roana: sono distrutti i registri della leva militare e gli elenchi dei contribuenti all’ammasso obbligatorio. - Il 15 giugno, il Distaccamento garibaldino “Pretto” di Treschè Conca, dopo aver disarmato la GNR di Gallio e Foza, attacca anche la GNR a S. Giacomo di Lusiana; il 17 giugno, il Btg. “7 Comuni” attacca la casermetta della Squadra d’Azione del PFR di Lusiana a S. Caterina (“Forte Makallè”); il 19 giugno, a Salcedo la neo-Brigata “Mazzini” irrompe in Municipio, dove vengono distrutti i registri della leva militare e gli elenchi dei contribuenti all’ammasso obbligatorio. - La notte del 21-22 giugno, i partigiani del Btg. “7 Comuni” occupano il centro di Canove, sede del Municipio di Roana, arrestano e sequestrano due repubblichini, ma due dei ricercati riescono a sfuggire alla cattura. - La notte tra il 24 e il 25 giugno, a Salcedo i partigiani della neo-Brigata “Mazzini” assaltano l’abitazione di Giovanni Battista Cantele, reggente del fascio repubblichino di Salcedo e comandante della locale Squadra d’Azione; il 27 giugno i partigiani del Distaccamento garibaldino “Pretto” di Treschè Conca catturano e successivamente giustiziano tre spie nazi-fasciste: Stanislao Attilio Panozzo Lao, stradino comunale e ritenuto la spia che ha guidato i nazi-fascisti anche a Contrà Sculazzon il 13 maggio 1944; il 28 giugno i partigiani del Btg. “7 Comuni”, liberano il farmacista Giovanni Frigo Milo, viceversa trattengono e il 19 agosto giustiziano Angelo Magnabosco Casato; sempre il 28, a Foza, una squadra del Btg. “7 Comuni” disarma sette militi repubblichini. Gli “esecutori” dell’occupazione di Canove del 21-22 giugno 1944 sono circa trenta partigiani del Btg. “7 Comuni”. Al comando di Alfredo Rodeghiero “Giulio” e Federico Covolo “Broca”, troviamo il cappellano don Angelo Dal Zotto “Federico”, Dino Corrà “Attila”, Giovanni Mosele “Ivan”, Mario Rossi “Bill”, Francesco Urbani “Pat”, Dante Caneva “Dante” e Renzo Ghiotto “Tempesta”, Antonio Urbani “Gatto”, Luisa Urbani “Juna”, Walter De Stavola “Walter”, Gianpaolo Cicogna “Gianpa”, Ilario Omizzolo “Foza”, Marco Rodeghiero e un’altra ventina di partigiani. L’ordine ricevuto è quello di procedere, divisi in squadre, all’arresto di quattro presunti delatori: il co-reggente del fascio e impiegato comunale dell’ufficio anagrafe Angelo Magnabosco Casato, il farmacista Giovanni Frigo Milo, l’ex commissario prefettizio Fortunato Frigo Milo e il segretario comunale Valentino Gramola. Per quest’ultimo l’ordine di cattura e drastico, “vivo o morto”, e ciò a testimonianza della gravità delle accuse che gli vengono mosse. A comandare la squadra incaricata dell’arresto di Valentino Gramola, c’è lo studente universitario in medicina Francesco Urbani “Pat”, che fallito il tentativo di cattura, tenta di eliminarlo, ma anche questo suo secondo obiettivo non riesce. Sul silenzio che poi la “brava gente” dell’Altopiano, soprattutto di Canove, ha saputo mantenere sui nomi dei “mandanti” ed “esecutori”, il motivo è palese: la necessità di proteggere i propri figli, come prima dai nazi-fascisti, poi dalla “caccia al partigiano” scatenata nel dopoguerra. Una “caccia” che ha costretto molti partigiani all’emigrazione perché non trovavano lavoro o perché a rischio galera, spesso su denuncia di quegli stessi nazi-fascisti, talvolta veri e propri “criminali di guerra”, che istituzioni compiacenti avevano amnistiato e rimesso in libertà. Anche comandanti partigiani come Alfredo Rodeghiero “Giulio” (vice comandante della Divisione “M. Ortigara” e comandante del Gruppo Brigate “7 Comuni”), Giulio Vescovi “Leo” (vice comandante del Gruppo Brigate “7 Comuni” e comandante della Brigata “Fiamme Verdi”), Giovanni Mosele “Ivan” (comandante della Brigata “Fiamme Rosse”), Federico Covolo “Broca” (vice comandante della Brigata “Fiamme Rosse”), Dino Corà “Attila” e Mario Rossi “Folco” (comandanti di battaglione), subirono quell’affronto. Dell’intero Comando della “7 Comuni”, solo Francesco Urbani “Pat” (vice comandante della Brigata “Fiamme Verdi”), e