Ci ha lasciati il dott. Attilio Dal Cengio,

partigiano della Brigata “Mazzini” a Granezza e della Brigata “Loris” al “Bosco” di Dueville, nonché nostro grande e indimenticabile “medico condotto” a Montecchio Precalcino.

I funerali avranno luogo Venerdì 29 dicembre 2023, alle ore 10:00, presso la Chiesa di Montecchio Precalcino.

     Durante la guerra Attilio risiedeva a Dueville, dove il padre, Dr. Michele Dal Cengio, era “medico condotto”. Nell’inverno del 1943 viene arrestato dai fascisti perché “renitente” alla leva, ma riesce ad evadere grazie ad una donna che lavorava all’interno del carcere.

Nel gennaio – febbraio 44, con l’arresto intimidatorio dei famigliari, come molti altri giovani “renitenti” è costretto a costituirsi: Attilio è arruolato come geniere nell’esercito repubblichino, 117° Battaglione Genio Fortificazioni, poi, prima dell’estate diserta ed entra nella Resistenza.

Come giovane partigiano riceve il suo “battesimo del fuoco” il 6 Settembre 1944 nella “Battaglia di Granezza”.

Nei giorni della Liberazione, Attilio è, con il grosso della Brigata “Loris”, al “Bosco” di Dueville da dove, divisi in squadre, sono inviati nei dintorni dei vari paesi del circondario a difesa della popolazione contro i gruppi di tedeschi che davano a violenze e saccheggi.

Attilio, dei duri anni della guerra, amava ricordare un avvenimento in particolare, quando il 10 Giugno 1940, in piazza a Dueville, tra il popolo esultante, dagli altoparlanti la voce di Mussolini comunicava altezzosamente che l’Italia era entrata in guerra.

Suo padre, che gli era accanto, disse convinto: “Questa è la fine del fascismo!”.

Attilio, da giovane quindicenne cresciuto sotto il regime, vede allora suo padre come quasi un traditore, poi la storia ha dato ragione al dott. Michele.

Molto interessante e tragico-comico è anche questo breve aneddoto raccontato da “Albio”, alias il prof. Italo Mantiero, Comandante della Brigata “Loris”:

   “La signora Dal Cengio, mamma di Attilio, nell’estate del 1944, mi venne a trovare, perché voleva affidarmi suo figlio per portarlo con me, “al sicuro”, in montagna.

   Dueville, paese di Attilio, non era tranquillo perché quell’esaltato del commissario prefettizio, prof. Moneta, non lasciava in pace nessuno.

   Rino Brazzale (Domenico, comandante del Distaccamento di Dueville della Brigata “Mazzini”) prese in consegna quel giovanotto e lo portò con gli altri in Granezza (Asiago), “fuori dai pericoli”, come sperava sua mamma.

    Vi andai anch’io, poco dopo, con un gruppo di ragazzi, il 5 settembre 1944, arrivando poco prima che iniziasse il rastrellamento del 6 settembre 1944.

   Quando alle 13 in punto incominciò la sparatoria, fui incaricato da “Silva” (Francesco Zaltron, comandante del Battaglione da Montagna della Brigata “Mazzini”) di occuparmi del rifornimento di munizioni ai combattenti, di tenere uniti i disarmati e di stare attento ai prigionieri fascisti.

   La guardia di costoro era proprio Attilio Dal Cengio.

   Speravamo che il combattimento si risolvesse a nostro favore; non si pensava che i tedeschi si avventurassero fin nell’interno del bosco fittissimo dove c’era il nostro accampamento.

   Ad un certo momento Dal Cengio mi chiamò perché qualcuno dei fascisti aveva sete ed altri chiedevano di essere armati per combattere al nostro fianco.

   Per chi aveva sete fu provveduto con una scodella di maraschino, inviatoci da un amico di Thiene. Acqua non ce n’era, né si poteva andarla ad attingere al pozzo del Rifugio Granezza, data la situazione.

   Armi non fu possibile darne ai fascisti perché non erano sufficienti nemmeno per noi.

   In quel trambusto e nell’alternarsi di notizie, ora rassicuranti ora meno, ogni tanto pensavo ad Attilio Dal Cengio e a sua madre che credeva che il figlioletto fosse “al sicuro”.

   Quando i tedeschi raggiunsero il nostro accampamento, sparando raffiche a non finire su di noi, riuscimmo a sganciarci senza essere colpiti, facendo salti acrobatici per superare tronchi e dirupi. Dopo varie peripezie riuscimmo a rompere l’accerchiamento e a fermarci per un breve riposo. Io mi sedetti su un grosso sasso, appoggiandomi alla schiena di mio cognato Mario Mabilia; nonostante la pioggia, mi addormentai. Ripresa la strada su per uno “scaranto”, dopo lungo vagabondare nel buio, arrivammo a “Bocchetta Granezza”.

   Riuscimmo ad evitare i tedeschi, ivi appostati, e a correre a precipizio verso la pianura. Ad un certo punto fummo arrestati da una raffica di mitra e da una intimazione: “Fermi tutti, uno in mezzo alla strada!”.

   Per tutta risposta noi riprendemmo la fuga a tutta velocità, saltando da scarpate, rompendo i fili di ferro dei filari d’uva.

   Saltando da una “masiera”, caddi in mezzo ad un aggrovigliato cespuglio di rovi. Mi vidi perduto.

   Mentre stavo in quella penosa posizione, con le spine dei rovi che mi pungevano in tutte le parti del corpo, mi sono sentito un gran colpo sulla schiena. Era Attilio Dal Cengio che mi aveva seguito nel salto e mi era rovinato sopra. Con quella botta riuscimmo a districarci da quel “rusaro”. Attilio, ora siamo “al sicuro”, gli dissi.

   Nell’attraversare un affluente dell’Astico, facemmo anche un bel bagno. Ci perdemmo di vista. Ci ritrovammo, però, a Dueville, nel “Bosco”, tutti, meno uno: Nino Baù (Riccardo), catturato dai fascisti a Canove di Roana.

   Quelli che ci avevano sparato ed intimato di fermarci non erano fascisti ma i miei partigiani che erano venuti con me a prelevare il formaggio a Sandrigo e lo stavano trasportando a Granezza.

   Quel nostro avventuroso incontro li aveva messi in allarme. Fecero “dietro-front” riportando al sicuro il prezioso carico”.

CIAO ATTILIO!

Grazie di tutto!

RICORDIAMOLO CON RICONOSCENZA

… Un bel giorno sarà il passato, e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia. Vorrei che tutti sapessero che non sono anonimi. Erano persone, con un volto, un nome, desideri e speranze, e il dolore dell’ultimo degli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà. Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone conosciute, come membri della vostra famiglia, come voi stessi …

(Julius Fucik, condannato a morte)

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