grazie ai suoi compagni, riuscì a sfuggire all’arresto. I “mandanti” dell’azione di Canove, e dell’attentato a Valentino Gramola, sono noti in Altopiano, e non meritano certo le allusioni dorotee di Benito Gramola; perché sono i componenti del CLN di Asiago e del Comando del Btg. “7 Comuni”: gli unici con la levatura morale e politica necessaria per prendere in quel momento simili decisioni; provvedimenti certo gravi e pesanti, ma necessari in quei frangenti. La conferma che il “CLN aveva decretato la morte per il Segretario Comunale”, e che anche i partigiani della Brigata “Mazzini” erano sulle tracce di Valentino Gramola, tanto che la sua famiglia è costretta ad allontanarsi pure da Villa di Molvena dove era inizialmente riparata, viene data dagli stessi Gramola nel libro. Anche la notizia, che nell’ottobre ‘44 pure i partigiani di Montorso Vicentino si erano interessati a Valentino Gramola, lì residente sotto il falso nome di Munari Valentino, tanto da costringendolo nuovamente a fuggire per rifugiarsi a Calvatone (Cremona) sotto il falso nome di Oro Valentino, è la conferma che l’ordine di cattura del CLN di Asiago era stato fatto proprio da tutta la Resistenza Vicentina. Infine, c’è un altro episodio interessante raccontatoci dai Gramola; anche se probabilmente gonfiato, se non proprio farlocco, Valentino Gramola sarebbe stato individuato anche nel Cremonese e “i partigiani di Canove e alcuni di Centrale… pensavano di organizzare una spedizione per riportare papà, che era «sfuggito» clamorosamente dalle loro mani a Canove nel giugno 1944, in zona”. Sulla parte finale del libro volutamente sorvolo, in particolare sul capitolo 15 - “L’accusa di concussione” che riguarda dubbie vendite di legname comunale, poiché è una vicenda tra amministratori fascisti poi insabbiata già durante la RSI. Mi soffermo invece al capitolo 16 - “L’accusa di delazione”, perché nel “ricorso” al Consiglio di Stato presentato il 2.4.47 contro il procedimento di “epurazione” da segretario comunale e da dipendente del Ministero degli Interni, Valentino Gramola dichiara tra l’altro: - “Io, Gramola, non ho mai aderito al p.f.r [partito fascista repubblicano]: non ho mai avanzato domanda, prestato giuramento, ritirato la tessera e pagato le quote”. - “Mai denunciai renitenti di leva o patrioti o partigiani, pur pressato …” Il 12.12.49 il ricorso di Valentino Gramola ha risposta positiva, pertanto continuerà a svolgere il ruolo di segretario comunale sino alla pensione. Il 22.10.65 ottiene anche l’onorificenza di Cavaliere dell’ordine “Al merito della Repubblica Italiana”. (sic!) Oggettivamente però, Valentino Gramola era iscritto al PFR, aveva prestato giuramento di fedeltà alla RSI, era un componente della Squadra d’Azione del PFR di Roana, e poteva contare su forti “amicizie” tra importanti esponenti nazi-fascisti. Alcune considerazioni: 1. Presi forse dall’accusare non certo velatamente e più volte i partigiani di esse dei ladri, e il padre Valentino di essere un probo difensore della propria comunità, sono gli stessi fratelli Gramola a scrivere: “Bisogna sapere che papà, col Sig. Magnabosco e altri camerati, per difendere il paese dai furti aveva istituito una ronda notturna armata” e che “da molti mesi papà faceva servizio di “ronda”. Da ciò sorge spontanea una domanda: assodato che la “ronda notturna armata” istituita a Roana non poteva che essere composta dai fascisti repubblichini locali della Squadra d’Azione del PFR di Roana, cosa ci faceva tra loro Valentino Gramola se non era iscritto al PFR e non era un componente la locale Squadra d’Azione? Sempre i Gramola ci informano che il padre, “Per recarsi in ufficio, il mattino seguente l’attentato, quale Segretario Comunale di Roana, volle indossare la divisa completa fascista, …”. “Durante la pausa di mezzogiorno, […] si recò […] nella sede del Fascio […] e si sedette a meditare sotto il «Credo fascista», costituito da tre parole scritte con caratteri cubitali: Dio-Patria-Famiglia, […] e prese le sue decisioni”. Ma non è la divisa e la sede del partito a cui Valentino Gramola afferma di non essere iscritto? Riguardo al giuramento di fedeltà alla RSI, tutto il personale civile delle pubbliche amministrazioni, in primis i funzionari, avevano l’obbligo di prestarlo “sotto pena di decadenza” dall’incarico. Perché non dirlo? 2. Ci sono poi le “amicizie” nazi-fasciste sulle quali i Gramola hanno potuto contare: - A Canove di Roana, all’alba del giorno dopo l’attentato (22 giugno 1944) a vegliare sulla incolumità della famiglia Gramola ci sono le “Camice Nere” dei “fratelli Caneva di Asiago”. E’ bene chiarire che la “Banda Caneva” non è un reparto repubblichino, ma il “Presidio germanico di Asiago” da subito sotto diretto comando tedesco, prima inquadrato nelle Forze Armate tedesche dipendenti dalla Platzkommandatur 1009 di Vicenza, dopo direttamente nell BdS-SD, l’intelligence nazista di Alfredo Perillo e Mario Carità. Il “Presidio germanico di Asiago” - “Banda Caneva”, è un reparto “anti-bande”, cioè utilizzato dai tedeschi nei rastrellamenti e nell’attività di spionaggio. L’8 agosto ’44, dopo un duro scontro con i partigiani in Val d’Assa e il ferimento di Carlo Bruno Caneva, il Presidio di Asiago passa sotto il comando del fratello Adelmo, che risulterà poi in sempre più stretti rapporti con i servizi segreti germanici del BdS-SD. Prima del rastrellamento di Granezza un gruppo di collaborazionisti della “Banda Caneva”, diserta e passa con i partigiani, ma tra loro anche due spie che tentano di infiltrarsi: Marcialis e Forte. Durante il rastrellamento, Adelmo e “Tonin” Caneva fanno da guida ai reparti nazi-fascisti. Dopo Granezza la situazione si fa pesante per i fratelli Carlo Bruno e Adelmo Caneva, che sono costretti ad abbandonare, almeno stabilmente l’Altopiano: si trasferiscono a Vicenza e a Longa di Schiavon, alle dirette dipendenze dell’UdS-SD. La loro attività anti-partigiana prosegue: in febbraio-marzo del ’45 Adelmo Caneva e Victor Piazza sono coinvolti nell’assassinio di “Freccia”, il comandante della Missione militare Alleata; il 14.3.45 troviamo Adelmo e “Tonin” Caneva guidare un rastrellamento in zona Rotzo-Val d’Assa contro la Brigata “Pino” e la sorellastra dei Caneva, “Ninì” Dall’Osto, nel rastrellamento di Lugo e Lusiana del 3 aprile. infine, troviamo ancora tracce di Bruno, Adelmo, “Tonin” Caneva e Victor Piazza in Val d’Astico, prima e durante l’Eccidio di Pedescala. - Un mese dopo la fuga da Canove di Roana, per trasportare i propri beni a Villa di Molvena i Gramola chiedono nuovamente aiuto alla “Banda Caneva”, e grazie a loro ottengono un camion con manovalanza e scorta armata dal “tenente Comparini di Marostica”, lo stesso che poi “proteggerà” la famiglia Gramola sino alla fine della guerra. Antonio Comparini; reggente del fascio repubblichino e comandante la Squadra d’Azione del PFR di Marostica, poi 7^ Compagnia BN. Partecipa al rastrellamento del Grappa come responsabile del 5° Settore (Cavaso del Tomba –Virago – Pederobba – Fiume Piave). È tra l’altro responsabile: del rastrellamento di Maragnole e della strage di Mason; partecipa con il figlio Carlo all’assassinio di Beniamino Scomazzon il 28.9.44 a Marostica; in un documento del Comitato Militare Provinciale del CLNP è tra i nominativi dei responsabili delle impiccagioni di Bassano del Grappa. Arrestato dopo la Liberazione, riesce a evadere da S. Biagio il 12.10.45 con la complicità di Raimondo Manni, direttore dell'istituto di pena. Da quel momento resta sempre latitante (a Livorno), anche durante il processo alla CAS di Treviso che lo vedeva principale imputato, accusato di aver partecipato quale commissario del PFR di Marostica e come comandante della BN di Marostica a operazioni militari eseguite dai tedeschi; aver preso parte al rastrellamento del Grappa in zone pedemontane e, col mezzo dei suoi sottoposti, all'arresto di cittadini e di partigiani …”. Il 24.1.47 la CAS di Treviso lo condanna a 21 anni di reclusione. La Corte Suprema di Cassazione, 2^ Sezione Penale di Roma, il 28.4.48 dichiara inammissibile il ricorso, ma in seguito, con sentenza del 19.6.50, “annulla senza rinvio per non aver commesso il fatto…” la sentenza della CAS di Treviso, “ed ordina la revoca dell’ordine di cattura” del latitante. Latitante con la famiglia in Comune di Livorno già dall’aprile ’45, vi risiede ufficialmente dal 26.11.52, da dove continua a dedicarsi ad attività cospirativa neo-fascista. - I Gramola, oltre a raccontare di fantasiose conoscenze resistenziali, persino con Primo Visentin “Masaccio” e don Primo Mazzolari (sic!), non si sanno trattenere dal farci sapere che hanno ricevuto amichevoli aiuti anche dal “tenente Perillo”. Alfredo Perillo. Dopo l’8 settembre, aderisce alla RSI come ufficiale della GNR Contraerea, ed esperto della lingua tedesca, diventa ufficiale di collegamento tra il VII Gruppo Legioni della GNR Contraerea e il reparto della Flak Italien del maggiore Karl Fraiss, con il quale si trasferisce a Sassuolo (Mo), diventando suo Aiutante Maggiore. Il 10 giugno ’44 giunge a Bassano con la Flak Italien. A Bassano, è l’ufficiale nazista “Ic” (I = lettera romana che sta per n.1, c = terza lettera dell’alfabeto e significa che sta al 3° posto della gerarchia tedesca). L’Ufficio “Ic”, corrisponde all’ Ufficio di Difesa, cioè al responsabile dell’intelligence e responsabile per la sicurezza della zona: aveva grande importanza e doveva continuamente raccogliere e analizzare i dati sulle unità partigiane e fornire una base adeguata per l’attività della Sezione operativa “Ia”. Secondo la Corte d’Assise Straordinaria di Vicenza Perillo, “è il capo dell’ufficio politico del comando tedesco di Bassano, collabora con i tedeschi, non nella mera qualità di interprete, ma di capo vero e proprio che fa e disfà, con piena libertà di iniziativa; si avvale di una serie di intrighi e di informatori, interroga i catturati, dispone delle persone degli stessi; dirige e raccoglie tutti gli elementi utili per l’annientamento delle forze partigiane del Grappa. È presente e operante durante il rastrellamento. … È il Perillo che fa incendiare e interviene personalmente all’incendio di Carpanè e di Conco”. Processato dalla Corte d'Assise di Vicenza, il 20 luglio 1946 è condannato all’ergastolo per collaborazionismo grave e concorso in omicidio. Il 30 giugno ’47, la Corte suprema di Cassazione annulla la sentenza e rinvia il procedimento alla CAS di Brescia. Su istanza degli imputati, il processo viene trasferito da Brescia a Firenze per ragioni di ordine pubblico. A Firenze, superata la fase delle CAS, gli imputati vengono giudicati da una Corte d’Assise Ordinaria. Perillo, detenuto presso l’Ospedale Militare di Verona, è imputato con Passuello. Il 17 giugno ’48 la Corte d’Assise di Firenze dichiara Perillo colpevole della collaborazione a lui ascritta e di triplice omicidio; lo condanna a 30 anni, ma contemporaneamente dichiara condonati i 2/3 della pena (-20 anni) per gli indulti del 22.6.46 e 9.2.48 e lo assolve per insufficienza di prove da tutti gli altri reati ascritti. Perillo, il 29 luglio ’48 ricorre contro la sentenza di Firenze. Il 7 febbraio 1949, la Corte Suprema di Cassazione si pronuncia concedendo l’amnistia a Perillo: ha scontato meno di 4 anni di carcere. - Viste le “amicizie” nazi-fasciste su cui i Gramola hanno potuto contare, come non condividere quanto ha scritto il loro vicino di casa e partigiano, Antonio Urbani “Gatto”, nel suo libro di memorie “Anni ribelli”: “ci si doveva guardare…; il loro atteggiamento, il distacco, il ritiro tra le mura domestiche, il loro tipo di lavoro e gli ambienti che frequentavano non erano rassicuranti”. Nel dopoguerra, alla richiesta di Valentino Gramola di riallacciare i rapporti con i fratelli Battista, Celeste e Pietro emigrati in America del Nord, riceve solo la dura risposta della sorella Celeste che, “risentita e sdegnata”, comunica che non intende ristabilire nessun legame con quel “branco di fascisti”. 3. E’ lo stesso Benito Gramola ad ammettere che: “la magistratura, di matrice fascista, transiterà in toto o quasi nella nuova repubblica, come tanti altri istituti del vecchio regime, per cui una vera epurazione era e fu quasi impossibile”. Da ciò si dedurrebbe che anche il “Consiglio di Stato” che ha accolto il “ricorso” di Valentino Gramola contro la decisione del Ministero degli Interni di iniziare il procedimento di “epurazione”, sia un “istituto del vecchio regime”, e quindi non “al di sopra delle parti”. - Valentino Gramola, per sua stessa ammissione, è quantomeno un “informato sui fatti”, perché nel tentativo di screditare il “camerata” Magnabosco, nel libro è riportata una relazione del 23.3.44 in cui lui scrive: “…il Podestà del Comune, Sig. Pietro Spiller, alla presenza dello scrivente e dell’impiegato comunale e correggente del Fascio di Roana, Sig. Pigato Ferdinando, ha dichiarato che, in Cesuna i Sig. Valente Pietro Ceci, Pannilunghi Valerio, od il figlio suo, Valente Cristiano e Valente Paolo, od un figlio suo, ascoltavano le trasmissioni di radio Londra… [Spiller] ha aggiunto che occorreva provvedere nei loro riguardi. In seguito a ciò il Signor Magnabosco Angelo, del triunvirato di Reggenza del Fascio di Roana, si è sentito in dovere di trasmettere le informazioni avute dal Sig. Podestà al Comando Militare Tedesco di Asiago”. Valentino Gramola, se non era un “collaborazionista”, perché non si è sentito in dovere di avvisare del pericolo le potenziali vittime? - Il “Sig. Prefetto”, di cui spesso i Gramola parlano, durante la RSI è una figura che non esiste più, sostituita dal Capo della Provincia, cioè dal “capo tanto della Prefettura quanto della Federazione Fascista Repubblicana”. Che rapporti c’erano tra Valentino Gramola e il “Capo della Provincia” Edgardo Preti, per potersi assicurare, alla bisogna, trasferimenti di sede sotto falso nome (Munari Valentino e Oro Valentino), da Canove di Roana a Montorso e poi nel Cremonese? - In conclusione, e per comprendere meglio la vicenda e il percorso di Valentino Gramola, dal “ventennio”, alla “guerra di Liberazione”, alla Repubblica, passando per l’onorificenza di “Cavaliere” e al grado di segretario capo di 1^ classe, molto resterebbe da approfondire. Di sicuro è una vicenda che fa parte della nostra storia del dopoguerra, fatta anche di processi farsa, indulti, amnistie, condoni e mancate epurazioni. Infine, mi permetto due repliche personali a quanto scritto dai Gramola nei riguardi della famiglia Urbani, la mia famiglia materna. Due sole e brevi risposte, perché a tutto il resto, troppo e non meritevole sarebbe il tempo da sprecare. Viene scritto: - “Così due famiglie, per molti versi simili e abitanti nello stesso edificio, si trovarono divise e sospettose causa le diverse scelte politiche”. È bene precisare che per la famiglia di Alessandro Urbani l’anti-fascismo è stata una scelta vissuta e pagata sulla propria pelle, viceversa è il fascismo a non essere un’opinione come le altre, ma un crimine. Quindi, nessun parallelismo gratuito. - “Ricordo che vidi la «serva» del dottore sul terrazzino …”. La signora Amelia Masorgo “Milia” non è mai stata la “serva” di nessuno! È viceversa stata dal 1925 al 1992 la governante di Casa Urbani, considerata la “vice mamma” dai 10 figli di Alessandro e Maria Luisa Vignato, la “vice nonna” da una schiera di nipoti e pronipoti, e ora riposa nella sua tomba di famiglia, quella degli Urbani. È stata una grande donna, un’antifascista convinta e una partigiana quando è stato necessario, insignita dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini del titolo di Cavaliere della Repubblica per meriti Resistenziali e del Lavoro, e tra i “presentatori” annovera l’AVL di Vicenza, Giulio Vescovi “Leo”, Maria Arnaldi “Mary”, Giuseppina Rodeghiero “Beppina”, Antonietta Corà, Lieta Corà vedova di Alfredo Rodeghiero “Giulio”, Frigo Antonio “Tango”, Giovanni Mosele “Ivan”, Francesco “Pat”, Antonio “Gatto” e Domitilla “Doremi” Urbani, nonché Mario Rigoni Stern. Quanti altri “Cavalieri”, compreso Valentino Gramola, possono vantare tanto!

[...] continua